Archivio per la categoria ‘riflessioni’

Dieci motivi per cui mi piace Bolaño

maggio 23, 2013

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Lo scorso weekend sono andato a Barcellona a trovare mio fratello minore, e sabato ne ho approfittato per vedermi la mostra su Bolaño al Centro di Cultura Contemporanea. Erano esposti parecchi suoi taccuini e foto, e alla fine mi sono comprato il catalogo che costava solo 15 euro. Mio fratello me lo voleva regalare, ma l’avevo già pagato e così l’ho visto comprarsi un taccuino moleskine che gli è costato 15,50 euro, un po’ più del mio catalogo. Dopo aver ritirato lo scontrino me l’ha porto come regalo. Io pensavo l’avesse preso per sé, e ho protestato che non ne avevo bisogno, ma lui non ha sentito ragioni e ho dovuto accettare, anche sapendo che lui non li usa. Più ci pensavo e più mi dispiaceva che avesse speso quei soldi per un semplice taccuino con le pagine bianche, che blandisce gli amanti del no logo con un oggetto che più logo non c’è, perché il suo inconfondibile logo è il non aver logo. A maggior ragione dopo aver visitato quella bella mostra, che esponeva tutti i taccuini improvvisati del genio cileno, quadernetti rimediati a caso, ognuno con scritte o disegnini stampati alla cazzo, perché l’importante è ciò che ci scrivi tu, ciò che ci scrivi su; e insomma mi son ripromesso di non comprare mai più un moleskine.

La seconda cosa che mi piace di Bolaño è la sua scrittura sgangherata, che se ne frega delle ripetizioni e che sembra sgorgare così come viene, da un cervello in ebollizione perenne. Ci credo che scrisse un romanzo in tre settimane. A volte mi capita di leggere delle recensioni in cui si loda un romanzo per il suo stile “sorvegliato”, e ogni volta mi fa l’effetto di qualcuno che involontariamente ti rivolge un complimento insultandoti, senza accorgersi di aver sottolineato un difetto e non un pregio. Come si fa a considerare un pregio chi scrive un romanzo “sorvegliato”? Quando leggo voglio verità di vita, non m’interessa uno che sta attento a cosa dire e come dirlo. Quello lasciamolo fare agli ambasciatori e ai politici, i bugiardi di professione. E se proprio devi levigar e smussare, almeno fallo in modo che non me ne accorga, come raccomandava La Capria parlando dello stile dell’anatra, che sull’acqua si muove come fosse immobile, col busto eretto e fermo, ma sotto la superficie, dove non si vede, si agitano vorticosamente le sue pinnette.

Poi mi piace che usa poche metafore, solo quando ce n’è assolutamente bisogno, e allora ti folgora con un’immagine formidabile, come quella del cielo al tramonto che “sembra un fiore carnivoro” (in 2666). E mi piace la sua assenza di vittimismo. Il fatto che non si sia vantato del mancato riconoscimento per tanti anni, che non sia diventato un professionista dell’esilio, ma che anzi ripeteva spesso a chi lo intervistava che la sua vera patria erano i suoi figli: Lautaro e Alejandra. Poi mi piace che ha fatto tanti lavori umili con grande dignità, senza considerarli il classico ripiego del genio misconosciuto, perché per sostenersi ogni lavoro onesto è dignitoso, e il genio può esprimersi anche nel tempo libero. Il venditore di souvenir, il lavapiatti, il custode notturno del camping di Castelldefels… E mi piace il suo grande attaccamento ai posti ordinari dove visse, come Blanes sulla Costa Brava. Come sarebbe facile parlarne male, ironizzare sull’eccessiva cementificazione, sui turisti cialtroni e ignoranti, sui menù poliglotti e le spiagge affollate, e invece lui adorava quei posti, ci mise le radici, era legato a tanti suoi abitanti e bottegai che incontrava tutti i giorni, e il discorso pubblico che fece su Blanes (si trova in Tra parentesi) è una dichiarazione d’amore struggente per quella cittadina. Chi andrebbe in vacanza lì, o a Lloret de Mar, a Platja d’Aro, a Calella, i pueblos sin alma, i divertimentifici, le capitali del turismo da autobus per vendere set di pentole e materassi ai pensionati, fra le persone c.d. coltivate? E poi era generoso nei giudizi sui “colleghi”. Tra parentesi è pieno di elogi affettuosi ripresi dalla piccola rubrica di recensioni che teneva per un quotidiano di Girona.

Non li ho contati, forse non sono dieci, però sono buoni motivi per leggerlo. Poi non sarà il monumento che si sta innalzando da quando è morto, e sicuramente la sua fine prematura e l’anonimato e gli stenti hanno contribuito a mitizzarlo un po’, e probabilmente fra trent’anni il suo culto attuale sarà ridimensionato, però quello che si può dire da subito è che era un grande scrittore, uno di quelli che non somigliano a nessun altro.

Il più bello dei paesi

marzo 7, 2013

hikmetNon sapevo che Nazim Hikmet avesse questa faccia. L’ho scoperto poco fa, guardando una sua biografia nella vetrina di una libreria di Istanbul. Mostrandola alla mia compagna, suo figlio di dieci anni si è incuriosito e mi ha chiesto chi fosse. Gli ho risposto che era un poeta, l’autore di alcuni versi notissimi che gli ho recitato. E mentre li dicevo (“Il più bello dei mari/ è quello che non navigammo./Il più bello dei nostri figli/ non è ancora cresciuto./ I più belli dei nostri giorni/ non li abbiamo ancora vissuti./E quello che vorrei dirti di più bello/ non te l’ho ancora detto.“) non mi sembravano più svuotati di senso per la loro fama, buoni solo per i baci Perugina; anzi, grazie a loro mi è parso di capire finalmente questa città e questo grande paese.

