Esegesi di una foto

Novembre 6, 2009 di sergiogarufi

berl

Oggi sono andato in biblioteca a restituire un libro che avevo preso in prestito e ne ho approfittato per leggermi le pagine culturali di un po’ di quotidiani che normalmente non compro. Fra questi, sfogliando Il Giornale, mi sono sorpreso di vedere a pag. 11 la celebre foto di Berlusconi che fa il buffone abbracciando Obama e Medvedev. Mi sono sorpreso perché pensavo che fosse il genere di immagini imbarazzanti che appaiono solo sui giornali avversi al premier, tipo Repubblica. Ma, a ben vedere, è invece la dimostrazione di un sospetto che coltivo da tempo, soprattutto dopo le accese discussioni che mi sono capitate qualche volta con i sostenitori del PdL,  cioè che un punto in comune esiste fra i due opposti schieramenti. Al di là delle dichiarazioni di principio e degli strepiti sul complotto comunista e le c.d. toghe rosse, penso che perfino chi lo vota sia consapevole delle sue malefatte (le leggi ad personam, la corruzione, l’evasione, il conflitto di interessi), è solo che le interpreta in maniera diversa, più elastica. Per cui certe azioni scorrette vengono ammesse ma giustificate dato che in fondo “così fan tutti”, e poi il sistema (legislativo, fiscale ecc) è talmente oppressivo che ti costringe a violarlo. E’ dunque soltanto l’assiologia a dividerci, sui fatti c’è un sostanziale accordo. La foto ne è la prova. Per chi vota a sinistra quella è l’immagine di un pagliaccio che all’estero giudicano male o al limite tollerano come un elemento folcloristico, mentre per chi vota a destra quello è un simpaticone amico di tutti i potenti della terra, così furbo da fare politica con il sorriso e gli abbracci. Entrambi convengono che ci sia qualcosa di divertente in questa scena, tuttavia per i secondi il russo e l’americano stanno ridendo con Berlusconi, per i primi invece stanno ridendo di Berlusconi.

Leonardo unplugged

Novembre 5, 2009 di sergiogarufi

ceciliaLa mia dolce Chiara mi ha chiesto se volevo collaborare alla sceneggiatura di una fiction su Leonardo. Erano interessati ad aneddoti sulla vita dell’artista che non fossero troppo noti, qualcosa di significativo anche per la sua opera, e così, d’acchito, mi sono venute in mente tre cose.

La prima è una congettura, non suffragata da opinioni autorevoli però abbastanza plausibile, e, almeno ai miei occhi, degna di essere riferita. Riguarda i processi per “sodomia passiva” che subì e dai quali, per la verità, in seguito fu scagionato. L’idea è che la sua visione del mondo, quel modo di rappresentare un’umanità quasi indifferenziata, in cui gli uomini e le donne si assomigliano perché i primi risultano addolciti nei tratti, tanto da sembrare effemminati, dipenda dalle sue inclinazioni sessuali, e per questo mi riferisco in particolare alla sua c.d. “passività”. Cosa che, fra l’altro, ha ingenerato equivoci come le fantasiose ipotesi alla Dan Brown, secondo cui il San Giovanni del Cenacolo sarebbe in realtà la Maddalena. Forse sono pregiudizi, però quando vedo le donne atletiche e nerborute di Michelangelo mi vien da pensare che siano un riflesso della sua omosessualità attiva, qualcosa di speculare a Leonardo.

Il secondo punto ha a che fare con le mansioni minori che il genio di Vinci svolgeva sul finire del XV secolo alla corte di Ludovico il Moro. I biografi infatti narrano che si occupasse pure delle coreografie che dovevano sbalordire il duca di Milano e i suoi ospiti al Castello durante le feste. In una di queste progettò addirittura una torta gigantesca a più piani, e questo suo ruolo di designer gastronomico mi ha sempre colpito. Forse fu il primo a rifiutare ogni gerarchia fra alto e basso, una sorta di protopostmodernista. E poi il dettaglio della pasticceria, che ne fa l’antesignano dell’arte effimera, un’arte che vive lo spazio di poche ore e si consuma senza rimpianti nel piacere dei suoi fruitori, diventando così nutrimento dello spirito e insieme della carne.

