Dieci motivi per cui mi piace Bolaño

maggio 23, 2013

bol

Lo scorso weekend sono andato a Barcellona a trovare mio fratello minore, e sabato ne ho approfittato per vedermi la mostra su Bolaño al Centro di Cultura Contemporanea. Erano esposti parecchi suoi taccuini e foto, e alla fine mi sono accattato il catalogo che costava 15 euro. Mio fratello me lo voleva regalare, ma l’avevo già pagato e così l’ho visto comprarsi un taccuino moleskine che gli è costato 15,50 euro. Dopo aver ritirato lo scontrino alla cassa me l’ha dato come un regalo. Io credevo l’avesse preso per sé, e ho protestato che non ne avevo bisogno, ma lui non ha sentito ragioni e ho dovuto accettare, anche sapendo che lui non li usa. Più ci pensavo e più mi spiaceva che avesse speso quei soldi per un semplice taccuino con le pagine bianche, che blandisce gli amanti del no logo con un oggetto che più logo non c’è, perché il suo inconfondibile logo è il non aver logo. A maggior ragione dopo aver visitato quella splendida mostra, che esponeva tutti i taccuini improvvisati del genio cileno, quadernetti rimediati a caso, ognuno con scritte o disegnini stampati diversi, perché l’importante è ciò che ci scrivi tu, ciò che ci scrivi su; e insomma mi son ripromesso di non comprare mai più un moleskine.

La seconda cosa che mi piace di Bolaño è la sua scrittura sgangherata, che se ne frega delle ripetizioni e che pare sgorgare così come viene, da un cervello in ebollizione perenne. Ci credo che scrisse un romanzo in tre settimane. A volte mi capita di leggere delle recensioni in cui si loda un romanzo per il suo stile “sorvegliato”, e mi fa l’effetto di qualcuno che involontariamente ti rivolge un complimento insultandoti, senza accorgersi di aver sottolineato un difetto e non un pregio. Come si fa a considerare un pregio una scrittura “sorvegliata”? Quando leggo voglio verità di vita, non m’interessa chi sta attento a cosa dire e come dirlo, quello lasciamolo fare agli ambasciatori e ai politici. E se proprio devi levigar e smussare, almeno fallo in modo che non me ne accorga, come raccomandava La Capria parlando dello stile dell’anatra, che sull’acqua si muove come fosse immobile, col busto eretto e fermo, ma sotto la superficie, dove non si vede, si agitano vorticosamente le sue pinnette.

Poi mi piace che usa poche metafore, solo quando ce n’è assolutamente bisogno, e allora ti folgora con un’immagine formidabile, come quella del cielo al tramonto che “sembra un fiore carnivoro” (in 2666). E mi piace la sua assenza di vittimismo. Il fatto che non si sia vantato del mancato riconoscimento per tanti anni, che non sia diventato un professionista dell’esilio, ma che anzi ripeteva spesso a chi lo intervistava che la sua vera patria erano i suoi libri e i suoi figli: Lautaro e Alejandra. Poi mi piace che ha fatto tanti lavori umili con grande dignità, senza considerarli il classico ripiego del genio misconosciuto, perché per sostenersi ogni lavoro onesto è dignitoso, e il genio può esprimersi anche nel tempo libero. Il venditore di souvenir, il lavapiatti, il custode notturno del camping di Castelldefels… E mi piace il suo grande attaccamento ai posti ordinari dove visse, come Blanes sulla Costa Brava. Come sarebbe facile parlarne male, ironizzare sull’eccessiva cementificazione, sulla ressa agostana di turisti cialtroni e ignoranti, sui menù poliglotti e le spiagge affollate, e invece lui adorava quei posti, ci mise le radici, era legato a tanti suoi abitanti e bottegai che incontrava tutti i giorni, e il discorso pubblico che fece su Blanes (si trova in Tra parentesi) è una dichiarazione d’amore struggente per quella cittadina. Chi andrebbe in vacanza lì, o a Lloret de Mar, a Platja d’Aro, a Calella, i pueblos sin alma, i divertimentifici, le capitali del turismo da autobus per vendere set di pentole e materassi ai pensionati, fra le persone c.d. coltivate? E poi era generoso nei giudizi sui “colleghi”. Tra parentesi è pieno di elogi affettuosi ripresi dalle recensioni che teneva per il Diario di Girona, e che contemporaneamente rivendeva come inedite ad altri giornali sudamericani.