E’ la terza volta che visito Istanbul. La prima fu nel ’76, con la mia famiglia, e ne ho pochi ricordi opachi, come qualcosa di bello e sporco. La seconda nel 2008, vedendo solo i posti canonici (Santa Sofia, la Moschea blu, la cisterna, l’ippodromo, Topkapi, la torre di Galata), assieme a una fidanzata che si lavava i denti con l’acqua minerale perché pensava di stare nel terzo mondo. E infine ora, con la famiglia che mi son fatto, girando fra tappetari e spezie e traghetti e lavori in corso e gabbiani e tassisti ladri e pasciuti gatti randagi nei cimiterini delle moschee. Siamo anche entrati in un centro commerciale che si vanta di essere il più grande d’Europa e si chiama Cevahir, uno di quei posti dove i turisti colti non vanno mai. L’impressione è stata quella di un’economia dinamica, in piena espansione, dove c’è ancora molto da fare. Una società in fermento piena di contraddizioni e opportunità, in cui l’esercito è il garante della laicità e tra i canti dei muezzin circolano Porsche e mendicanti, burqa e minigonne, ma soprattutto una popolazione giovane che crede nel futuro; che è quello che a noi manca e che conta più del PIL. La poesia di Hikmet, pur essendo del 1942, per me simboleggia meravigliosamente anche questa fiducia nel domani.

La dittatura di Linneo

febbraio 27, 2013

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Linneo è il nume tutelare della letteratura italiana, tanto che il destino di un autore o di un libro, nel bene o nel male, ormai lo determina l’etichetta che gli viene affibbiata. Gomorra di Roberto Saviano fu l’incunabolo di questa ossessione tassonomica. Alla vigilia della sua pubblicazione, quando stava ancora venendo editato, il futuro best seller era considerato a ragione dai dirigenti di Segrate un reportage, quindi classificato nella saggistica. Lo scrittore Giuseppe Genna, sul blog Nazione Indiana, rivelò in quei giorni di aver “speso parecchia energia al telefono per perorare la causa del posizionamento in narrativa con gli amici editor di Mondadori”, riuscendo alla fine a convincerli. Il vantaggio sarebbe stato duplice. Da una parte il marchio di romanzo è reputato più nobile di quello di saggio, perché per il primo è necessaria la creatività, mentre nel secondo si espongono solo delle opinioni, e dall’altra ne garantisce un più facile accoglimento da parte del pubblico. Infatti statisticamente in Italia, tranne rare eccezioni (come La casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella) le classifiche di vendita sono dominate da opere di narrativa.

Stefano Bartezzaghi su Repubblica fu tra i primi a notare quanto contasse l’etichetta del genere letterario, sottolineando come nella prima apparizione al programma Che tempo che fa, sia Saviano che Fazio sembrassero “ansiosi soprattutto di evitare anche il minimo sospetto che potesse trattarsi di un saggio”, fino ad arrivare alle soglie del vietissimo “si legge come un romanzo”. In questo senso appare speculare la fortuna di Qualcosa di scritto, il bel romanzo di Emanuele Trevi che sfiorò la vittoria all’ultima edizione del Premio Strega, ma i cui dati di vendita non sortirono l’effetto desiderato, forse perché nella medesima trasmissione il libro venne azzoppato da Fazio, che lo presentò alla stregua di un saggio di critica letteraria su Petrolio di Pasolini.

Tornando a Gomorra, uno degli aspetti più curiosi di quella contesa classificatoria fu che i suoi estimatori più fanatici si ritrovarono alla fine d’accordo con i suoi peggiori detrattori. Successe durante il comizio con Fausto Bertinotti a Casal di Principe. Lì Saviano venne accolto dall’ostilità dei parenti dei boss camorristici, e riferì che alcuni guappi in motorino gli si erano avvicinati complimentandosi ironicamente per il fatto che aveva scritto “un bel romanzo”, ovviamente nell’accezione negativa di opera di pura fantasia, quindi priva di valore come atto di denuncia.

Ma la dittatura di Linneo va oltre le librerie, e ha colonizzato non poche pagine culturali dei quotidiani. L’etichetta giusta determina il destino di un libro ma anche di un autore, gli attribuisce un’identità e a volte gli impone un canovaccio. E’ il caso di Igiaba Scego, scrittrice italiana di origine somale la cui presenza sembra sollecitata dai giornali (come in suo recente articolo per “La Lettura” del Corriere) solo in virtù del suo ruolo di testimone della letteratura migrante, con un copione sempre identico che prevede che a quella chiamata lei debba rispondere per rifiutare recisamente l’etichetta, che in realtà è la sua ragione d’essere, il motivo per cui l’hanno interpellata. Basta scorrerne la bibliografia per rendersene conto. Nel 2003 vince il premio Eks&Tra degli scrittori migranti con il suo racconto Salsicce, e pubblica il suo romanzo d’esordio, La nomade che amava Alfred Hitchcock. Nel 2005 un altro suo racconto compare nella raccolta intitolata Pecore nere edita da Laterza. Due anni dopo cura assieme a Ingy Mubiayi la raccolta Quando nasci è una roulette. Giovani figli di migranti si raccontano. Dal 2007 al 2009 tiene per la rivista “Nigrizia” la rubrica di opinioni I colori di Eva. Sempre nel 2007 partecipa all’antologia Amori Bicolori; quindi nel 2010 scrive Oltre Babilonia. E infine nel 2010 La mia casa è dove sono, romanzo autobiografico che descrive una famiglia sparsa tra Somalia, Gran Bretagna e Italia.

