Archivio per la categoria ‘spigolature’

I non uomini

marzo 29, 2013

no_alcool

Per i soli papà, Giorgio vorrebbe brindare degnamente alla sua laurea. Vi convocherò dunque presto per una drinking session. Astenersi perditempo, astemi e salutisti vari (insomma, i non uomini).”

Questo è un sms che è stato spedito di recente a un mio amico. Liquidarlo come l’opera di un cretino sarebbe troppo comodo, soprattutto perché a ragionare in questo modo, pensando di essere simpatici, sono tantissimi, non pochi casi isolati. Negli anni, la mia condizione di astemio mi ha attirato centinaia di sfottò e pure diversi insulti; tanto che potrei stenderne un elenco divertente e istruttivo. I più gentili, quando se ne accorgono ti chiedono se professi una religione contraria agli alcolici, oppure se hai dei problemi fisici che te lo impediscono. La semplice verità che qualcuno non beva alcool perché non gli piace non è contemplata. Io non ne vado particolarmente fiero. Ci sono nato così, forse mi manca il gene apposito, dato che nessuno della mia famiglia beve se non occasionalmente per un brindisi. So che ne guadagno in salute, ma ogni tanto ho desiderato di essere un po’ meno vigile a me stesso e un po’ più simile agli altri. Perdere qualche freno inibitorio, soprattutto da pischello, magari per trovare il coraggio di farsi avanti con una che mi piaceva, non mi sarebbe dispiaciuto per niente. Oppure alla prima uscita con una donna, quando si va al ristorante per una cenetta a lume di candela, e io so da subito che al momento delle ordinazioni il mio non bere vino, o farla bere da sola, suonerà come un’unghiata sulla lavagna e sarà un pessimo incipit per quel rapporto. Ciò che non finisce di sorprendermi è quanto tenace e resistente sia questo pregiudizio machista sul fatto che gli uomini veri bevono alcolici. Neppure la moda del politically correct, che tutela tutte le minoranze, è riuscita a estirparlo o attenuarlo. Per non parlare poi delle evidenze medico-scientifiche. Perché se c’è una cosa certa a questo mondo, a proposito di uomini veri versus non uomini, è che il bere alcool rende molto più difficile l’erezione.

Differenze

marzo 26, 2013

polverini_renataIeri da Iacona parlavano della Casa di Peter Pan di Roma, una onlus che accoglie e ospita bambini malati di tumore assieme ai loro genitori, soprattutto quelli residenti fuori dalla capitale, e che ci vengono per seguire le cure negli ospedali romani. E’ gestita con grande passione da un gruppo di volontari e non prende un euro di finanziamento pubblico. Sta in affitto in uno stabile di proprietà della Regione Lazio. La giunta Polverini, poco prima di dimettersi, gli ha aumentato il canone da 6.000 a 35.000 euro. Avevano deciso di chiudere. Già lavoravano gratis e si autotassavano per pagare bollette ed affitto, ma a quelle cifra non potevano arrivare. Zingaretti, nella sua prima uscita ufficiale, è andato a visitarla e ha assicurato che concederà presto il comodato d’uso gratuito. La proprietà così resterà alla Regione ma non dovranno più pagare l’affitto. Quando dicono che destra o sinistra è uguale, non credeteci.

 