E infine qualcosa di molto attuale, che unisce simbolicamente la sua parabola artistica con quella umana. Parlo dei ritratti di Cecilia Gallerani e di Lucrezia Crivelli, le amanti del Moro. Sarà che da buon biografista in letteratura non potevo non amare la ritrattistica in pittura, ma quei volti fieri e sicuri, in due ragazzine di circa 20 anni, sono le sue opere che mi suscitano maggiore ammirazione. Federico Zeri (ne La percezione visiva dell’Italia e degli italiani, Einaudi, pp.14-15) notò che Leonardo riuscì a rendere “la loro luminosa bellezza fisica senza ricorrere a connotati erotici, senza accennare alla metamorfosi verso il sex object. E senza neppure (grazie al suo razionalismo agnostico) oscillare verso l’altra alternativa che il cattolicesimo peninsulare riserba per l’immagine femminile, il luogo cioè dell’eterna madre italiana, reale o potenziale, per cui l’immagine della donna viene caricata di connotati psicologici tristi, dolorosi, pensosi, gravi di responsabilità, per un perenne e inevitabile rapporto con la mitologica Madre di Dio. I due ritratti sono il documento di una condizione femminile mai più raggiunta da noi per molti secoli, una condizione di apertura mentale e intellettuale, di rispetto egualitario nei confronti dell’uomo. Sono queste, beninteso, immagini della élite milanese verso lo scadere del Quattrocento, di un ambiente cioè quanto mai ristretto ed eccezionale; tuttavia, né prima né poi le arti figurative ci hanno lasciato, e anche in gruppi sociali di analogo potere, i segni di una condizione femminile altrettanto aperta, di una fioritura senza vincoli come quella che splende nei due dipinti di Leonardo”. Altro che Mara Carfagna e Sex and the city.

Litterature

Novembre 4, 2009 di sergiogarufi

libreriaIn rete e su carta è tutto un gran parlare di generi letterari, di scaffalature. E’ un mondo di archivisti. L’ultimo nato è il postnoir, e in fondo c’era da aspettarselo, il noir non finirà mai, è un evergreen. Chi la considera solo un’etichetta, una nuova griffe per rifilare al lettore più sprovveduto la solita sbobba di sempre, sostiene che l’unica distinzione che conta è quella fra libri belli e libri brutti, e che questi appartengono indifferentemente ai generi più diversi. All’apparenza, entrambi gli schieramenti armati rifiutano le gerarchie, o perlomeno non le fanno coincidere con un genere specifico, di quelli tradizionalmente codificati; in realtà la gerarchia c’è eccome, solo che è totalmente subordinata al mercato, nel senso che quello è il termine di riferimento, sia che lo si blandisca sia che lo si contesti. Nella coda polemica seguita a un intervento di Giampaolo Simi su Nazione Indiana, alcuni scrittori hanno spiegato l’esigenza delle scaffalature come orientamento alla scelta dell’acquirente, raccontando le personali peripezie quando hanno scoperto che le proprie opere erano state catalogate nei modi più bizzarri e improbabili, magari per ottusa assonanza col titolo. Negli anni, frequentando diversi scrittori, di racconti così ne ho sentiti un fottìo, e ogni volta mi chiedevo: com’è possibile che non si accorgano del ridicolo? Capisco la debolezza di voler controllare se esisti, se piaci, quante copie ci sono in quella libreria e quante sono state vendute, tanto più che quel tipo di dati non viene facilmente diffuso dall’editore. Non so, probabilmente al loro posto io farei lo stesso, ma perché dirlo in pubblico, vantarsene, pensando che quel resoconto ispiri complicità e non compassione? Da semplice lettore, cioè da uno che non ha mai scritto un libro, confesso che per me esiste un genere letterario di serie B. Non è il giallo, la teoria del complotto o il postnoir, e non c’entrano commissari, serial killer o sette sataniche. No, il vero genere letterario di serie B è quello in cui l’autore racconta la sua visita in una libreria alla ricerca di dove hanno posizionato i propri libri. E il peggio del peggio è quando nel finale s’incazza e sfotte il commesso ignorante che ha sbagliato scaffale. Quella sì che è “litterature”, da litter, spazzatura.

