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Autografi

settembre 15, 2012

A me piace molto il quartiere latino di Parigi. Da qualche parte Emanuele Trevi ha scritto che Saint-Germain gli sembra falso, come il museo di se stesso, di quando era il crocevia delle discussioni intellettuali, con i due bar letterari e le cave esistenzialiste in cui si ascoltava il jazz. Io invece lo sento ancora autentico, forse perché non vado in cerca di quelle cose, non mi siedo al Deux Magots o al Flore sperando di rivivere gli anni di Sartre e compagnia. Certo abitarci è proibitivo, le case costano un’occhio e i turisti l’assediano in continuazione, ma in qualche angolo sopravvive ancora uno slargo di quiete, come in quelle belle piazzette confidenziali tipo Place Furstenberg.  Mi piace il quartiere latino perché è elegante e ci sento ancora una tradizione colta, di buon gusto, in chi lo frequenta, tant’è che è pieno di librerie aperte fino a tardi. Poi mi piace sbirciare i negozi di tessuti d’arredamento, la mia vita precedente, e ogni tanto entro in una libreria antiquaria dove vendono autografi d’artisti. Di un paio ricevo per posta pure i cataloghi. Lì dentro mi sento in un’oasi di pace e di cultura, come se la corsa del tempo si sospendesse. Mi faccio mostrare qualche lettera di Céline, una cartolina di Kafka o di Benjamin, e sono felice. Non me le posso permettere ma faccio come se fossi in un museo, per cui mi godo la solitudine e non mi rammarico di non poter comprare. E comunque prima o poi qualcosa prenderò, in fondo non sono carissimi. E la cosa più bella, per me, è che non ubbidiscono completamente alle ferree leggi del mercato, quelle di domanda e offerta. Il vero discrimine resta l’arte. Per esempio di Cioran o Benjamin esistono pochi autografi in commercio, perlomeno rispetto a Céline, che era un vero grafomane, eppure gli autografi di quest’ultimo valgono molto di più. Questo non perché Cioran e Benjamin fossero scrittori meno importanti di Céline, ma perché nelle loro lettere adoperavano uno stile più burocratico. Scrivevano “Gentile signore”, “cordiali saluti”, “la presente per dirvi” ecc; mentre Céline scriveva lettere e cartoline come i suoi libri, in argot, coi tre puntini di sospensione, il tono esclamativo e un po’ delirante, le similitudini sorprendenti. Sono, insomma, delle piccole opere d’arte, mentre le lettere di Cioran e Benjamin hanno un mero valore documentario. E poi quelle farmacie dello spirito le amo perché sono in via di estinzione. Fra poco spariranno, come i loro vecchi e dotti titolari. Con gli sms, le mail e Word non resterà più traccia fisica di un testo: niente correzioni, sbavature e grafia tipiche di una persona. Perfino le dediche sui libri sono a rischio, se s’imporrà l’uso dei tablet per leggere; e allora io voglio godermi almeno il tramonto di questo bel mondo.

Il turismo dell’orrore letterario

dicembre 20, 2010

Esiste un turismo dell’orrore che non suscita riprovazione verso chi lo pratica. Al contrario, è visto come qualcosa di nobile, un segno di elezione spirituale, eppure si nutre della stessa morbosità per la cronaca nera, sebbene non goda della medesima attenzione mediatica e non si avvalga di plastici e criminologi. Riguarda la letteratura, in particolare gli scrittori suicidi, ecco perché chi vi si dedica lo concepisce come un pellegrinaggio laico. L’aura smarrita dell’opera risorge più luminosa dalle ceneri di queste biografie maledette, omaggiate dagli adepti nel luogo del loro tragico epilogo.

C’è chi sosta in raccoglimento di fronte all’hotel torinese di Cesare Pavese; chi nella stessa città indugia sulle scale delle case di Primo Levi e Franco Lucentini; chi preferisce la meditazione mistica sul prato antistante l’abbazia di Chiaravalle per Antonia Pozzi; chi fa tappa in via del Corallo a Roma per Amelia Rosselli; e non sono pochi neppure coloro che visitano Ketchum in Idaho per Hemingway o Clermont in California per David Foster Wallace. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. D’altronde, che l’idolatria letteraria non fosse un’attività innocente l’avevano spiegato bene sia Coetzee in Elizabeth Costello che Stephen King in Misery. Certo, i pellegrinaggi letterari restano un fenomeno marginale rispetto a quelli musicali o cinematografici. Nessun indirizzo letterario potrà mai competere col mitico Chelsea Hotel di New York, però la natura ostile è la stessa, e non solo per il desiderio di scovare quelle povere spoglie nel loro più indifeso succedaneo, appunto l’ultima dimora, ma pure per l’atteggiamento predatorio con cui s’inquadrano nel mirino delle macchine fotografiche quegli spazi e per come si sfoderano le moleskine d’ordinanza su cui vergare pensieri ispirati. Armati delle migliori intenzioni, per carità, e tuttavia armati, anche se solo di un taccuino, non a caso ”d’ordinanza” in quanto strumento poliziesco, e “sfoderato” in quanto strumento d’offesa.

Fra questi utili baedeker segnalo Fine terra. Benjamin a Portbou, a cura di Carlo Saletti (Ombre corte, pp.168, 16 euro), un pregevole saggio che ricostruisce in dettaglio le ultime disperate ore del pensatore ebreo-tedesco in fuga dalla Francia occupata dai nazisti. Giunto stremato il 25 settembre 1940 nel villaggio catalano di confine, Walter Benjamin fu arrestato dalla polizia di frontiera spagnola con la minaccia di essere consegnato l’indomani alla Gestapo, in quanto privo dei documenti necessari per l’espatrio. Di notte, in una modesta pensione vicino al mare (la Fonda Francia), per evitare l’internamento in un lager si uccise con alcune pastiglie di morfina. Grazie ai resoconti dei suoi compagni di viaggio, oggi è possibile ripercorrere fedelmente il sentiero di montagna sul quale s’incamminò Benjamin, l’impervia route Lister, un trekking espiativo ideale per tutti coloro che vogliono coniugare escursionismo e cultura nella suggestiva cornice dei Pirenei.

Tentativo di esaurimento di un pellegrinaggio parigino

aprile 8, 2009

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Ci sono molte cose in Place Saint-Sulpice, ad esempio il Mercatino della Poesia. Quest’anno è alla venticinquesima edizione. La prima si svolse nel cortile d’onore della vecchia Biblioteca Nazionale, in rue Richelieu. Sono seduto al cafè de la Mairie, assieme a Francesco Forlani. E’ lui che mi spiega lo spirito di questa manifestazione, che attira una folla insospettabile di espositori e appassionati di poesia. Fra i curiosi che si aggirano per le bancarelle riconosco una coppia di italiani che erano sul mio stesso aereo low cost, lui rossiccio e lentigginoso e lei con gli occhi sporgenti come quelli dell’imperatore Commodo. Li avevo giudicati male per l’applauso all’atterraggio a Beauvais – che per me ha la stessa motivazione degli applausi ai funerali, cioè non un omaggio alla bravura del pilota o alla memoria del defunto, bensì un chiassoso sollievo per lo scampato pericolo –, ma la loro presenza qui li riscatta. (continua…)


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