La passione per le eccezioni

marzo 22, 2013

roberto-calasso-03Domenica pomeriggio sono andato a Libri come, la bella manifestazione letteraria organizzata da Marino Sinibaldi che si svolge nel mese di marzo negli spazi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Ho assistito prima a un incontro con Richard Ford presentato da Sandro Veronesi, in cui ho potuto gustarmi il temporale d’intelligenza di questo vecchietto brillantissimo che è uno dei pochi grandi scrittori in circolazione; e poi mi sono trasferito al Teatro Studio per ascoltare Roberto Calasso, che parlava della sua casa editrice e dello stato dell’editoria italiana. Di recente avevo letto con piacere e profitto il suo La Folie Baudelaire, ma ero pure interessato a sentire la storia di Adelphi, come nacque e come si è trasformata da una wunderkammer di testi raffinati ed eterogenei in un marchio con un’identità fortissima. Il confronto con Ford purtroppo è stato impietoso. Da un lato c’era una persona che ha incantato l’uditorio in modo del tutto spontaneo, e dall’altro c’era un signore che voleva a tutti costi sembrare colto. Non ne aveva alcun bisogno, perché tutti glielo riconoscono, eppure si sforzava di apparire tale. Ogni sua frase conteneva diverse parole straniere: il tedesco soprattutto, com’era scontato, ma pure l’inglese, il francese, lo spagnolo ecc. Spesso poi erano erano parole superflue, cioè quasi identiche a quelle equivalenti italiane. Per esempio a un certo punto ha definito un libro “seminal, come direbbero in America”. Ma l’affermazione più sconcertante gli è scappata in un rigurgito di patriottismo, quando ha detto di non sopportare le lamentele sulla scarsa propensione alla lettura degli italiani, e ha citato il caso illuminante delle poesie della Szymborska, edite da Adelphi, che raggiunsero le vette delle classifiche di vendita in seguito al consiglio di Saviano fatto a Che tempo che fa. Poi ha aggiunto con orgoglio che in nessun altro paese del mondo era mai successa una cosa del genere. Perfino in Germania, dove si vende un numero di libri di poesie dieci volte superiore al nostro, questo era inconcepibile. E’ proprio vero, l’italiano disprezza le regole e ama le eccezioni.

La simpatia

marzo 20, 2013

de_gregori_1Per una curiosa coincidenza, pochi giorni dopo aver scritto questo mi è capitato di uscire a cena con Francesco De Gregori. Avevo ricevuto l’invito da un amico comune che conduceva alla radio insieme a De Gregori un programma sul cinema, e così sono andato con la mia fidanzata al ristorante da Nello in via Montesanto 19 a Roma, nel quartiere Prati. Arrivati in anticipo abbiamo visto una tavolata da sedici posti tutti vuoti, e ci siamo accomodati nel fondo, pensando che gli saremmo stati lontani, dovendosi lui porre al centro. Subito dopo di noi è arrivato lui con la sua donna, ci ha salutato e si è seduto a fianco a me. Io ero rosso in volto e parlavo a monosillabi, lui invece era molto cordiale e in vena di battute. Poi sono arrivati gli altri e abbiamo cominciato a mangiare. Si discuteva di film e, diversamente da quanto potessi immaginare, De Gregori esibiva un gusto molto camp, in sintonia con gli altri del gruppo. Diceva di aver apprezzato il film con Checco Zalone, e io gli ho chiesto se avesse visto l’imitazione di Vendola fatta dal comico pugliese, al che lui ha detto di averla trovata irresistibile. Poi gli ho riferito un commento di Cortazar sui film di Antonioni che lo facevano dormire, letto nell’epistolario dell’argentino, e che ricalcava la celebre sentenza del personaggio interpretato da Gassman ne Il Sorpasso, quando diceva che Antonioni gli aveva fatto fare una bella pennichella; al che è intervenuto Marino Sinibaldi, che ha raccontato di aver letto con gusto I cosmonauti dell’autostrada. Insomma c’era un’atmosfera informale, e De Gregori sembrava a suo agio. Si prendeva in giro, raccontava che al cinema lui era uno spettatore maniacale, di quelli che sentono scartare una caramella a metri di distanza, e che da quel momento aguzza l’udito finché non ne sente scartare un’altra. Tra un piatto e l’altro usciva a fumare una sigaretta e molti di noi lo seguivano. Alcuni si complimentavano per le sue canzoni, e io pensavo a Guarda che non sono io, dove sembrava non gradire quel tipo di apprezzamenti. Così a un certo punto gli ho chiesto se conosceva il racconto “Io e Borges”, come pretesto per parlargli della sua canzone. Lui ha risposto seccato di no, come se gli avessi evidenziato una lacuna culturale. Ho spiegato che quel racconto parlava dello stesso tema di Guarda che non sono io, e lui ha risposto che era consapevole di non aver inventato niente. Il tono era infastidito, e si è quasi girato dandomi le spalle. Ho farfugliato qualcosa sul fatto che lui aveva sviluppato quel tema in modo molto originale, ma ormai De Gregori mi ascoltava appena, e da quel momento in pratica non ho più avuto modo di parlarci.

