Posts Tagged ‘David Foster Wallace’

Beghe letterarie: BEE vs. DFW

settembre 6, 2012

forse c’entra questa intervista

L’ultima casa di DFW a Claremont

agosto 24, 2012

e il suo patio (altre foto qui).

Gli oneri del successo

marzo 2, 2012

Come milioni di italiani, anch’io guardavo Che tempo che fa il 5 febbraio, quando Saviano fece il nome di Wislawa Szymborska. Ricordo che Fazio introdusse la cosa come particolarmente meritevole: per una volta un ospite non faceva pubblicità a un proprio prodotto (libro, film, disco ecc.), ma a quello di un altro. In verità il sacrificio era minimo. Chiunque conosca la tv sa che si promuove soprattutto sé stessi, non un prodotto specifico. La presenza di un artista in un programma così seguito fa sì che il suo rating generale si elevi in modo tale che tutte le sue azioni ne beneficino, non solo quelle di cui si discute; e questo vale sia che si stia rispondendo a un’intervista sull’ultimo libro o che si parli di quello di un altro.

 In ogni caso era una grande occasione. Saviano gode di un consenso vastissimo e quasi fideistico, il nome fatto da lui avrebbe sicuramente avuto un grande risalto nei giorni seguenti. E la scelta di una poetessa, cioè di promuovere un’artista che utilizza la forma di espressione più negletta in assoluto, era molto azzeccata. Purtroppo ha deciso di parlare di una poetessa celeberrima morta da pochi giorni; e si sa, i premi Nobel sono una manna da quando li ricevi a quando crepi, ma hanno due momenti in particolare in cui le vendite raggiungono il picco: appunto quando si ricevono e quando si muore.

Insomma, non vedevo tutto questo bisogno di promuoverla; oltretutto con dei versi (“Ascolta come mi batte forte il tuo cuore”) talmente noti e citati sui social network che ne stavano per fare una suoneria da cellulare. Ciononostante la mia delusione rimase solo mia, non la comunicai a nessuno, anche perché non conviene esprimere delle critiche a Saviano, nel migliore dei casi passi per invidioso.

Poi lessi Paolo Repetti, il responsabile di Einaudi stile libero, che commentava su facebook il successo delle poesie della Szymborska, giunte in vetta alle classifiche di vendita, come il risultato di un nuovo modo di trattare i lettori “con rispetto”, e mi rammentai la pubblicità della Pepsi citata da David Foster Wallace, quella ambientata in una spiaggia gremita di bulli e pupe in costume, dove a un certo punto arriva il ragazzo delle bibite col baracchino. Lo apre, tira fuori una Pepsi, la stappa provocando il classico rumore delle bollicine che affiorano e all’istante tutti i frequentatori della spiaggia si voltano e corrono verso di lui ad acquistare la stessa bibita. Nella ressa finale attorno al baracchino compare la scritta “Pepsi, the choice of the new generation“. Per me, quella di chi aveva comprato il libro di poesie della Szymborska dopo il consiglio di Saviano era una cosa simile: un riflesso pavloviano spacciato per scelta consapevole.

Quando è morto Lucio Dalla ho ripensato all’ultima volta in cui l’ho visto, sul palco di Sanremo, col cantante che sponsorizzava, Pierdavide Carone. Ecco, mi son detto, così si fa. Il successo è un dono che va ricambiato, e quando arrivi in cima è tuo dovere promuovere un giovane sconosciuto sul cui talento scommetti. A parlar bene dei mostri sacri son buoni tutti, non si rischia niente. Su twitter oggi ho visto questo blog http://notizie.bol.it/2012/03/02/5-libri-consigliati-da-roberto-saviano/, il cui titolare vantava di aver ricevuto direttamente da Saviano degli ottimi consigli di lettura. Erano tutti autori morti. In ordine di apparizione: Omero, Varlam Salamov, Albert Camus, Primo Levi, José Saramago.

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maggio 8, 2011

Prima e ultima volta al Macro. Non sapevo fosse il vecchio mattatoio. Oggi era pieno di gente colta con la birra in mano che discuteva di quadri, video e installazioni. C’era pure una ragazza nuda dipinta di bianco su un cavallo bianco. Poi ho visto i macchinari arrugginiti, i ganci dove appendevano le carcasse, i colatoi del sangue, tutti gli strumenti di morte. Il contrasto era terribile, come se avessero montato il Cirque du Soleil ad Auschwitz. Sembrava un paradosso arguto, invece era la verità: “l’apocalisse ha assunto le sembianze di un cocktail party” (DFW)

Houellebecq e DFW: azione parallela.