Sine ulla macula

Novembre 2, 2009 di sergiogarufi

sporco negroSporco negro. Sporco ebreo. Sporco marocchino. Sporco zingaro. L’igiene è la misura della civiltà di un popolo, la prova della sua superiorità, da salvaguardare a ogni costo. La guerra marinettiana, sola igiene del mondo. La pulizia etnica di Srebrenica. L’Occidente che se ne lava le mani. Eppure per secoli eravamo noi i luridi. Noi cristiani. Orgogliosamente lerci e maleodoranti. L’unica grande religione priva di regole di pulizia. San Francesco e  Sant’Agnese non si lavarono mai, e neppure cambiarono veste. Essere “in odore di santità” (quindi la laicità è inodore). Il tanfo come dimostrazione delle virtù morali. Anche la medicina del tempo lo sosteneva: lavarsi apre i pori della pelle e fa entrare le infezioni. Nell’antica Roma era il contrario. La cultura delle terme ovunque, associata più all’edonismo e al piacere che alla salute. Non a caso spesso ospitavano i bordelli. E poi il candidato politico, che veste di candido perché è integerrimo. Il bianco più bianco del bianco. La pulizia è terreno di scontro pure nei rapporti sentimentali. I gender studies al cesso. “Cerco donna seria, onesta e pulita“. L’uso del bidè, la tavoletta alzata, il verso con cui scende la carta igienica. Le statistiche sulla preferenza femminile per la doccia mattutina e quella maschile per il bagno serale. Chi dà più importanza alla dimensione pubblica, lavorativa, e chi a quella intima e privata. La brama di assoluto degli innamorati: un amore a ph neutro, un amore senza macchia.

Voli low cost

Ottobre 27, 2009 di sergiogarufi

volo

Tempo fa qui avevo parlato di una falsa poesia di Borges (Se io potessi vivere un’altra volta la mia vita) che circolava da anni in rete nonostante le numerose e autorevoli smentite. L’avevo definita una versione edulcorata della poesia dell’argentino, un Borges come si vorrebbe che fosse Borges, mitridatizzato, banalizzato in formule facilmente digeribili, qualcosa di simile a Coelho, al Kipling di If, nella cui scrittura predomina il registro gnomico, il tono ieratico e sapienziale. Oggi quella poesia è uscita dalla rete ed è approdata alla radio, precisamente a radio Deejay, durante la trasmissione Il volo del mattino di Fabio Volo. Ascoltate qui come lui la declama, totalmente calato nel ruolo di fine dicitore che sta comunicando grandi insegnamenti morali col sottofondo musicale newagizzante. E fate attenzione soprattutto alle sottolineature di alcuni versi con l’effetto eco della voce. Due, in particolare. Una, a metà, quando dice: “di quello è fatta la vita“; e l’altra nel finale patetico e testamentario: “ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo“. Una volta Raboni, riferendosi alla vulgata turistica dell’argentino determinata dal suo enorme e acritico successo, affermò che “con Borges si viaggia nell’infinito a poco prezzo, e col biglietto di ritorno prepagato; si gusta la vertigine delle alte quote alzandosi di pochi metri”. Mi sembra una sintesi perfetta.

Consumare è meglio che fottere

Ottobre 23, 2009 di sergiogarufi

sex and the city

L’altra sera a cena con amici si discuteva della condizione femminile ai tempi del caimano. Naturalmente si era tutti d’accordo sui passi indietro fatti in questi ultimi anni, e si citava il velinismo, le escort, la battuta a Rosy Bindi. L’unico modo per differenziarsi dal coro unanime consisteva nel segnalare episodi minori di questa involuzione, e io ho ricordato il celebre scambio di bigliettini avvenuto fra il premier e due avvenenti onorevoli del suo partito durante il voto di fiducia alla Camera dei Deputati a maggio dell’anno scorso. Parlo di Gabriella Giammanco e Nunzia De Girolamo, autorizzate dal Presidente del Consiglio a uscire da Montecitorio per recarsi a eventuali inviti galanti, tanto la loro presenza lì non era ritenuta “necessaria”. La moglie di un mio amico era molto indignata per questa concezione ornamentale della donna in politica, e conveniva con me sulla gravità dell’episodio; salvo poi, quando la conversazione era slittata su altri temi, contraddirsi ai miei occhi additando la serie tv Sex and the city come fulgido esempio di parità raggiunta, attribuendo il merito principale di ciò agli sceneggiatori gay, che con dialoghi brillanti e storie avvincenti hanno rappresentato “una donna moderna” finalmente libera di gestire il proprio corpo e il proprio tempo come meglio crede. So di andare controcorrente, visto il grande successo di quella serie, e confesso di essermi a volte divertito guardandola, ma se la felicità mercantile dello shopping e del sesso compulsivi è considerata il traguardo del processo di emancipazione femminile nella più avanzata civiltà occidentale, allora siamo messi proprio male.

Un brutto quarto d’ora

Ottobre 16, 2009 di sergiogarufi

andy

Aveva ragione lui. Sembrava una sparata, una provocazione arguta, un folle paradosso e invece l’utopia è diventata realtà e si è trasformata in incubo: ora per tutti c’è la possibilità di avere il proprio quarto d’ora di celebrità.