Sorte non dissimile è quella di Gianni Biondillo, la cui etichetta di giallista milanese (a dispetto della sua nutrita e varia produzione letteraria) lo rende una firma appetibile del Corriere ogni qual volta si verifica nel capoluogo lombardo qualche delitto irrisolto, quasi che la sua abilità nel tessere trame criminali e investigative lo accreditasse come esperto in grado di svelare il nome dell’assassino. In un’epoca in cui ci si riempie la bocca con termini quali “ibrido”, “meticcio” e “anfibio”, e ci si dichiara a parole fieri paladini della letteratura no logo, sarebbe il caso di abbandonare questa libridine rubricatoria, perché la buona scrittura, se è tale, può far a meno di colori ed etichette.

(pubblicato su l’Unità il 20/2/2013)

Punto.

febbraio 4, 2013

baricco21Ho seguito con grande interesse le Palladium Lectures di Alessandro Baricco. Si tratta di quattro lezioni che ha tenuto nell’omonimo teatro di Roma davanti a un pubblico numeroso e attento. Spesso la telecamera inquadrava gli spettatori, e nonostante la durata inconsueta delle lezioni, che superavano ampiamente l’ora, non si vedeva mai nessuno annoiato. Gli occhi erano fissi sull’oratore, la postura immobile, come ipnotizzati. Vi posso assicurare, avendo assistito a parecchi incontri letterari, che questo è anomalo. Non basta il carisma, il magnetismo, è necessario essere un affabulatore formidabile, saper raccontare le storie. Baricco non legge, improvvisa, dà l’impressione di costruire al momento il proprio discorso come una fitta ragnatela di citazioni, ti rende partecipe della fatica, e quindi sembra che si stia rivolgendo personalmente a ognuno dei suoi interlocutori. Poi quello che dice è opinabile, e spesso sono in disaccordo con le sue tesi, ma ti stimola comunque, magari a contrario. Fatta la tara a un egotismo ipertrofico che ogni tanto affiora (“questa neppure io sarei stato capace di scriverla”, riferendosi a una bella frase di Proust), Baricco conquista il suo uditorio perché oggi è il miglior monologhista in circolazione. E, come ogni vero monologhista, funziona solo in assenza di contraddittorio. Lo spazio scenico in cui si esibisce non ammette repliche. Di più, una qualsiasi voce contraria che si levasse per contestargli garbatamente qualcosa suonerebbe blasfema, né più né meno che durante una predica a messa; a tal punto che nelle rare dissonanze fra lui e gli spettatori, come quando accenna a ridere per una sua battuta e il pubblico non lo segue, l’effetto è quello di un’unghiata sulla lavagna. Ciò che non mi finirà mai di piacere in Baricco, al di là dei contenuti esposti con innegabile maestria, è proprio lo spirito del monologhista, che contempla soltanto il silenzio o l’applauso. Nell’ultima di queste quattro lezioni, forse la più interessante, quella dove discorre del tempo degli innamorati servendosi di una piantina della fuga di Luigi XVI, del racconto degli ultimi giorni di Tolstoj e di diverse citazioni (Cyrano de Bergerac, Romeo e Giulietta, L’amore al tempo del colera ecc.), Baricco a un certo punto riferisce le ultime parole di Tolstoj pronunciate prima di morire. Pare che il grande scrittore russo in quei momenti abbia detto al suo medico “svignamocela”, forse riferendosi alla moglie detestata da cui fuggiva e che lo aveva appena raggiunto. E aggiunge che quella parola, “svignamocela”, sembra sia la più usata nei dialoghi del cinema americano. Ecco, se applicassimo lo stesso criterio delle ricorrenze a queste lezioni, scopriremmo che Baricco adopera di frequente espressioni ultimative, parole che vanno a capo come “Punto.”, “Chiuso.”, “Fine.” So che lo spirito del tempo soffia in direzione contraria, ma io preferisco gli uomini del “forse”.