Non li ho contati, forse non sono dieci, però sono buoni motivi per leggerlo. Poi non sarà il monumento che si sta innalzando da quando è morto, e sicuramente la sua fine prematura e l’anonimato e gli stenti hanno contribuito a mitizzarlo un po’, e non è improbabile che fra trent’anni il suo culto attuale sarà ridimensionato, però quello che si può dire da subito è che era un grande scrittore, uno di quelli che non somigliano a nessun altro.

È solo letteratura, imbecilli!

maggio 22, 2013

bol

In un testo scritto per La parte di Amalfitano, che Bolaño non include nella versione definitiva di 2666, un ente che viaggia attraverso il tempo per riscattare opere perdute menziona un romanzo scritto da Boris Ansky nel 1938 che tratta di uno scrittore X, autore di un libro in cui si equipara la vita al male. Dopo aver pubblicato il libro, l’autore scompare misteriosamente e i suoi lettori, che all’inizio son pochi, fondano una religione che nel giro di un secolo domina la Terra, procedendo allo sterminio di tutti gli esseri viventi. A quel punto lo scrittore X riappare. Era stato sequestrato dagli extraterrestri ed è rimasto uguale a cent’anni fa, quando sparì. Miracolo. Vede quello che han combinato i suoi seguaci e inorridisce. Gli chiede perché lo han fatto. Questi rispondono che seguivano fedelmente le sue istruzioni. X gli dice che è solo letteratura, solo letteratura, imbecilli. I suoi seguaci lo ammazzano.

(da Archivo Bolaño 1977-2003, catalogo della mostra allestita al Centre de Cultura Contemporania de Barcelona fino al 30 giugno 2013)

Rodotà

aprile 17, 2013

rodotàSpero che eleggano lui come Presidente della Repubblica. E’ l’uomo più adatto per quella carica. Ha un solo difetto: la figlia, ma glielo perdoniamo.

Ringraziamenti

aprile 11, 2013

saviano roth“[...]Ringrazio Bono Vox, per aver ascoltato queste storie quando ne ero ancora avvolto e per un perenne invito aperto ai concerti degli U2. Ringrazio Salman Rushdie, che mi ha insegnato a essere libero anche blindato tra sette uomini armati [...]“

(Roberto Saviano, ZeroZeroZero, Feltrinelli, pag.443)

Quelli che gli manca Jannacci

marzo 30, 2013

I non uomini

marzo 29, 2013

no_alcool

Per i soli papà, Giorgio vorrebbe brindare degnamente alla sua laurea. Vi convocherò dunque presto per una drinking session. Astenersi perditempo, astemi e salutisti vari (insomma, i non uomini).”

Questo è un sms che è stato spedito di recente a un mio amico. Liquidarlo come l’opera di un cretino sarebbe troppo comodo, soprattutto perché a ragionare in questo modo, pensando di essere simpatici, sono tantissimi, non pochi casi isolati. Negli anni, la mia condizione di astemio mi ha attirato centinaia di sfottò e pure diversi insulti; tanto che potrei stenderne un elenco divertente e istruttivo. I più gentili, quando se ne accorgono ti chiedono se professi una religione contraria agli alcolici, oppure se hai dei problemi fisici che te lo impediscono. La semplice verità che qualcuno non beva alcool perché non gli piace non è contemplata. Io non ne vado particolarmente fiero. Ci sono nato così, forse mi manca il gene apposito, dato che nessuno della mia famiglia beve se non occasionalmente per un brindisi. So che ne guadagno in salute, ma ogni tanto ho desiderato di essere un po’ meno vigile a me stesso e un po’ più simile agli altri. Perdere qualche freno inibitorio, soprattutto da pischello, magari per trovare il coraggio di farsi avanti con una che mi piaceva, non mi sarebbe dispiaciuto per niente. Oppure alla prima uscita con una donna, quando si va al ristorante per una cenetta a lume di candela, e io so da subito che al momento delle ordinazioni il mio non bere vino, o farla bere da sola, suonerà come un’unghiata sulla lavagna e sarà un pessimo incipit per quel rapporto. Ciò che non finisce di sorprendermi è quanto tenace e resistente sia questo pregiudizio machista sul fatto che gli uomini veri bevono alcolici. Neppure la moda del politically correct, che tutela tutte le minoranze, è riuscita a estirparlo o attenuarlo. Per non parlare poi delle evidenze medico-scientifiche. Perché se c’è una cosa certa a questo mondo, a proposito di uomini veri versus non uomini, è che il bere alcool rende molto più difficile l’erezione.

