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Come quando si nuota, si dorme o si ama

novembre 20, 2012

Fortunatamente Cortázar non abbiamo ancora finito di leggerlo. A distanza di ventotto anni dalla sua morte continuano a uscire inediti preziosi, tanto che a questo ritmo presto la mole delle pubblicazioni postume supererà quella di quando era in vita. Si tratta soprattutto di lettere, come Cartas a los Jonquières, il bel volume edito da Alfaguara che raccoglie circa un centinaio di missive e cartoline indirizzate all’amico Eduardo e a sua moglie Maria nell’arco di più di trent’anni, dal 1950, la vigilia del suo trasferimento a Parigi, fino all’84, pochi mesi prima di morire. I due si conoscevano dai tempi della scuola Mariano Acosta di Buenos Aires, quando scrivevano su Addenda, la rivista letteraria del collegio.

Vuole la leggenda, in parte alimentata dallo stesso scrittore, che da giovane Cortázar conducesse una vita ritirata e dedita unicamente alla lettura. In realtà amò sempre circondarsi di amici coi quali condividere le sue passioni culturali, e questo carteggio con Eduardo Jonquières, che fu poeta e pittore, ne è la dimostrazione evidente. Il grosso delle lettere fu scritto negli anni Cinquanta, perché nel ’59 Jonquières e famiglia traslocheranno pure loro a Parigi, e quindi le occasioni di sentirsi diventeranno più facili, ciononostante il rapporto epistolare s’interromperà solo con la morte di Julio. Purtroppo non si sono salvate le lettere di Eduardo, di modo che le sue parole vanno indovinate attraverso quelle di Cortázar.

I temi trattati sono diversi. Julio racconta gli inizi stentati a Parigi, la ricerca di un lavoro stabile, i continui cambi di domicilio contrassegnati dalla sigla “c/o” nell’indirizzo, lo stigma dei grandi scrittori nel loro momento aurorale, quando si subaffitta una stanza presso altri perché non ci si può permettere un alloggio proprio. Poi le lunghe passeggiate per la città, i giri in bici e in vespa, le visite ai musei e i viaggi in autostop sembrano per lui un unico apprendistato allo sguardo (“sobretodo camino y miro, tengo que aprender a ver”). Grazie a queste lettere, che costituiscono l’autobiografia che non scrisse mai, abbiamo accesso a un Cortázar inedito e sorprendente, colui che Vargas Llosa definì “un uomo eminentemente privato, con un mondo interiore costruito e preservato come un’opera d’arte”.

Con grande pudore e affettuosa cautela Julio si confida all’amico, gli comunica le preoccupazioni economiche, i dubbi di aver fatto la cosa giusta (“que hago aquì?”, si chiede il 31/10/52). Si rivolge a lui forse perché Eduardo rappresenta il suo contraltare: la distanza fra loro infatti non è solo geografica. Eduardo è l’amico fraterno rimasto in Argentina, sposatosi presto e con una famiglia numerosa; Julio invece fa il bohémien sradicato, e a volte pare invidiargli la sicurezza degli affetti e la stentata agiatezza della vita in patria. Presto però la situazione si ribalta. La presenza di Aurora Bernardez al suo fianco lo sprona a lottare in una città che lo ignora, mentre Eduardo si sente al palo. Così arriverà per Julio l’impiego come interprete all’Unesco grazie all’interessamento di Victoria Ocampo (la direttrice della rivista Sur per cui scrisse pure Borges), poi l’incarico di tradurre i libri di Edgar Allan Poe e a poco a poco anche la serenità economica per poter viaggiare. In Italia lui e Aurora vanno a Siena, Venezia, Como, Roma, dove s’innamorano della pizza (“la locura más inconmensurable del sistema solar”, 27/10/53); ma i resoconti di viaggio negli anni, di pari passo con la sua progressiva affermazione artistica, comprendono paesi come l’Uganda, l’Austria (che chiama musilianamente Cacania), Cuba, Svizzera, Nicaragua, India, Danimarca, Brasile, Kenia e Inghilterra, a volte anche con soggiorni di mesi.