tartufi e patate

gennaio 8, 2013

houelIeri sera Chiara mi ha chiesto un libro. Aveva finito Limonov e voleva cominciare un nuovo romanzo. Non avendo nulla di nuovo da darle se non saggi, che lei non ama, l’ho indirizzata su Houellebecq, che sapevo piacerle, e la scelta è caduta su L’Estensione del dominio della lotta, l’unica sua opera che le mancava. Io l’avevo letto diversi anni fa, dopo Le Particelle elementari, pur essendo uscito prima in Francia. Lo recensii pure da qualche parte, ma i miei ricordi erano abbastanza opachi. Giusto la trama essenziale e lo stile. Stamattina me lo ha rinverdito. Le stava piacendo e me ne ha letto qualche brano. Mentre ascoltavo alcuni passaggi ripensavo alle discussioni letterarie che avevo seguito in questi anni. Come un articolo di Francesco Pacifico uscito di recente su Orwell a proposito di letteratura di qualità e di intrattenimento, che innescò un piccolo dibattito in rete e sui giornali. O tipo un hashtag di twitter, #paroleorrende, lanciato dal mio editor. Nel primo caso Pacifico individuava il discrimine fra le due categorie nello stile: sciatto quello della narrativa commerciale; ricercato invece quello della vera letteratura. Più o meno lo stesso discorso vale per il giochino di twitter, che resta un esercizio senza valenze prescrittive, ma che è sintomatico di un’attenzione al linguaggio molto diffusa fra gli addetti ai lavori, il cui compito è essenzialmente quello di selezionare la gran messe di inediti che aspirano alla pubblicazione. Questo giochino poi ha figliato, tanto che su facebook è apparsa la variante sulle espressioni automatiche, quelle in cui si associa in modo meccanico un sostantivo e un aggettivo.

A me questo atteggiamento non convince. Lo trovo scontato, ben più di quanto lo siano le parole o le espressioni condannabili per questo motivo. E la dimostrazione è proprio Houellebecq, la sua scrittura, estremamente piatta e semplice. Non sto dicendo che quello sia lo stile migliore. Non sarei neppure credibile. Il mio romanzo è stato criticato da alcuni proprio per il suo linguaggio forbito, per l’eccesso di parole ricercate che sono parse uno sfoggio di cultura. Sto dicendo che lo stile è la nostra voce, l’impronta di ciò che si è su ciò che si fa, e che ciascuno ha il suo modo di esprimersi, il suo linguaggio. A volte ricco ed esuberante, come quello di Gadda, a volte secco e violento, come l’argot di Céline, a volte paranoico e ossessivo, come le ripetizioni di Bernhard e l’anacoluto di Nori, e altre volte prosaico e dimesso, come quello di Carver o di Houellebecq. Chi si appella a Queneau non capisce che un conto è padroneggiare diversi registri espressivi, un altro usarli a vanvera o per épater il lettore. La mia impressione è che un malinteso Gadda ha indirizzato la nostra narrativa verso delle sterili secche linguistiche, che solo agli occhi di uno sprovveduto sono sinonimo di raffinatezza.

Avevo già fatto il paragone col gioco di società Taboo, ora provo a esplicitarlo. In questo gioco si pesca una carta con scritta una parola e, senza mostrarla al proprio compagno di squadra, bisogna suggerirgliela evitando di dire i cinque sinonimi più comuni. Ecco, la nuova narrativa italiana, quella insegnata nelle scuole di scrittura creativa, incentivata da parecchi editor, premiata e recensita sui giornali, e che però già a Chiasso svapora all’istante, spesso esibisce lo stile Taboo, non solo con scelte lessicali eccentriche, ma anche con un eccesso di metafore ingegnose. Ricordo il brillante l’esordio di Viola Di Grado, salutato a ragione dalla critica con toni entusiasti (Giovanni Pacchiano sul Domenicale del Sole 24 Ore disse “Se c’è giustizia a questo mondo farà piazza pulita dei premi“, e difatti vinse il Campiello Opera Prima), che rimarcavano però tutti lo stile sorprendente, più che la struttura del racconto o la caratterizzazione dei personaggi (come Camelia, sua madre, Wen), appoggiandosi a metafore tipo “le chiome degli alberi che sembravano appena uscite dal parrucchiere”, o ”a Leeds tutto ciò che non è inverno è una band di apertura che si sgola due minuti e poi muore”.

Sono convinto che ci sia un nesso fra questo tipo di scrittura e il suo provincialismo, oltre al sostanziale disinteresse che suscita nel lettore medio italiano. Rifugiarsi nel comodo alibi del pubblico pigro e della qualità che non vende non fa che protrarre l’errore. L’esordio di Houellebecq ebbe una tiratura altissima, fu tradotto in tutto il mondo, e oggi gran parte della critica considera il suo autore un classico contemporaneo e gli ha assegnato i riconoscimenti più prestigiosi come il Goncourt. Tuttavia nelle sue pagine quasi non trova cittadinanza l’imperativo “show don’t tell“. Sono infarcite di ciò che da noi è considerato blasfemo: una voice off molto presente, frequenti annotazioni saggistiche, pochi dialoghi, una lingua piana e quotidiana. Ma si esprime così perché le sue storie lo esigono, i suoi libri sono redatti come un referto autoptico, quello di un’autopsia morale, l’autopsia del desiderio. Un critico di peso – di quelli con cattedra all’università, che leggono solo conterranei, curano collane editoriali, presidiano giurie di premi e terze pagine – col quale mi sono scontrato spesso discutendo di letteratura, quando facevo il nome di Houellebecq replicava seccato: “Houellebecq non è nessuno”. Sì, per chi non sa distinguere un tartufo da una patata (con tutto che io fra un risotto al tartufo e delle buone patate al forno preferisco le seconde).