La scorsa settimana sono andato al solito ciclo di reading poetici, quello che presi a frequentare come una specie di ansiolitico letterario appena mi separai, più o meno per la stessa ragione per cui il protagonista di Fight club partecipava ai gruppi di sostegno per malati terminali. Ma questa volta non c’era il solito sparuto pubblico di viziosi. Questa volta la saletta coi neon e il perlinato era gremita. Una delle organizzatrici mi si è avvicinata chiedendomi se avrei letto anch’io perché mi si doveva inserire in scaletta, così ho scoperto che erano tutti lì per declamare i propri versi, pubblicati o scritti su un quadernetto. L’uovo di colombo, in pratica. Per racimolare un degno pubblico alla poesia non bisogna invitare gli appassionati di poesia, bensì i poeti, cioè gli appassionati della propria poesia. E in questo modo a ognuno, a turno, sarebbe stato garantito un quarto d’ora di celebrità.

Tornato a casa ho acceso la tv e c’era Maurizio Costanzo che pubblicizzava la ripresa del suo show. Affermava che in 25 anni di messa in onda aveva presentato 33.000 ospiti. 33.000. Una città. Eccolo, mi son detto, l’elitismo di massa, falso come un grande amore. Ma forse la realizzazione dell’utopia  di Warhol annuncia l’imminente fine di quel modo di porsi e relazionarsi agli altri; similmente alle mode, che declinano nello stesso momento in cui si diffondono troppo. Forse siamo vicini a una crisi di rigetto, non per niente al reading collettivo tanti sembravano solo attendere con impazienza il proprio turno. Forse il basta di “Basta apparire”, il sottotitolo del film Videocracy, significa alt, stop, e nel prossimo futuro ognuno aspirerà ad almeno un quarto d’ora di anonimato. Forse.

Il marchio del reduce

Ottobre 13, 2009 di sergiogarufi

magritte

Il mio più caro amico nell’ambiente della scrittura, e la persona che sento più spesso in questi ultimi anni, è Franz Krauspenhaar. Siamo molto diversi in tante cose: lui è un impulsivo che si getta a capofitto nelle situazioni e nei rapporti, io sono frenato da mille diffidenze.  Ciò che ci lega profondamente è la comune condizione di reduci. Chi, come noi, ha avuto un familiare che si è tolto la vita, si riconosce subito. Non parliamo mai di questa cosa, entrambi ci confessiamo solo tramite la scrittura. Insieme sembriamo due simpaticoni, che ridono e scherzano su tutto, ma è un’atteggiamento guascone che poggia le sue fondamenta sulla disperazione. A volte lui mi ricorda Gascoigne, il calciatore inglese.

Dico questo per spiegare come i reduci non possano non essere tormentati da quell’assillo. E’ un ricordo indigesto, un grumo nero che non è stato metabolizzato e rimane lì, in un cantuccio, manifestandosi carsicamente nei momenti e nei modi più impensati. Il mio è una curiosità morbosa verso chi ha fatto quella scelta, o quella rinuncia. Ne scrivo spesso, come di recente per David Foster Wallace. Ho pure studiato a fondo le biografie di scrittori e artisti suicidi che non stimavo particolarmente. E’ il caso di Emilio Salgari e la sua famiglia, una dinastia di suicidi, dato che si uccisero lui, suo padre e due suoi figli. Oppure quella sottocategoria che include chi se ne andò ringraziando, come Tancredi Parmeggiani e Violeta Parra.

Ma lo stesso interesse lo rivolgo pure alle persone normali. In questi giorni un parrucchiere di Monza, che aveva il negozio in via Tommaso Grossi, da dove passo di frequente in macchina per lavoro, si è impiccato per i debiti. Mi sono fermato a guardare la sua bottega, il cartello “chiuso per lutto”, mi sono informato sulla composizione della sua famiglia. Ma l’episodio più inquietante è forse quello di tre sorelle genovesi, tutte nubili. Una di queste si ammazzò da giovane. Le altre due non si rifecero più una vita propria, le sopravvissero vent’anni finché un giorno si uccisero insieme, lasciando un biglietto laconico che diceva: “quella disgrazia ci aveva segnato”.  Il segno, per me, non è il medesimo destino tragico, ma semplicemente un’ossessione dalla quale non ci si libera, perché quell’evento luttuoso diventa uno spartiacque. Magritte ebbe una sorte simile. La madre, quando era un ragazzino, si buttò in un fiume. Fu ripescata con la veste attorcigliata intorno al viso, e questa immagine ritorna spesso nei suoi dipinti. Io esorcizzo i miei demoni leggendo autori come Cioran o scrivendone ogni tanto, quello è il mio modo di tenere a bada l’ossessione. Scriverne non significa annunciare il peggio, è solo un amaro rimuginare, il tentativo di strapparsi quel velo che offusca la vita.