La simpatia non è mai stata il mio forte. Perlomeno non la simpatia immediata, quella che si ispira a chi hai appena conosciuto. Nonostante mi sforzi, o forse proprio perché mi sforzo, il risultato è sempre stato deludente. Posso essere simpatico a chi mi conosce bene, ma di primo acchito non lo sono quasi mai a nessuno. Rincasando in auto con la fidanzata ero un po’ triste, ci tenevo a fargli una buona impressione, De Gregori era un mio mito sin da ragazzo e molti suoi pezzi li considero dei capolavori. Riferendole l’episodio lei mi ha detto che avevo sbagliato approccio, che non avrei dovuto interpellarlo in un modo così aggressivo (“Conosci il racconto Io e Borges?“), e penso che abbia ragione. So che tutto questo mi penalizza. Oggi la simpatia è una qualità professionale, cioè aiuta molto anche sul lavoro, al di là delle competenze professionali. Ci sono folgoranti carriere costruite solo su quello. Penso a Benedetta Parodi, che sa cucinare a malapena; a Beppe Severgnini, che scrive al massimo delle cose di buon senso; o a Fiorello, che non sa fare nulla di speciale ma è di una simpatia travolgente. Perché le occasioni di lavoro nascono anche così, da una simpatia umana grazie alla quale ti viene concessa un’opportunità. Se è vero, ha commentato la mia donna, allora sei spacciato.

la festa del papà

marzo 19, 2013

auguri_papaIl 19 marzo non sarà mai la mia festa. Lo pensavo stamattina, quando, come ogni martedì, l’ex marito della mia compagna è passato a prendere suo figlio per portarlo a scuola, e il piccolo gli ha dato un disegno con gli auguri per la festa del papà. Questo bambino passa molto tempo con me, più che con qualsiasi altro adulto. Lo porto a scuola quattro mattine su cinque, poi vado a riprenderlo tutti i pomeriggi e lo accompagno a musica e a rugby un paio di volte a settimana. Insieme ceniamo quasi tutte le sere, dopo il bagno gli asciugo i capelli, a volte lo porto in braccio a letto se si è addormentato davanti alla tv, ma non sarò mai suo padre, a me non darà mai un disegno come quello di stamattina. Essendo stato adottato dalla mia compagna quando aveva due anni e mezzo, io nei suoi confronti posso esercitare soltanto una paternità doppiamente vicaria, dopo quella del padre biologico e del padre adottivo.

Quando penso alla catena delle generazioni mi spaventa l’idea di essere l’ultimo anello, che dopo di me non ce ne sarà un altro. Se potessimo vedere come in una sequenza fotografica i volti di tutti i nostri antenati, dalla prima scimmia a nostro padre, sfilerebbe una galleria infinita di ritratti inquietanti perché estranei e al contempo familiari. Ognuno di noi è il prodotto di un numero incalcolabile di accoppiamenti. I nostri antenati si sono sempre riprodotti, spesso vivendo in condizioni terribili, con una grotta per casa, dovendosi procacciare il cibo tra carestie, pestilenze e guerre; ed io invece, che ho goduto delle condizioni più favorevoli per farlo, non lascio discendenti, spezzo questa lunghissima catena. Sono lo stadio terminale di un infinito processo evolutivo, l’ultimo in senso cronologico ma pure l’ultimo perché dopo di me non ci sarà più nessuno. Last and least.

