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La simpatia

marzo 20, 2013

de_gregori_1Per una curiosa coincidenza, pochi giorni dopo aver scritto questo mi è capitato di uscire a cena con Francesco De Gregori. Avevo ricevuto l’invito da un amico comune che conduceva alla radio insieme a De Gregori un programma sul cinema, e così sono andato con la mia fidanzata al ristorante da Nello in via Montesanto a Roma, nel quartiere Prati. Arrivati in anticipo abbiamo visto una tavolata da sedici posti tutti vuoti, e ci siamo accomodati nel fondo, pensando che gli saremmo stati lontani, dovendosi lui porre al centro. Subito dopo di noi è arrivato lui con la sua donna, ci ha salutato e si è seduto a fianco a me. Io ero rosso in volto e parlavo a monosillabi, lui invece era molto cordiale e in vena di battute. Poi sono arrivati gli altri e abbiamo cominciato a mangiare. Si discuteva di film e, diversamente da quanto potessi immaginare, De Gregori esibiva un gusto molto camp, in sintonia con gli altri del gruppo. Diceva di aver apprezzato il film con Checco Zalone, e io gli ho chiesto se avesse visto l’imitazione di Vendola fatta dal comico pugliese, al che lui ha detto di averla trovata irresistibile. Poi gli ho riferito un commento di Cortazar sui film di Antonioni che lo facevano dormire, letto nell’epistolario dell’argentino, e che ricalcava la celebre sentenza del personaggio interpretato da Gassman ne Il Sorpasso, quando diceva che Antonioni gli aveva fatto fare una bella pennichella; al che è intervenuto Marino Sinibaldi, che ha raccontato di aver letto con gusto I cosmonauti dell’autostrada. Insomma c’era un’atmosfera informale, e De Gregori sembrava a suo agio. Si prendeva in giro, raccontava che al cinema lui era uno spettatore maniacale, di quelli che sentono scartare una caramella a metri di distanza, e che da quel momento aguzza l’udito finché non ne sente scartare un’altra. Tra un piatto e l’altro usciva a fumare una sigaretta e molti di noi lo seguivano. Alcuni si complimentavano per le sue canzoni, e io pensavo a Guarda che non sono io, dove sembrava non gradire quel tipo di apprezzamenti. Così a un certo punto gli ho chiesto se conosceva il racconto “Io e Borges”, come pretesto per parlargli della sua canzone. Lui ha risposto seccato di no, come se gli avessi evidenziato una lacuna culturale. Ho spiegato che quel racconto parlava dello stesso tema di Guarda che non sono io, e lui ha risposto che era consapevole di non aver inventato niente. Il tono era infastidito, e si è quasi girato dandomi le spalle. Ho farfugliato qualcosa sul fatto che lui aveva sviluppato quel tema in modo molto originale, ma ormai De Gregori mi ascoltava appena, e da quel momento in pratica non ho più avuto modo di parlarci.

La simpatia non è mai stata il mio forte. Perlomeno non la simpatia immediata, quella che si ispira a chi hai appena conosciuto. Nonostante mi sforzi, o forse proprio perché mi sforzo, il risultato è sempre stato deludente. Posso essere simpatico a chi mi conosce bene, ma di primo acchito non lo sono quasi mai a nessuno. Rincasando in auto con la fidanzata ero un po’ triste, ci tenevo a fargli una buona impressione, De Gregori era un mio mito sin da ragazzo e molti suoi pezzi li considero dei capolavori. Riferendole l’episodio lei mi ha detto che avevo sbagliato approccio, che non avrei dovuto interpellarlo in un modo così aggressivo (“Conosci il racconto Io e Borges?“), e penso che abbia ragione. So che tutto questo mi penalizza. Oggi la simpatia è una qualità professionale, cioè aiuta molto anche sul lavoro, al di là delle competenze professionali. Ci sono folgoranti carriere costruite solo su quello. Penso a Benedetta Parodi, che sa cucinare a malapena; a Beppe Severgnini, che scrive al massimo delle cose di buon senso; o a Fiorello, che non sa fare nulla di speciale ma è di una simpatia travolgente. Perché le occasioni di lavoro nascono anche così, da una simpatia umana grazie alla quale ti viene concessa un’opportunità. Se è così, ha commentato la mia donna, allora sei spacciato.

