Una volta un amico che lavora in borsa mi spiegò una cosa che non conoscevo e che per molti è un’ovvietà. E cioè che il prezzo delle azioni dei titoli quotati non riflette tanto il valore attuale di quelle società, quanto piuttosto le aspettative sul suo andamento futuro; per cui può succedere che anche subito dopo un accordo molto proficuo un titolo si svaluti, evidentemente già conteggiato in precedenza. Ora non ricordo bene chi coniò, in maniera un po’ dispregiativa, l’espressione “Wall street dell’anima” a proposito dei canonologi alla Bloom, credo Terry Eagleton, sta di fatto che più ci penso e meno mi sembra negativa. Anzi, per certi versi è estremamente azzeccata. Perché il canone è in fondo un investimento, una scommessa sul futuro, un principio dinamico di negoziazione continua, e i libri sono a loro volta dei titoli, che espongono in copertina e con i quali si identificano. In questo senso, se dovessi indicare una delle blue chips italiane per me più sicure, farei il nome di Tiziano Scarpa. (continua…)
Archivio per gennaio 2010
La vita, non il mondo
gennaio 24, 2010Il muro della passione
gennaio 9, 2010
Eccolo, il muro della passione, come a Gerusalemme c’è quello del pianto. Sta a Verona, sotto il balconcino di Giulietta. E’ pieno di biglietti, proprio come a Gerusalemme. Cartoline per Dio, il Deus absconditus dell’amore. E pensare che alcuni li definiscono vandali, affermando che deturpano il falso storico del palazzetto dei Capuleti. Quando ci si arriva, in quella sorta di tunnel buio che introduce al cortile, sembra di entrare nella caverna di Platone, e ogni post-it è l’ombra di un desiderio e di una promessa di senso, la speranza che sia finalmente giunto il nostro momento, come canta Etta James in At last. A leggerli singolarmente, quei frammenti irrelati acquistano una loro unità, si rivelano tessere di un grande mosaico impersonale, perché l’amore è platonico per definizione. E’ la grafia minuta che li individua, non il contenuto, composto soprattutto da frasi fatte e automatismi sentimentali. C’è una scena, nel film La messa è finita, in cui la sorella del prete legge la lettera del padre in cui questi cerca di spiegare le ragioni per le quali si è innamorato di un’altra lasciando la moglie. Nanni Moretti, infastidito, per non ascoltare alza il volume della radio che sta trasmettendo una melensa canzonetta d’amore, e così il labiale della sorella sembra esprimersi mediante quei versi dozzinali, finisce per coincidere con le eterne, fruste e sofferte parole della passione, che è anzitutto un patire. Poco prima di andarmene, noto che uno di quei precari post-it si stacca dalla parete e cade per terra, sul pavimento bagnato dalla pioggia e calpestato dai turisti indifferenti. E’ giusto così. Come nella cerimonia giapponese della contemplazione dei ciliegi in fiore, queste dichiarazioni hanno un carattere elegiaco, sbocciano e appassiscono rapidamente, perché la bellezza più emozionante è quella più evanescente, e ciò che conta è la partecipazione al rito collettivo, non il destino del singolo fiore.
Ecologia della mente
gennaio 9, 2010
Luigi Pareyson sosteneva che ciascuno di noi nasce con una sola idea in testa, e per tutta la vita non fa altro che girarvi intorno. La sua, infatti, era che ciascuno di noi nasce con una sola idea in testa, e per tutta la vita non fa altro che girarvi intorno. I citazionisti come me, per rispetto dell’ambiente, ne riciclano una altrui.
Il vero sconforto
gennaio 9, 2010
Che sconforto, leggere Contro i maestri dello sconforto (Nancy Huston, excelsior 1881, pp. 413, E 16,50). E che pena, scoprire che un critico importante come Carla Benedetti (qui) abbia trovato “bello” e “coraggioso” questo saggetto dilettantesco e imbarazzante che cerca di liquidare, con argomentazioni risibili, dei giganti della letteratura come Thomas Bernhard (paragonato addirittura a Hitler), Samuel Beckett, Emil Cioran, Milan Kundera, Elfriede Jelinek e Michel Houellebecq. Due brevi considerazioni: la prima è che a volte dietro un grande uomo (Tzvetan Todorov, per es.) non c’è proprio niente, al massimo un trolley. E la seconda, di Thomas Mann, che ci ricorda che ”ogni grande libro contro la vita costituisce un’irresistibile seduzione a viverla ancora più intensamente”.