Non mancano le osservazioni sull’arte e la letteratura dei posti visitati, così come i sapidi ritratti degli illustri colleghi conosciuti (Octavio Paz, di cui fu ospite a New Delhi, o Albert Camus a una festa di Gaston Gallimard), e i ragguagli sulla genesi dei propri libri (come quando annuncia il 30/5/52 l’idea dei cronopios e dei famas, che Aurora giudica troppo moralistici). Tutto l’epistolario nasce e termina a Marsiglia, la città dove sbarca nel 1951 proveniente da Buenos Aires, e dove 34 anni dopo approda in furgone con Carol Dunlop da Parigi, come scrive nell’ultima lettera in cui illustra Gli autonauti della cosmopista, il reportage intimo e fiabesco scritto assieme a lei, pieno di gioia di vivere malgrado il presagio della loro fine imminente.

Pur essendo intessuto da molti riferimenti colti, questo libro non somiglia affatto a quei fastidiosi epistolari letterari in cui lo scrivente si prefigura un grande pubblico e autorevoli esegeti postumi. L’interlocutore resta uno, e Cortázar è tutto tranne che un monologhista. Chiede sempre a Eduardo come gli vanno le cose, s’informa sulla sua famiglia e sulla sua carriera ed è prodigo di consigli, tanto che parla molto più dei suoi libri che dei propri. Ma il lato umano è preponderante in questo carteggio, ed è questa la sua vera forza, ciò che più attrae il lettore, tanto che alla fine si potrebbe dire che il tema principale del dialogo sia il dilemma tra restare o andarsene, lottare in patria o cercare fortuna all’estero. In una commovente lettera del 27/8/55, questa volta tocca a Julio trovare le parole giuste per incoraggiare Eduardo in preda allo sconforto. Lo invita così a seguire la sua vocazione senza trincerarsi dietro l’alibi del “tengo famiglia”, e al contempo enuncia una filosofia di vita: “al mundo no hay que resistirle, lo que hay que hacer es elegir bien el mundo que uno prefiera y al cual hay que darse; y a ése, ah, a ése hay que darse a fondo, como cuando se nada, se duerme o se quiere“.

(uscito su l’Unità del 20/11/2012)

il mio esordio all’Unità

luglio 10, 2012

il venerdì (pag.95)

agosto 7, 2011

venerdì

Borges y yo

febbraio 6, 2010

Economia espressiva

dicembre 31, 2009

L’unica cosa che non approvo, di molti film dei Coen, è l’espressione ebefatta di tanti loro personaggi. La catatonia afasica che li contraddistingue. La trovo poco rappresentativa dell’oggi. La foto riguarda una pellicola ambientata decenni fa, ma a ben vedere quella cifra stilistica la ritroviamo identica pure in opere più attuali, come Fargo o Il grande Lebowski. La trovo poco rappresentativa perché secondo me se c’è qualcosa che accomuna l’uomo medio occidentale è proprio la logorrea inarrestabile, l’horror vacui verbale. Ricordo che prima di Natale, preso da mille impegni per lo sgombero dell’attività, mi sembrava che il mondo si divertisse a farmi da tappo. Dovunque andassi – in posta, in farmacia, in banca – c’era sempre qualcuno davanti che sentiva il bisogno di parlare, di aggiungere qualcosa di personale a quell’attività neutra (pagare un bollettino, comprare un farmaco, versare un assegno). Se in auto chiedevo un’informazione a un passante, tipo dov’era la tal via, questi anche per rispondermi che non lo sapeva impiegava almeno un minuto. E’ come in quelle interviste televisive in cui se si deve soltanto assentire più nessuno risponde semplicemente ““, ma “assolutamente sì“. Ecco, per me l’avverbio è come l’h di Rho, un riempitivo. Beninteso, tutti spesso ci dilunghiamo nel raccontare i cazzi nostri, come me adesso, ma è la circostanza che fa la differenza. Chi viene qui lo fa per sentire cosa penso, chi va in farmacia (o in posta, o in banca) lo fa per motivi pratici ben definiti. Insomma, più passa il tempo e più apprezzo l’economia espressiva, il levare, e forse la passione per le figure scarnificate di Giacometti, il laconismo di Borges e Cioran e le centurie manganelliane, nasce proprio da qui. E’ che mi riconosco in quella confraternita potativa, ne apprezzo le finalità di sintesi, il rispetto per chi ti ascolta. Anche per questo mi ha fatto piacere essere stato invitato a collaborare a questo nuovo blog dai suoi curatori. Mi sa che finirò come il viennese Peter Altenberg (al secolo Richard Engländer), che negli ultimi anni della sua vita si limitò a scrivere aforismi su cartoline e prose liriche d’amore composte unicamente dal nome e indirizzo della donna amata.