Guarda che non sono io

dicembre 18, 2012

Roma è piena di vip. In tre anni qui ne ho visti più che in 47 a Milano. E c’è pure un atteggiamento diverso nei loro confronti, da parte della gente comune, a Roma rispetto a Milano, forse proprio per il gran numero. I milanesi sono più discreti, li notano ma non li importunano; mentre i romani li avvicinano ma lo fanno con una certa familiarità, come di chi appunto ci ha a che fare tutti i giorni. A Prati, il quartiere che bazzico più spesso, se ne incontrano a ogni angolo, credo anche per la presenza della Rai nelle vicinanze. Qualche settimana fa avevo incrociato Francesco De Gregori in via Sabotino, all’altezza del bar Antonini. Camminava tutto solo sul marciapiede con due sacchetti della spesa e la sua solita aria sgualcita, la stessa che non dissimula nelle occasioni pubbliche, quando fa un concerto per esempio. Indossava un cappottone liso e un cappello floscio, procedendo a lunghe falcate distratte con lo sguardo basso. Oggi mi è venuto in mente quando ho ascoltato questo suo brano alla radio, mentre aspettavo in macchina che il piccolo terminasse la lezione di musica. Intorno a me c’era la tipica frenesia natalizia, un andirivieni continuo di auto e persone con pacchetti regalo, ma io ero come ipnotizzato. L’ho trovata bellissima, al pari dei suoi grandi successi del passato. E penso che esprima qualcosa di profondo sul rapporto fra gli artisti famosi e la gente comune, sulla presunzione da parte nostra di conoscerli attraverso le loro opere.

Gli scrittori in genere sono meno esposti dei cantanti o degli attori agli inconvenienti della fama, non vengono importunati tanto come questi ultimi. Sono figli di un dio minore. Però anche gli scrittori, sia quelli noti che quelli sconosciuti come me, potrebbero dire lo stesso. Alle presentazioni chi legge crede di conoscere intimamente chi scrive, e questo in virtù del fatto che lo ha letto. La domanda più frequente, sulla quale s’interrogava anche Franzen nella sua ultima raccolta di saggi, è proprio “quanto c’è di autobiografico?”. Vogliamo una conferma, sospettiamo che ogni libro sia un documento fedele della personalità del suo autore, lo strip-tease della sua anima. Io, quando andavo a una presentazione, lo pensavo, e magari solo per timidezza evitavo di chiederlo. Anche per questo inserii la citazione di Walcott in esergo al mio romanzo (“C’è una memoria che nasce dall’immaginazione e dalla letteratura e non ha nulla a che vedere con l’esperienza effettiva. È, di fatto, una vita parallela“), per sviare dalle facili identificazioni. Tuttavia questo avviene ugualmente, e non c’è avvertenza che valga come dissuasione. Forse perfino la scarna nota dei ringraziamenti che misi in conclusione, dove parlavo di arazzo patchwork composto da citazioni altrui, era un monito di quel tipo, come a dire: guarda che molte di quelle parole non mi appartengono. Guarda che non sono io.

Qualche mese dopo l’uscita del mio romanzo salii a Milano per partecipare a un dibattito letterario che andava in onda in tarda mattinata su un’emittente televisiva privata. Poi raggiunsi mia madre a Monza per l’ora di pranzo. Mangiammo assieme e mi disse che in tv venivo male, sembravo più grasso e vecchio di com’ero. Al momento dei saluti, per andare a prendere il treno che mi avrebbe riportato a Roma, mi chiese di fermarmi un attimo al bar di un suo conoscente. Questi aveva letto il mio libro e le aveva detto che gli sarebbe piaciuto averlo autografato. Così, di passaggio verso la stazione, entrai per salutarlo e farci due chiacchiere. Fu molto gentile. Non si parlò del libro, mi domandò solo come mi trovavo nella capitale. Risposi che ero contento di essermi trasferito, e che Roma era una città accogliente. Lui mi guardò in modo complice e, calcando molto sull’ultima parola, affermò: “è una città che ti ha … adottato“. Firmai la sua copia e annuii sorridendo con un po’ d’imbarazzo. Era certo di aver colto il nocciolo della mia vita, di essere entrato in contatto con il mio segreto più intimo e sofferto, quello che ero riuscito a confessare soltanto per iscritto. Forse lo avrei deluso se gli avessi rivelato che era una bugia, una banalissima “licenza poetica”. Uscendo pensai che in fondo era un complimento. Se così tanta gente ci aveva creduto, compresi alcuni amici d’infanzia, voleva dire che ero stato convincente, che la storia aveva funzionato.

ancora Cortázar

novembre 30, 2012

corti2Non riesco a mollare Cartas a los Jonquières. Mi rigira per le mani da un sacco di tempo e non mi decido a riporlo sullo scaffale della libreria come una lettura archiviata. Ogni tanto provo a tradirlo con altri libri ma la nostalgia ha il sopravvento e torno sui miei passi. Lo apro appena ho un momento libero: vado in bagno e ne sbircio una pagina; in tv è una noia e allora l’ascolto in sottofondo mentre sfoglio qualche brano sul divano; prima di addormentarmi cerco su Google Earth i suoi domicili, guardo le foto delle case che abitò, mi immagino come potevano essere sessant’anni fa.

A Parigi, che perlustrò metro a metro con le sue lunghe gambe, Cortázar visse in rue d’Alésia 91, nel XIV arr.; poi in rue Le Regrattier 28, vicino a Notre Dame; in rue Mazarin 54, la via dei numismatici nei pressi di Saint-Germain-des-Pres; in rue Broca 91, dalle parti di Montparnasse; in rue Pierre Leroux 24 bis, nei dintorni de Les Invalides; a place du Général Beuret 9, dove scrisse Rayuela e dove tuttora risiede la prima moglie Aurora Bernardez; in rue Martel 4, a Porte Saint-Denis. E ancora a Vienna nella pensione Suzanne, 4 Walfischgasse. Quindi nell’appartamento n°32 del Residence Saint James in rue Versonnex 3, a Ginevra. Poi a Firenze in via della Spada 5, vicino al Duomo; e a Roma in via di Propaganda Fide 22, interno 3.