Lost in Paris

dicembre 16, 2012

Come quando si nuota, si dorme o si ama

novembre 20, 2012

Fortunatamente Cortázar non abbiamo ancora finito di leggerlo. A distanza di ventotto anni dalla sua morte continuano a uscire inediti preziosi, tanto che a questo ritmo presto la mole delle pubblicazioni postume supererà quella di quando era in vita. Si tratta soprattutto di lettere, come Cartas a los Jonquières, il bel volume edito da Alfaguara che raccoglie circa un centinaio di missive e cartoline indirizzate all’amico Eduardo e a sua moglie Maria nell’arco di più di trent’anni, dal 1950, la vigilia del suo trasferimento a Parigi, fino all’84, pochi mesi prima di morire. I due si conoscevano dai tempi della scuola Mariano Acosta di Buenos Aires, quando scrivevano su Addenda, la rivista letteraria del collegio.

Vuole la leggenda, in parte alimentata dallo stesso scrittore, che da giovane Cortázar conducesse una vita ritirata e dedita unicamente alla lettura. In realtà amò sempre circondarsi di amici coi quali condividere le sue passioni culturali, e questo carteggio con Eduardo Jonquières, che fu poeta e pittore, ne è la dimostrazione evidente. Il grosso delle lettere fu scritto negli anni Cinquanta, perché nel ’59 Jonquières e famiglia traslocheranno pure loro a Parigi, e quindi le occasioni di sentirsi diventeranno più facili, ciononostante il rapporto epistolare s’interromperà solo con la morte di Julio. Purtroppo non si sono salvate le lettere di Eduardo, di modo che le sue parole vanno indovinate attraverso quelle di Cortázar.

I temi trattati sono diversi. Julio racconta gli inizi stentati a Parigi, la ricerca di un lavoro stabile, i continui cambi di domicilio contrassegnati dalla sigla “c/o” nell’indirizzo, lo stigma dei grandi scrittori nel loro momento aurorale, quando si subaffitta una stanza presso altri perché non ci si può permettere un alloggio proprio. Poi le lunghe passeggiate per la città, i giri in bici e in vespa, le visite ai musei e i viaggi in autostop sembrano per lui un unico apprendistato allo sguardo (“sobretodo camino y miro, tengo que aprender a ver”). Grazie a queste lettere, che costituiscono l’autobiografia che non scrisse mai, abbiamo accesso a un Cortázar inedito e sorprendente, colui che Vargas Llosa definì “un uomo eminentemente privato, con un mondo interiore costruito e preservato come un’opera d’arte”.

Con grande pudore e affettuosa cautela Julio si confida all’amico, gli comunica le preoccupazioni economiche, i dubbi di aver fatto la cosa giusta (“que hago aquì?”, si chiede il 31/10/52). Si rivolge a lui forse perché Eduardo rappresenta il suo contraltare: la distanza fra loro infatti non è solo geografica. Eduardo è l’amico fraterno rimasto in Argentina, sposatosi presto e con una famiglia numerosa; Julio invece fa il bohémien sradicato, e a volte pare invidiargli la sicurezza degli affetti e la stentata agiatezza della vita in patria. Presto però la situazione si ribalta. La presenza di Aurora Bernardez al suo fianco lo sprona a lottare in una città che lo ignora, mentre Eduardo si sente al palo. Così arriverà per Julio l’impiego come interprete all’Unesco grazie all’interessamento di Victoria Ocampo (la direttrice della rivista Sur per cui scrisse pure Borges), poi l’incarico di tradurre i libri di Edgar Allan Poe e a poco a poco anche la serenità economica per poter viaggiare. In Italia lui e Aurora vanno a Siena, Venezia, Como, Roma, dove s’innamorano della pizza (“la locura más inconmensurable del sistema solar”, 27/10/53); ma i resoconti di viaggio negli anni, di pari passo con la sua progressiva affermazione artistica, comprendono paesi come l’Uganda, l’Austria (che chiama musilianamente Cacania), Cuba, Svizzera, Nicaragua, India, Danimarca, Brasile, Kenia e Inghilterra, a volte anche con soggiorni di mesi.

Non mancano le osservazioni sull’arte e la letteratura dei posti visitati, così come i sapidi ritratti degli illustri colleghi conosciuti (Octavio Paz, di cui fu ospite a New Delhi, o Albert Camus a una festa di Gaston Gallimard), e i ragguagli sulla genesi dei propri libri (come quando annuncia il 30/5/52 l’idea dei cronopios e dei famas, che Aurora giudica troppo moralistici). Tutto l’epistolario nasce e termina a Marsiglia, la città dove sbarca nel 1951 proveniente da Buenos Aires, e dove 34 anni dopo approda in furgone con Carol Dunlop da Parigi, come scrive nell’ultima lettera in cui illustra Gli autonauti della cosmopista, il reportage intimo e fiabesco scritto assieme a lei, pieno di gioia di vivere malgrado il presagio della loro fine imminente.