gennaio 12, 2010

Stando al parere dei più autorevoli critici letterari, David Foster Wallace e Michel Houellebecq rappresentano due fra i pochi narratori che sicuramente rimarranno negli anni a venire. Houellebecq lo incontrai in un paio di occasioni. La prima volta per la presentazione del suo romanzo Piattaforma in una libreria Feltrinelli di Milano, e l’ultima a Crema, per un reading di poesie all’interno del festival letterario Squilibri promosso dalla locale biblioteca civica. Mentre Foster Wallace a volte si presentava alle interviste con bandana in testa e t-shirt informale, quasi certificando in questo modo il suo passato di sportivo semi-professionista, Houellebecq è solito mostrare un aspetto più dimesso e sedentario, conforme all’immagine tradizionale del tipico intellettuale europeo tabagista e misantropo. (more…)

Il marchio del reduce

ottobre 13, 2009

magritte

Il mio più caro amico nell’ambiente della scrittura, e la persona che sento più spesso in questi ultimi anni, è Franz Krauspenhaar. Siamo molto diversi in tante cose: lui è un impulsivo che si getta a capofitto nelle situazioni e nei rapporti, io sono frenato da mille diffidenze.  Ciò che ci lega profondamente è la comune condizione di reduci. Chi, come noi, ha avuto un familiare che si è tolto la vita, si riconosce subito. Non parliamo mai di questa cosa, entrambi ci confessiamo solo tramite la scrittura. Insieme sembriamo due simpaticoni, che ridono e scherzano su tutto, ma è un’atteggiamento guascone che poggia le sue fondamenta sulla disperazione. A volte lui mi ricorda Gascoigne, il calciatore inglese.

Dico questo per spiegare come i reduci non possano non essere tormentati da quell’assillo. E’ un ricordo indigesto, un grumo nero che non è stato metabolizzato e rimane lì, in un cantuccio, manifestandosi carsicamente nei momenti e nei modi più impensati. Il mio è una curiosità morbosa verso chi ha fatto quella scelta, o quella rinuncia. Ne scrivo spesso, come di recente per David Foster Wallace. Ho pure studiato a fondo le biografie di scrittori e artisti suicidi che non stimavo particolarmente. E’ il caso di Emilio Salgari e la sua famiglia, una dinastia di suicidi, dato che si uccisero lui, suo padre e due suoi figli. Oppure quella sottocategoria che include chi se ne andò ringraziando, come Tancredi Parmeggiani e Violeta Parra.

Ma lo stesso interesse lo rivolgo pure alle persone normali. In questi giorni un parrucchiere di Monza, che aveva il negozio in via Tommaso Grossi, da dove passo di frequente in macchina per lavoro, si è impiccato per i debiti. Mi sono fermato a guardare la sua bottega, il cartello “chiuso per lutto”, mi sono informato sulla composizione della sua famiglia. Ma l’episodio più inquietante è forse quello di tre sorelle genovesi, tutte nubili. Una di queste nel 1976 si tolse la vita col gas, avvelenando anche la loro. Le altre due, Beatrice e Piera Ruà, le sopravvissero trent’anni, finché il 30 Maggio 2006, ormai pensionate, s’impiccarono nella scaletta di un rimessaggio per le barche, lasciando un biglietto laconico che diceva: “eravamo segnate”.  Il segno, per me, non è il medesimo destino tragico, ma semplicemente un’ossessione dalla quale non ci si libera, perché quell’evento luttuoso diventa uno spartiacque. Magritte ebbe una sorte simile. La madre, quando era un ragazzino, si buttò in un fiume. Fu ripescata con la veste attorcigliata intorno al viso, e questa immagine ritorna spesso nei suoi dipinti. Io esorcizzo i miei demoni leggendo autori come Cioran o scrivendone ogni tanto, quello è il mio modo di tenere a bada l’ossessione. Scriverne non significa annunciare il peggio, è solo un amaro rimuginare, il tentativo di strapparsi quel velo che offusca la vita. Come diceva Thomas Mann, ogni libro contro la vita costituisce un’irresistibile seduzione a viverla ancora più intensamente.

Il tuffo

aprile 6, 2009

falling-manL’11 settembre 2001 più di 200 persone si lanciarono nel vuoto per sfuggire alle fiamme e al fumo che avvolgevano il World Trade Center. Alcuni adoperarono una tovaglia come paracadute, altri si buttarono in coppia, tenendosi per mano. Furono chiamati jumpers, saltatori, ed esistono innumerevoli fotografie che li ritraggono sospesi nel vuoto in quei tragici istanti. L’immagine che più ha colpito l’immaginario collettivo ritrae una posa composta, armoniosa, da tuffatore. Il protagonista precipita perfettamente in asse con l’edificio, la testa perpendicolare al pavimento che lo attende, quasi indifferente al suo destino, le braccia distese lungo i fianchi, i vestiti aderenti al corpo e una gamba leggermente piegata. Del volo di quest’uomo esiste una sequenza di 12 fotografie, tutte scattate da Richard Drew alle 9.41 di quella mattina. Negli altri scatti i movimenti sono scomposti, disperati, com’è naturale che sia. La casacca si apre e mostra una maglietta arancione, le braccia si allargano, la posizione del corpo ruota fino a diventare orizzontale, l’espressione del viso è allucinata, consapevole della fine.

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