Quella di Roma l’ho visitata di persona, è nei pressi di Piazza di Spagna. Oggi è un indirizzo proibitivo, roba per ricchi, nel ’52 lui e Aurora (Julio adopera sempre la formula cavalleresca: “Aurora y yo“) vi presero in affitto una camera per pochi soldi dalla famiglia Sanvitale. La sera porto a spasso il cane e fantastico di inserire in qualche modo il carteggio nel mio secondo romanzo, vorrei che l’amore che gli porto fosse presente anche lì, lasciasse una traccia sulle mie pagine, magari con un personaggio che lo sta traducendo oppure leggendo come me.

Appena uscito l’articolo su l’Unità mi sono reso conto di quante lacune c’erano, anche per lo spazio limitato a disposizione sul giornale, e allora vorrei  colmarle, spiegare perché è un libro eccezionale, ma di certo dimenticherò altre cose, e poi magari sono solo fisime mie, ho sempre avuto ossessioni monomaniacali, probabilmente Cortázar è una di queste e la fissa per questo epistolario presto passerà. Non saprei neppure spiegare bene che ha di speciale questo libro, se non che non è un vero e proprio libro. Molti testi – in genere i peggiori – si sente che avevano l’ambizione di diventare un libro, cioè che quando venivano scritti i loro autori li immaginavano già con la forma del libro e nelle mani di un pubblico che li avrebbe letti con attenzione. Un pubblico vasto e indistinto, fatto di uomini e donne, giovani e vecchi, gente attenta e gente distratta. Questo peccato originale non è così infrequente, ed è tale solo quando viene avvertito dal lettore. Somiglia al passo indietro del pittore, che interrompe il suo lavoro per rimirare con distacco la tela che sta dipingendo, e inclina il viso provando a guardarla come la guarderebbe un estraneo, appunto il visitatore di una mostra.

Invece gli epistolari, soprattutto quelli degli scrittori non ancora famosi, ne sono esenti. E’ il loro bello. Sono confessioni private rivolte a un singolo e ritraggono fedelmente chi li scrive. Il ritratto di Cortázar che ci restituisce questo carteggio è quello di una bella persona, oltre che di un grande scrittore. Un uomo che visse con ottimismo anche gli anni d’indigenza e anonimato. Lontano dalla patria e dagli affetti, e tuttavia fiducioso nel proprio talento e nel mondo, e pieno di premure con l’amico e pure con la moglie dell’amico, alla quale scrive delle lettere personali di minor interesse per il lettore perché tradiscono la poca complicità fra i due, ma ugualmente indicative della sua cura degli affetti, del suo desiderio di non escluderla dal dialogo.

Poi colpiscono certi episodi intimi di Julio e Aurora, raccontati con un pudore e una delicatezza struggenti. La felicità contagiosa di quando si trasferiscono in una doppia camera in subaffitto al posto delle solite stanze singole, l’abitudine di addormentarsi tenendosi per mano, i problemi con la suocera, che vorrebbe che la figlia tornasse a Buenos Aires e le tenesse compagnia, il racconto del Natale romano del ’54, e il regalo della sottoveste alla Rinascente di via del Corso, dove oggi è Zara.

M’immagino la commessa che lo servì, ignara del genio che ebbe di fronte seppur per pochi istanti; così come i tanti che lo incrociarono in quegli anni, quelli per esempio che gli diedero un passaggio in autostop durante i suoi viaggi in Italia (per raggiungere Firenze da Napoli ne chiese nove!). E la notte del febbraio ’55, in cui Julio sveglia Aurora per farle prendere un antibiotico e lei è contrariata, perché stava sognando “una estupenda novela policial” ed era sul punto di scoprire l’assassino. E infine l’esilarante (e politicamente scorretta) cronaca scatologica del viaggio in nave (22/10/54) verso Dakar con la C.G.T.M., la Compagnie Générale des Transports Maritimes, il cui acronimo lui ribattezza con Cómo Güele Tanta Mierda, perché accanto alla sua minuscola cabina c’è l’olezzante gabinetto di terza classe per donne.

En este gabinetto ocurre un fenómeno de desconcierto universal, topológico y geográfico, que sólo Rabelais podría describirte como se debe. Entérate tan sólo de que el barco (viejo, atroz, lentisimo) está colmado de inmigrantes napolitanos (horresco referens!), grupos de armenios, y bandas de gallegos. Para las mujeres y su incontables hijos, el gabineto de referencia ofrece la insinuación bastante explícita de un rotundo buraco en el medio, y dos sólidos apoyos de piedra donde poner los zapatos. Ahora bien, como el psicoanálisis tiene probado que el agujero, el orificio es uno de los principales temas obsesivos del homo sapiens, ocurre que tanto las tanas como las hijas de Mahoma parecen retroceder ante el que la sanidad les pone por delante, como si la presencia de ese agujero le pusiera en peligro el propio, o algo así. La cuestión es que la sintonía, la concordancia, la coincidencia lógica no se produce, y al cabo de poco rato, en este gabineto y en todos los demás (pues me los tengo inspeccionados a todos) te encuentras con que el agujero funcional rutila y resplandece, mientras alrededor, en los bordes, en el techo, en las paredes, contra la puerta y fuera de la puerta, se alzan con toda la gama de las coloraciones nacionales y dietéticas, las pirámides fumantes y probatorias de la triste condición humana. A este paisaje marcadamente orográfico se suma la hidrografía adicional que provocan los rolidos de esta mala bestia náutica. Todo el aserrín del mundo no bastaría para cubrir la capacidad vomitiva de los hijos de Cumas, Baia y el Vesuvio. Para mí que Pompeya acabó cubierta de vomitadas: presentaré la tesis en algún congreso [...]“.