Pur essendo intessuto da molti riferimenti colti, questo libro non somiglia affatto a quei fastidiosi epistolari letterari in cui lo scrivente si prefigura un grande pubblico e autorevoli esegeti postumi. L’interlocutore resta uno, e Cortázar è tutto tranne che un monologhista. Chiede sempre a Eduardo come gli vanno le cose, s’informa sulla sua famiglia e sulla sua carriera ed è prodigo di consigli, tanto che parla molto più dei suoi libri che dei propri. Ma il lato umano è preponderante in questo carteggio, ed è questa la sua vera forza, ciò che più attrae il lettore, tanto che alla fine si potrebbe dire che il tema principale del dialogo sia il dilemma tra restare o andarsene, lottare in patria o cercare fortuna all’estero. In una commovente lettera del 27/8/55, questa volta tocca a Julio trovare le parole giuste per incoraggiare Eduardo in preda allo sconforto. Lo invita così a seguire la sua vocazione senza trincerarsi dietro l’alibi del “tengo famiglia”, e al contempo enuncia una filosofia di vita: “al mundo no hay que resistirle, lo que hay que hacer es elegir bien el mundo que uno prefiera y al cual hay que darse; y a ése, ah, a ése hay que darse a fondo, como cuando se nada, se duerme o se quiere“.

(uscito su l’Unità del 20/11/2012)

c/o

ottobre 31, 2012

c/o è un’abbreviazione che origina dalla locuzione inglese care of, che significa “alle cure di”, inteso come “domiciliato presso”, e ha lo scopo di permettere il recapito della posta a persone alloggiate presso altri perché prive di indirizzo proprio. Con la mia fissazione per gli indirizzi degli autori prediletti (per esempio qui), ho scoperto che questo stigma sociale spesso qualifica gli scrittori nel loro momento aurorale, semiclandestino, che può non situarsi nel pieno della giovinezza, e sono convinto che non siano solo motivi economici a imporlo. C’è qualcosa di più, come se un indirizzo proprio non potesse che scaturire dalla nuova identità letteraria, attendesse la sua ufficializzazione (che come tale in genere implica pure un aumento di reddito), o come se un autore in erba necessitasse di qualcuno che si prenda cura di lui per esprimere al meglio le sue potenzialità.

Due autori che amo (entrambi traduttori di Poe). Giorgio Manganelli appena arrivato a Roma andò ad abitare in una camera ammobiliata della famiglia Magnoni in via Gran Sasso 38, e ci restò dal giugno 1953 (ossia da quando aveva 31 anni) fino al 1965, traslocando quattro volte sempre con la stessa famiglia. Julio Cortázar, come si evince dal fitto carteggio con l’amico fraterno Eduardo Jonquières, contrappunta i suoi numerosi indirizzi europei con quella sigla (rue Mazarin 54 chez Champion a Parigi; via della Spada 5 presso Pruneti a Firenze; via di Propaganda Fide 22 presso Sanvitale a Roma), più o meno negli stessi anni (dal 1953 in poi) ma a un’età più avanzata di Manganelli (l’argentino era del ’14). Insomma, pur facendo le debite proporzioni mi sono consolato, che ne ho quasi 50 e sto già al terzo c/o romano (quello nella foto di Google street fu il primo: circonvallazione Trionfale 25, presso Caporali).

la pizza romana

settembre 14, 2012

Aurora y yo estamos cultivando la pizza romana. Aparte de deliciosa, aparte de ser la locura más inconmensurable del sistema solar, es barata y nos deja repletos y felices como gatos.” (J.Cortazár, Cartas a los Jonquières, Alfaguara, pag. 189, 27 ottobre 1953)

l’ultimo libro di Benjamin

maggio 14, 2012

I libri, sempre i libri. Al Salone di Torino ne ho preso solo uno, la biografia di Milena Jesenska scritta da Margarete Buber-Neumann (Adelphi). Avevo pochi soldi e poi a casa me ne aspettano tanti bellissimi solo sfogliati, così ieri sera ne ho ripreso in mano uno comprato a Parigi a fine gennaio, in occasione della mostra sull’archivio di Walter Benjamin allestita al Musée d’art et d’histoire du Judaisme. Era il carteggio di Benjamin con Gretel Karplus Adorno (Correspondance 1930-1940, Le Promeneur).

