Perché ci si scandalizza per il gergo da sms, proprio non lo capisco. Il rilievo linguistico dei nuovi modelli di comunicazione telematica passa anche attraverso le nuove forme di abbreviazione, assolutamente identiche, nella loro logica interna, alle antiche; e senza che chi oggi le deplori abbia verosimilmente cognizione delle precedenti. Il cmq per comunque mi pare assolutamente identico all’alq per aliquid. L’epigrafia ci insegna che l’esigenza di abbreviare le parole nella scrittura c’era allora come oggi (sul tema e per non addetti ai lavori, Gente di sasso di Antonio Sartori lo consiglio caldamente). Se si considera, per esempio, che il Lexicon abbreviaturarum di Adriano Cappelli conta infinite ristampe nell’arco di circa un secolo, si può immaginare quanta importanza potrebbe avere occuparsi oggi di farne uno nuovo centrato sul gergo e sulle abbreviazioni di stampo telematico. E’ curioso inoltre verificare come con le mail e gli sms si sia avuto uno strepitoso ritorno del genere letterario dei carteggi, praticamente soppresso fino a poco fa dall’uso del telefono. Che si sia di fronte ad un inaspettato ritorno della centralità linguistica e a un recupero, su questo piano, delle capacità logico argomentative? Io ho l’impressione che il cambiamento in corso sia straordinario, e, quando si cambia, ciò che permane è solo il classico.
Sto bel fieu si chiama Domenico Pinto. Non ho mai capito se traduce soltanto, dirige una collana o è il proprietario della piccola casa editrice Lavieri, che sta in Puglia. Io lo conobbi per il blog Nazione Indiana, lui ci entrò quando io ne uscii ma ci incrociammo prima per mail e poi di persona alla festa nel castello di Fosdinovo. L’editore Lavieri pubblica testi per palati finissimi, tipo quelli di Arno Schmidt, e lui fu così gentile da spedirmene qualche volume (Specchi neri, Brand’s Haide e Dalla vita di un fauno di Schmidt, Turritani di Cossu, Tecniche di basso livello di Bortolotti). Ogni tanto lo leggo su Alias, ma di rado. E’ bravo e stimato da tutti. Qualche volta ci siam sentiti per telefono, discutendo su un autore o una polemica letteraria, spesso pensandola diversamente. Alcuni mesi fa ero a Foligno, in una bella libreria che prima fu un cinema, e del cinema conserva ancora una fila di poltroncine rosse disseminate fra i libri. Lì ho comprato Alfabeti di Magris, che mi mancava. E’ una raccolta di articoli che scrisse per il Corriere. La sera mi metto a leggerlo e trovo Domenico Pinto. Lo citava in uno articolo dell’ottobre 2006, che parlava di Dalla vita di un fauno. Era una paginata intera. Diceva in sintesi che è un libro bellissimo, che aveva venduto solo 10 copie e meritava molto di più. Poi faceva i complimenti a Pinto per la traduzione. Allora ho mandato un sms a Domenico, congratulandomi con lui. Gli ho scritto “deve essere stata una bella soddisfazione leggere questa recensione di Magris!”. E lui mi ha risposto subito: “Sì, una bella soddisfazione, peccato che spostò pochissimo i dati di vendita, alla fine furono vendute 90 copie, cioè 80 in più di prima della recensione”. Ecco, se si voleva misurare quanto sia screditata la critica letteraria italiana, quanto i lettori non si fidino più delle recensioni ufficiali, questo è un dato preciso. Certo, c’è l’attenuante che Arno Schmidt è roba per lettori non forti ma erculei, e che probabilmente quasi nessuno fra i lettori di Magris corsi in libreria per acquistarlo avrà trovato subito il libro. E ordinarlo non è la stessa cosa, magari ti passa la voglia, ci rinunci. Però resta che un lungo ed elogiativo pezzo di Magris sul Corriere della Sera - ossia l’ articolo di un critico notissimo e stimatissimo uscito sul quotidiano più venduto in Italia – alla fin fine fa vendere al massimo 80 copie.
Pare che il semplice atto di mandare una mail a fahre@rai.it, in cui si vota il nome giusto come libro dell’anno per la trasmissione radiofonica Fahrenheit, abbia degli effetti miracolosi: risani gli infermi, procuri indulgenze plenarie anche per i peccati più sordidi, addirittura favorisca emendamenti ad personam nell’imminente manovra finanziaria del governo Monti. Ma tutto questo deve essere fatto entro domenica 11 dicembre, se no decadranno i benefici. Fate presto, non indugiate!
Questa è la terza pagina di Tuttolibri, l’inserto letterario del quotidiano La Stampa uscito ieri. E’ quella dedicata alla narrativa italiana, ed era interamente occupata da Einaudi, nel senso che ospitava le recensioni di due libri della casa editrice torinese: La valle delle donne lupo di Laura Pariani, firmata da Lorenzo Mondo, e Mare al mattino di Margaret Mazzantini, firmata da Bruno Quaranta. Inoltre, a pié di pagina, la pubblicità del romanzo di Margaret Mazzantini. Tra la recensione di Quaranta e la pubblicità ho contato dieci volte nome e cognome della moglie di Castellitto. Specifico: nome e cognome associati, non solo il cognome; che il marchio va posto bene in evidenza, se no la gente si scorda cosa deve comprare. Citazioni equamente divise: 5 la recensione e 5 la pubblicità, così da ribadire l’indistinzione fra l’una e l’altra. Poi ci si chiede perché da noi la critica letteraria è così screditata. Chissà che ne direbbe Gramellini.
Alla presentazione veneziana conobbi tramite Claudio Moretti, l’appassionato titolare della libreria Marco Polo che la organizzò, un simpatico scrittore e traduttore israeliano che si era trasferito da qualche anno a vivere lì assieme alla famiglia. Costui mi disse una cosa molto interessante, che succede nel suo paese e che si potrebbe applicare anche da noi. In pratica lo Stato corrisponde agli autori israeliani un euro ogni volta che un loro libro viene preso in prestito per la lettura nelle biblioteche pubbliche. Così facendo lo scorso anno lui, che non si poteva considerare un autore commerciale, aveva percepito circa 4 mila euro. A me sembra una di quelle proposte che i TQ dovrebbero far proprie. Se lo fa Israele, che ha un decimo dei nostri abitanti e che spende metà del PIL in armamenti, forse possiamo permettercelo pure noi; spread e default permettendo.