Sarà per la coincidenza delle iniziali, che in spagnolo sono le stesse, ma oggi per me lui rappresenta lo spartiacque della Letteratura, tanto che la dividerei cronologicamente in a.C e d.C.

(la foto fu scattata negli anni 70 nella casa provenzale di Saignon, e il gatto dovrebbe essere Theo, chiamato così in onore di Adorno)

Una vera scrittrice

novembre 24, 2012

di Luigi Mascheroni

Rassicurando i lettori italiani, con un tweet che vale più di qualsiasi stroncatura, qualcuno ha ironizzato: «Philip Roth ha smesso di scrivere? Niente paura, la Littizzetto continua».

Senza ironia, invece, ma scivolando nel grottesco, su La Stampa di qualche giorno fa Gabriele Ferraris ha recensito il nuovo libro di Luciana Littizzetto Madama Sbatterflay (Mondadori) parlandone come di un «evento editoriale», «perché stiamo parlando di una vera scrittrice», una scrittrice con «quel suo inconfondibile stile, quella sua voglia di raccontare vizi e vezzi della contemporaneità con disincanto e, insieme, passione». «Una scrittrice vera». «Con buona pace dei critici spocchiosi».

Con buona pace dei critici di bocca buona, Luciana Littizzetto non è una scrittrice. È una comica di successo che scrive sketch raccolti in un libro. Che è un’altra cosa. Brevi monologhi pensati per il palcoscenico televisivo e finiti in pagina, che in alcuni casi fanno ridere, in altri no. Madama Sbatterflay, ad esempio, a parte il capitolo-sketch «Appello agli uomini», non a caso anticipato dalla Stampa, non fa ridere. Capita. Capita anche, però, e sempre più spesso purtroppo, che si tenti di far passare una brava cabarettista-attrice per scrittrice tout court, soltanto perché pubblica un libro, o collabora con un quotidiano. Soltanto per caso lo stesso che lo recensisce, gridando al capolavoro. Facendo tre danni in un colpo solo: a chi scrive il pezzo e al giornale che lo pubblica, che si coprono di ridicolo; al recensito, che di sicuro ha un senso delle proporzioni e dell’(auto)ironia superiore al recensore; e al lettore, che crede di avere di fronte Achille Campanile, o Carletto Manzoni, o anche solo il Paolo Villaggio di Fantozzi, e invece si ritrova in mano un libro della Littizzetto. Che peraltro s’intitola Madama Sbatterflay, dove la «madama» è proprio quella cosa lì, la fissazione, più che degli uomini, di tante donne, che la mettono in mostra ogni volta che possono, al cinema, sui calendari, in televisione, su Internet e nei libri, come questo, dove si parla solo di “quella”, declinandola in tutti i sinonimi, le allusioni e le situazioni possibili, come da titoli dei capitoli: «La jolanda con la permanente», «La farfallina», «Imene perenne», «Le smutandate». Oppure, con un ribaltamento di Walterschauung, passando da “quella” a “quello”: «Il bell’addormentato nei boxer», «Il pacco in bagno», «Il bandolero stanco», «Preservativi griffati per walter di classe». Dove il “walter” è esattamente quel coso lì, per il quale le donne hanno una vera fissazione.

Fissata per gli organi genitali, maschili e femminili, per tutte le sfumature possibili dei rapporti sessuali, per «Supposte miracolose», «Auto a pipì», «Cremine anticoncezionali», «Chi arriva prima» all’orgasmo, «Le tette di Kate», «Lo scaldawalter», «Il piscivelox» (sono i titoli dei rimanenti capitoli), la Littizzetto usa ed abusa, e stufa, del genere porn-mom. Che non ha mai tirato così tanto. Luciana Littizzetto non è una mamma, neppure porno, eppure ci gioca pensate col gioco più vecchio del mondo. Senza neppure una particolare originalità. Ma con un supporto mediatico, alimentato dal potentissimo salotto editoriale di Fabio Fazio, che la lancerà nella top ten delle classifiche di vendita prima della fine della settimana. E tutto questo col pericolosissimo supporto di certi critici compiacenti cui sfugge il senso della misura, e lo sconfortante smarrimento dei lettori che rischiano di confondere, come già sta succedendo in politica, un comico per un genio.