Voli low cost

ottobre 27, 2009

volo

Tempo fa qui avevo parlato di una falsa poesia di Borges (Istanti) che circolava da anni in rete nonostante le numerose e autorevoli smentite. L’avevo definita una versione edulcorata della poesia dell’argentino, un Borges come si vorrebbe che fosse Borges, mitridatizzato, banalizzato in formule facilmente digeribili, qualcosa di simile a Coelho, al Kipling di If, nella cui scrittura predomina il registro gnomico, il tono ieratico e sapienziale, di chi ti spiega come va la vita. Oggi quella poesia è uscita dalla rete ed è approdata alla radio, precisamente a radio Deejay, durante la trasmissione Il volo del mattino di Fabio Volo. Ascoltate qui come la declama, totalmente calato nel ruolo di fine dicitore che sta comunicando grandi insegnamenti morali col sottofondo musicale newagizzante. E fate attenzione soprattutto alle sottolineature di alcuni versi con l’effetto eco della voce. Due, in particolare. Una, a metà, quando dice: “di quello è fatta la vita“; e l’altra nel finale patetico e testamentario: “ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo“. Una volta Raboni, riferendosi alla vulgata turistica dell’argentino favorita dal suo enorme e acritico successo, affermò che “con Borges si viaggia nell’infinito a poco prezzo, e col biglietto di ritorno prepagato; si gusta la vertigine delle alte quote alzandosi di pochi metri”. Mi sembra una sintesi perfetta.

La pace finale

maggio 9, 2009

sergio piccolo 005

“Perche’ nessuno canta l’aurora? Perche’ ci attrae tanto la fine delle cose?” Questo si chiedeva Borges nei suoi ultimi anni. Non so dare una risposta precisa. Forse è perché lo consideriamo il mistero più grande e insondabile, crediamo che la morte sia un suggello, il principio romantizzante della vita, ciò che le attribuisce un senso; e la morte volontaria allora potrebbe essere il tentativo di trovarlo e riconoscerlo mentre ancora si è coscienti. Quando mio padre spirò non c’era nessuno con lui. Era in coma da un anno e mezzo e io, mia madre e i miei fratelli ci alternavamo al suo capezzale, stavamo con lui dalla mattina alla sera per poi tornarcene ognuno a casa propria. Nell’ultimo “turno” era presente mia sorella. Alle 7, quando uscì dall’ospedale, mi riferì che i medici avevano detto che le condizioni di salute di mio padre erano migliorate. Aggiunse che quel giorno aveva un bel sorriso e lo sguardo luminoso, come di un uomo felice. Non diedi grande importanza alla cosa, i pazienti in coma vigile da molto tempo spesso assumono delle espressioni che non corrispondono esattamente al loro stato d’animo. Poi, alle 3 di notte, fummo tutti avvisati al telefono del suo decesso. Ci ritrovammo all’ospedale e lui aveva ancora quel sorriso beato. In seguito un amico dottore mi disse che capitava spesso, in gergo lo chiamano “miglioria pre-mortis” o qualcosa del genere. Pare che succeda qualcosa di simile anche a chi sta per affogare. E’ definita “ilarità degli abissi”, uno stato di euforia che ti prende negli ultimi istanti di vita, come se ciò che ci uccide ci offrisse insieme un anestetico misericordioso. Pensavo a Kleist, alle sue ultime parole prima di ammazzarsi, quando scrisse “un vortice di beatitudine mai presentita mi ha afferrato”; oppure a Drieu La Rochelle, che parla de “l’ebbrezza dell’allontanamento”. Forse è quello il senso che cerchiamo, e che raggiungiamo solo nel momento fatale, subito prima del distacco. La pace finale, l’assoluzione per i nostri peccati, la liberazione da tutti i rimorsi, le viltà, i fallimenti, i sensi di colpa…


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