l’arte omeopatica

marzo 28, 2013

una scultura orrenda per denunciare un crimine orrendo

Differenze

marzo 26, 2013

polverini_renataIeri da Iacona parlavano della Casa di Peter Pan di Roma, una onlus che accoglie e ospita bambini malati di tumore assieme ai loro genitori, soprattutto quelli residenti fuori dalla capitale, e che ci vengono per seguire le cure negli ospedali romani. E’ gestita con grande passione da un gruppo di volontari e non prende un euro di finanziamento pubblico. Sta in affitto in uno stabile di proprietà della Regione Lazio. La giunta Polverini, poco prima di dimettersi, gli ha aumentato il canone da 6.000 a 35.000 euro. Avevano deciso di chiudere. Già lavoravano gratis e si autotassavano per pagare bollette ed affitto, ma a quelle cifra non potevano arrivare. Zingaretti, nella sua prima uscita ufficiale, è andato a visitarla e ha assicurato che concederà presto il comodato d’uso gratuito. La proprietà così resterà alla Regione ma non dovranno più pagare l’affitto. Quando dicono che destra o sinistra è uguale, non credeteci.

 

La passione per le eccezioni

marzo 22, 2013

roberto-calasso-03Domenica pomeriggio sono andato a Libri come, la bella manifestazione letteraria organizzata da Marino Sinibaldi che si svolge nel mese di marzo negli spazi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Ho assistito prima a un incontro con Richard Ford presentato da Sandro Veronesi, in cui ho potuto gustarmi il temporale d’intelligenza di questo vecchietto brillantissimo che è uno dei pochi grandi scrittori in circolazione; e poi mi sono trasferito al Teatro Studio per ascoltare Roberto Calasso, che parlava della sua casa editrice e dello stato dell’editoria italiana. Di recente avevo letto con piacere e profitto il suo La Folie Baudelaire, ma ero pure interessato a sentire la storia di Adelphi, come nacque e come si è trasformata da una wunderkammer di testi raffinati ed eterogenei in un marchio con un’identità fortissima. Il confronto con Ford purtroppo è stato impietoso. Da un lato c’era una persona che ha incantato l’uditorio in modo del tutto spontaneo, e dall’altro c’era un signore che voleva a tutti costi sembrare colto. Non ne aveva alcun bisogno, perché tutti glielo riconoscono, eppure si sforzava di apparire tale. Ogni sua frase conteneva diverse parole straniere: il tedesco soprattutto, com’era scontato, ma pure l’inglese, il francese, lo spagnolo ecc. Spesso poi erano erano parole superflue, cioè quasi identiche a quelle equivalenti italiane. Per esempio a un certo punto ha definito un libro “seminal, come direbbero in America”. Ma l’affermazione più sconcertante gli è scappata in un rigurgito di patriottismo, quando ha detto di non sopportare le lamentele sulla scarsa propensione alla lettura degli italiani, e ha citato il caso illuminante delle poesie della Szymborska, edite da Adelphi, che raggiunsero le vette delle classifiche di vendita in seguito al consiglio di Saviano fatto a Che tempo che fa. Poi ha aggiunto con orgoglio che in nessun altro paese del mondo era mai successa una cosa del genere. Perfino in Germania, dove si vende un numero di libri di poesie dieci volte superiore al nostro, questo era inconcepibile. E’ proprio vero, l’italiano disprezza le regole e ama le eccezioni.