La piazza del diamante

febbraio 12, 2013

rodoreda03Questa è la catalana Mercè Rodoreda, l’autrice di uno dei romanzi più belli che abbia mai letto, La Piazza del Diamante (Beat), uno dei rari casi in cui la letteratura si dimostra all’altezza della realtà. Un libro meraviglioso, indimenticabile, scritto con uno stile diretto, paratattico, semplicissimo, pieno di ripetizioni, alla faccia di chi sostiene che solo la cattiva letteratura dice ansia per dire ansia. E’ una fiaba ambientata a Barcellona durante la guerra civile, la storia di Natalia detta Colombetta, una piccola donna povera di parole ma colma di grandi sentimenti che alla fine imparerà a volare. Fortunato chi non l’ha ancora letta.

Uscirne bene

febbraio 4, 2013

2 SPAZIANI .inddLeggete questa intervista uscita ieri su Repubblica, è istruttiva. Io non conoscevo le poesie di Maria Luisa Spaziani, e dopo questa intervista non mi è venuta voglia di colmare la lacuna. La cosa impressionante, che per me è il contrario dell’essere scrittori, è il suo desiderio di “uscirne bene”. Far bella figura. Proporre di sé un’autorappresentazione nobile e positiva. A parte che non si dovrebbe mai scrivere per “uscirne bene”, perché chi lo fa per quel motivo non ha nulla da dire di profondamente autentico, ma è lo stesso desiderio di apparire tale che vanifica il risultato. Infatti, tranne giusto il Budda, in genere si desidera essere o avere ciò che non si è o non si ha. E poi che significa “uscirne bene”? Uscire da che? Da questa vita, con magari la promessa d’immortalità di un meridiano Mondadori, che oggi non si nega a nessuno e che nessuno più legge?

Sentiamola, ascoltiamone il sottotesto. Il padre non era un pasticciere, come dice l’intervistatore, ma aveva un’impresa di macchinari per dolciumi, cosa ben più importante. Ovviamente florida e ben avviata, che “per colpa della guerra e di un socio fetente” andò in rovina. Lei iniziò a lavorare come stenografa, ed era “eccellente”. I suoi amanti erano pazzi di lei, ma lei molto meno coinvolta. Il Meridiano ha rovinato la digestione a diverse colleghe, ma lei è magnanima e “non nutre sentimenti così bassi”, sebbene abbia provato piacere a immaginare quell’invidia. Poi le vanterie con Picasso, Borges, John Fitzgerald Kennedy, che avrà incrociato un secondo. E gli sprazzi d’orrore quando parla della figlia, fatta crescere dalla madre e dalla sorella, e di cui non rivela chi sia il padre. E infine quel lessico rispettabile, da anisetta, “mi consegno alla sua discrezione”. Che tristezza, la poesia italiana.

Homo sapiens

dicembre 31, 2012

Homo_sapiensLa letteratura che non amo vuol dire cose “intelligenti”, dell’homo sapiens è interessata all’aggettivo. Per me, più passa il tempo e più conta il sostantivo. Buon anno.

Il Palio dello Strega

dicembre 13, 2012

palioNell’ultima edizione del Premio Goncourt i finalisti erano tutti autori di editori medio-piccoli. Le grandi case editrici come Gallimard, Folio o Grasset sono rimaste escluse. Perché da noi questo è inconcepibile? Perché lo Strega, in 66 edizioni, è stato assegnato 24 volte a Mondadori, 12 a Rizzoli, 11 a Einaudi, 9 a Bompiani e le briciole spartite tra Feltrinelli e Garzanti? Perché da noi i premi letterari sono come il Palio di Siena, in cui più che i fantini (gli autori) contano i cavalli (gli editori), tant’è che potrebbero vincere anche da soli.

la letteratura Taboo

dicembre 7, 2012

tabuA volte penso che molta narrativa italiana formatasi alla scuola minimum fax-Orwell – comprendendo anche libri usciti con altri editori, come Storia della mia purezza di Francesco Pacifico o Il peso della grazia di Christian Raimo - intenda la scrittura al pari del gioco Taboo.


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