Ho guardato subito la fine, l’ultima lettera. La scrive lui il 19 luglio 1940, circa un mese prima del suicidio. Sta fuggendo a sud in seguito all’invasione nazista della Francia. Si trova a Lourdes, 8 rue Notre-Dame, e si firma “Detlef”. Lei invece sta in America, al sicuro, dove Benjamin avrebbe dovuto raggiungerla grazie a un salvacondotto procuratogli dal marito Theodor, suo caro amico. L’indirizzo di lei è 290 Riverside Drive, New York. Mi piacerebbe visitare quelle case, cercare traccia del loro passaggio, anche se sono trascorsi tanti anni.

Mi fisso sempre su ‘ste cose. Nelle lettere di un altro espatriato, quelle che Julio Cortázar spedì all’amico pittore Eduardo Jonquierès (Cartas a los Jonquières, Alfaguara), trovo l’autobiografia che non scrisse (nella foto il più alto con gli occhiali è Cortàzar e quello accovacciato è  Jonquieres). Seguo il suo inquieto vagabondare per mezza Europa, sottolineo gli indirizzi e il periodo del breve soggiorno, progetto di andarci appena possibile. L’albergo Toscana a Siena, dove il 13 febbraio 1950 Cortazár alloggia in una camera al quinto piano. In rue d’Alésia 91 a Parigi, il 30 luglio ’52. In via Propaganda Fide 22 (int. 3 presso Sanvitale) a Roma, il 2 ottobre 1953. Via della Spada 5 a Firenze (presso Pruneti), il 3 aprile 1954. Rue Le Regrattier 28 presso Andrée Delesalle a Parigi  il 3 maggio ’54. La camera 18 al quinto piano della pensione dei Dogi in piazza San Marco a Venezia il 24 maggio ’54. Rue Mazarin 54 a Parigi (chez Champion), l’8 luglio dello stesso anno. Rue Broca 91 a Parigi, dove prende casa nell’aprile del 1955. Rue Pierre Leroux 24 bis a Parigi nel febbraio ’56. Alla Pensione Suzanne, 4 Walfischgasse, Vienna, nel ’63. E il 5 novembre ’73 nell’appartamento n°32 del Residence Saint James in rue Versonnex 3, a Ginevra.

Di Benjamin visitai molti indirizzi parigini. Nell’ultimo, rue Dombasle 10, dove abitò dal 1938 al ’40, mi colpì l’accostamento di quella memoria storica con la presenza di un centro estetico a fianco al portone, che in vetrina pubblicizzava i vantaggi della depilazione al laser. Benjamin abbandonò quest’abitazione per dirigersi verso il confine spagnolo, la route Lister, l’ultimo dei suoi Passages, e Lourdes fu una delle prime tappe. Con sé portò poche cose. Doveva viaggiare leggero, prevedeva l’attraversamento dei Pirenei a piedi. Ma Lourdes non fece il miracolo, Benjamin non si salvò. Nella chiusa dell’ultima lettera scrisse a Gretel: “J’ai emporté un seul livre: les Mémoires du cardinal de Retz. Ainsi, seul dans ma chambre, je fais appel au «Grand Siecle»”. Solo nella sua stanza, in compagnia di un buon libro, esiliandosi nel passato: la sintesi di una vita. I libri come rifugi, talismani, testamenti, il pedantismo come forma suprema di pudore.

M’informo in rete, voglio sapere che c’entrano quei due. Jean-François Paul de Gondi cardinale di Retz, di origini fiorentine, nacque a Montmiurail-en-Brie nel 1613. Destinato sin dall’infanzia alla carriera ecclesiastica, ebbe come precettore San Vincenzo de Paoli. Parlava fluentemente sette lingue e fu nominato cardinale nel concistoro del 1652, quando entrò in contrasto con Giulio Mazzarino, che temeva lo volesse sostituire nel ruolo di Primo Ministro. Fu imprigionato a Vicennes per due anni, e lì cominciò a scrivere le sue memorie. Morì a Parigi nell’Hôtel de Lesdiguières nel 1679 e venne inumato nella Basilica di Saint-Denis. Sulla sua lapide, per volere di Luigi XIV, non venne scritto alcun nome. Ah, ecco.


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