Rinuncio

Ottobre 11, 2009 di sergiogarufi

celest

C’è un aspetto del mio carattere che mi viene rimproverato spesso, e di cui invece vado fiero. L’atteggiamento rinunciatario. Per certi versi è vero: se si analizzano freddamente i dati della mia fallimentare condizione attuale, tutto è riconducibile a quello, quello è la spiegazione di tutto. Io rinuncio, e forse non esiste nient’altro che mi qualifichi e descriva meglio della mia vocazione astensiva. Ma è sempre per viltade che si rifiuta, come vuole il sentire comune? Cosa si cela dietro la mia ammirazione per figure quali Celestino V, Ercole De Maria o Bartleby? Non lo so. So che le rare volte che sono stato contento di me hanno coinciso con delle rinunce sofferte. La rinuncia al sesso con una donna che mi desiderava e non m’interessava. La rinuncia a svergognare qualcuno che pontificava a sproposito su un argomento che conoscevo a fondo. La rinuncia a scrivere per una rivista prestigiosa che aveva sollecitato la mia partecipazione e solleticato la mia vanità.  Rinuncia per me è sinonimo di assoluto. Da ab solutus, qualcosa che ti scioglie, ti libera da vincoli e limitazioni. E la madre di tutte le rinunce è la rinuncia alla vita.

La sindrome di Pausania

Ottobre 6, 2009 di sergiogarufi

erased de kooning

Con fedeltà etimologica, quest’estate a Fuerteventura ho cercato l’esperienza del vuoto. Cullato da un dondolo, certi pomeriggi oziosi sprofondavo in uno stato di catatonia ilare osservando a lungo la piscina vuota. Grazie al vento costante, sull’acqua c’erano due materassini gonfiabili vagamente antropomorfi, uno con la riga rosa e l’altro con la riga azzurra, che si spostavano di continuo. A volte mi ricordavano le sculture di Henry Moore, a metà strada tra il figurativo e l’astratto; altre gli sposi etruschi del sarcofago di Cerveteri, piatti dalla vita in giù e poi in rilievo con i braccioli, lo schienale più su e il poggiatesta in alto. Le folate di vento li separavano, li muovevano in tondo e li ricongiungevano in una cerimoniosa e struggente danza di corteggiamento. Li ho pure filmati, rammentando la celebre scena del sacchetto di plastica svolazzante in American beauty. Però qui era diverso, c’era il rapporto, per me fondamentale. In quei momenti pensavo che la sindrome di Pausania tipica di ogni platonico -ossia l’attitudine a fare l’esploratore del noto - in realtà si può manifestare anche all’estero, in posti mai visti prima. Non è appannaggio esclusivo dei sedentari. Ha a che fare piuttosto con l’accanimento maniacale per i dettagli, le sfumature, il quotidiano, il desiderio di approfondire e dare un senso all’insignificante, di individuare il punto di congiunzione fra il particolare e l’universale, come nell’epica domestica delle scene matrimoniali di Memmo di Filippuccio, i coniugi che si coricano a letto un lunedì notte qualsiasi. La sindrome di Pausania spiega la mia passione per le cover dei grandi classici, tipo le 25 versioni che ho raccolto di Night and day, fra cui pure un’eretica interpretazione sirtakizzata che dell’originale conserva poco o niente; ricerca che interruppi qualche anno fa, quando con internet il gioco diventò troppo facile. La tradizione è un grande palinsesto che non si può ignorare, ma si può variare all’infinito fino al punto di omaggiarlo cancellandolo, come fece Rauschenberg in Erased de Kooning Drawing. Il platonico è così, ama l’inclusività, mette in relazione, cerca istintivamente le similitudini, senza istituire gerarchie. E si emoziona soprattutto per un effetto combinato di riconoscibilità e sorpresa, al pari delle cover, che parlano una lingua nota e tuttavia adoperano un lessico nuovo ed evocativo. Non è vero che il dolore nasce dalla mutilazione, la famosa mela divisa a metà. E’ la coscienza che fa soffrire, quella che spinge a cercare ristoro nel silenzio, nella contemplazione della grazia e dell’innocenza dell’inorganico.