Non basta scrivere un libro per essere scrittori. E non basta leggerlo per essere dei critici. La lettura, notoriamente, è qualcosa di più complesso. Soprattutto «la Lettura», l’inserto culturale della domenica del Corriere della Sera: un supplemento ricchissimo, molto curato e corposo, che parla di libri e letteratura, di media e nuovi linguaggi, che guarda all’arte, alla storia, alla filosofia, al design con firme prestigiose, italiane e internazionali. Domenica scorsa ha festeggiato il suo primo compleanno sul palco della leggendaria sala Buzzati, a Milano. E chi era l’ospite d’onore della festa del più importante inserto culturale del più prestigioso quotidiano italiano, seduta accanto al direttore Ferruccio de Bortoli? Luciana Littizzetto. Non una grande firma della «Lettura»: Claudio Magris, o Francesco Piccolo, o Alessandro Piperno, o Erri De Luca… No. Luciana Littizzetto. Avvalorando l’idea – scorretta e pericolosa, e di certo neppure condivisa dalla diretta interessata – che si tratti di una grande scrittrice. E può essere una giustificazione il fatto che i libri della Littizzetto vendano molto? Difficile. Altrimenti E.L. James, l’autrice di Cinquanta sfumature di grigio, dovrebbe dirigere il supplemento letterario di The Times. Cosa che non è. In Inghilterra. Ma in Italia, chi può dirlo?

la pelle di zigrino

agosto 17, 2012

C’è chi pensa che i buoni libri debbano vendere poco. Per esempio Gilda Policastro, che su fb affermò, qualche mese dopo l’uscita del suo romanzo, che se vendi molto ti devi chiedere dove hai sbagliato. E c’è chi pensa che chi sta in alto (in classifica) sia meglio di chi sta in basso, come disse Alessandro Baricco commentando il successo dell’autobiografia di Del Piero nella conferenza tenuta all’ultimo Salone del Libro. Per me non si tratta di numeri, però il criterio con cui si riconosce la buona letteratura ha a che fare coi lettori, perché i buoni libri deludono sempre un po’, ma solo dopo averti illuso fino in fondo, nel senso che si riconoscono dal fatto che prima creano delle aspettative e poi le disattendono. Ovviamente non è il genere di delusione di quando ci si aspetta un buon libro e ci s’imbatte in una ciofeca. Le aspettative disattese sono più del tipo di Zainesh, l’amica eritrea che mi disse: “quando rileggo Anna Karenina spero sempre che non si ammazzi”. Deludente quindi in opposizione a “consolatorio”, che è l’epiteto con cui la critica liquida di solito la cattiva letteratura. Deludente perché non ti dà ragione, non ti blandisce, non ti conferma nei pregiudizi. Ti aspetti che il protagonista di Vergogna salvi alla fine il cane storpio e invece no, ti delude, lascia che venga soppresso, ma quell’abbandono è in realtà un gesto d’amore, una pietosa eutanasia. E’ che l’intrattenimento puro e la cripticità elitaria sono in fondo due opzioni ugualmente seduttive e mistificanti. Un buon libro non è una finestra su Gardaland e neppure la dimostrazione della congettura di Poincaré. E’ come la pelle di zigrino: più esaudisce i desideri e più accorcia la vita (interiore).

Baricco oratore

giugno 4, 2012

Un’ora e sei minuti, senza annoiare mai. Conosco scrittori che scambiano il situazionismo per l’animazione da villaggio vacanze, e così fanno i saltimbanchi alle presentazioni, convinti che il pubblico vada intrattenuto non tanto con le parole, ma con le smorfie, gli abiti da pagliaccio, le performance; e ciononostante li si segue con grande sforzo. Qui invece c’è un uomo in camicia seduto a una poltrona: non si alza mai, il registro è monocorde, ogni tanto beve dell’acqua poggiata sul tavolino davanti. L’unico intrattenimento è l’intelligenza delle sue osservazioni, il modo semplice con cui le esprime, la passione che trasmette. Capisci perché il suo programma sui libri aveva successo, e perché ha fondato una scuola di scrittura: sa parlare e sa farsi ascoltare. Non è un talento da poco, soprattutto se si ha intenzione di comparire in tv. Da Fazio qualche mese fa era ospite uno dei migliori scrittori della mia generazione e non aveva un briciolo di quell’attrattiva, pur essendo infinitamente più bravo a scrivere di Baricco. Il punto è che le due cose non sono connesse. La narrativa di Baricco non ha grande spessore, ma lo ascolto sempre con attenzione. Spesso non condivido quanto dice. Per esempio qui lamenta la bruttura di alcune abbreviazioni del gergo adolescenziale da sms, come fossero i sintomi di un evidente atrofizzazione del pensiero, mentre sono perfettamente in linea con le abbreviazioni antiche, perché in entrambi i casi l’economia espressiva era dettata da esigenze economiche e di spazio (come insegna l’epigrafia). Ma non conta questo, o conta fino a un certo punto. Conta che chiunque debba parlare in pubblico (e il mestiere di scrivere a volte lo comporta) ha qualcosa da imparare ascoltandolo e studiandolo, a partire da come ti fa sentire partecipe della costruzione del discorso, che non risulta mai ripetuto a macchinetta o calato dall’alto, ma sembra faticosamente imbastito lì per lì apposta per te. E vale la pena ascoltarlo anche quando dice solenni sciempiaggini, come il paragone con Del Piero (al 45’40″ sostiene che l’autobiografia di Del Piero in vetta alle classifiche di vendita è come se lui giocasse a calcio in una partita importante e alla fine Sky lo premiasse come miglior giocatore del match; stabilendo così un’equazione, a lui molto favorevole, fra qualità e vendite).


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