La simpatia

marzo 20, 2013

de_gregori_1Per una curiosa coincidenza, pochi giorni dopo aver scritto questo mi è capitato di uscire a cena con Francesco De Gregori. Avevo ricevuto l’invito da un amico comune che conduceva alla radio insieme a De Gregori un programma sul cinema, e così sono andato con la mia fidanzata al ristorante da Nello in via Montesanto a Roma, nel quartiere Prati. Arrivati in anticipo abbiamo visto una tavolata da sedici posti tutti vuoti, e ci siamo accomodati nel fondo, pensando che gli saremmo stati lontani, dovendosi lui porre al centro. Subito dopo di noi è arrivato lui con la sua donna, ci ha salutato e si è seduto a fianco a me. Io ero rosso in volto e parlavo a monosillabi, lui invece era molto cordiale e in vena di battute. Poi sono arrivati gli altri e abbiamo cominciato a mangiare. Si discuteva di film e, diversamente da quanto potessi immaginare, De Gregori esibiva un gusto molto camp, in sintonia con gli altri del gruppo. Diceva di aver apprezzato il film con Checco Zalone, e io gli ho chiesto se avesse visto l’imitazione di Vendola fatta dal comico pugliese, al che lui ha detto di averla trovata irresistibile. Poi gli ho riferito un commento di Cortazar sui film di Antonioni che lo facevano dormire, letto nell’epistolario dell’argentino, e che ricalcava la celebre sentenza del personaggio interpretato da Gassman ne Il Sorpasso, quando diceva che Antonioni gli aveva fatto fare una bella pennichella; al che è intervenuto Marino Sinibaldi, che ha raccontato di aver letto con gusto I cosmonauti dell’autostrada. Insomma c’era un’atmosfera informale, e De Gregori sembrava a suo agio. Si prendeva in giro, raccontava che al cinema lui era uno spettatore maniacale, di quelli che sentono scartare una caramella a metri di distanza, e che da quel momento aguzza l’udito finché non ne sente scartare un’altra. Tra un piatto e l’altro usciva a fumare una sigaretta e molti di noi lo seguivano. Alcuni si complimentavano per le sue canzoni, e io pensavo a Guarda che non sono io, dove sembrava non gradire quel tipo di apprezzamenti. Così a un certo punto gli ho chiesto se conosceva il racconto “Io e Borges”, come pretesto per parlargli della sua canzone. Lui ha risposto seccato di no, come se gli avessi evidenziato una lacuna culturale. Ho spiegato che quel racconto parlava dello stesso tema di Guarda che non sono io, e lui ha risposto che era consapevole di non aver inventato niente. Il tono era infastidito, e si è quasi girato dandomi le spalle. Ho farfugliato qualcosa sul fatto che lui aveva sviluppato quel tema in modo molto originale, ma ormai De Gregori mi ascoltava appena, e da quel momento in pratica non ho più avuto modo di parlarci.

La simpatia non è mai stata il mio forte. Perlomeno non la simpatia immediata, quella che si ispira a chi hai appena conosciuto. Nonostante mi sforzi, o forse proprio perché mi sforzo, il risultato è sempre stato deludente. Posso essere simpatico a chi mi conosce bene, ma di primo acchito non lo sono quasi mai a nessuno. Rincasando in auto con la fidanzata ero un po’ triste, ci tenevo a fargli una buona impressione, De Gregori era un mio mito sin da ragazzo e molti suoi pezzi li considero dei capolavori. Riferendole l’episodio lei mi ha detto che avevo sbagliato approccio, che non avrei dovuto interpellarlo in un modo così aggressivo (“Conosci il racconto Io e Borges?“), e penso che abbia ragione. So che tutto questo mi penalizza. Oggi la simpatia è una qualità professionale, cioè aiuta molto anche sul lavoro, al di là delle competenze professionali. Ci sono folgoranti carriere costruite solo su quello. Penso a Benedetta Parodi, che sa cucinare a malapena; a Beppe Severgnini, che scrive al massimo delle cose di buon senso; o a Fiorello, che non sa fare nulla di speciale ma è di una simpatia travolgente. Perché le occasioni di lavoro nascono anche così, da una simpatia umana grazie alla quale ti viene concessa un’opportunità. Se è così, ha commentato la mia donna, allora sei spacciato.


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