Posts Tagged ‘Roberto Saviano’

Faut-il brûler Gomorra?

giugno 21, 2013

fantozzi-cagata-pazzescaFacendo zapping su internet, oggi sono rimbalzato sulla celebre scena in cui Fantozzi si ribella e urla: “La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca!”. Non ricordavo bene il prosieguo del film, quando obbligano il direttore cinefilo a sorbirsi una serie di B-movies tipo Giovannona coscia lunga, L’esorciccio e La polizia s’incazza, e mentre lo vedevo pensavo a come sono cambiati i tempi. Esiste ancora qualcosa  di blasfemo, di inaccettabile, o l’ambito estetico è definitivamente secolarizzato? In un mio vecchio post raccontavo la serata passata al ristorante in compagnia di un gruppo di cinefili (lo staff della trasmissione radiofonica Hollywood Party), compreso il direttore di una film commission regionale e qualche noto critico cinematografico, durante la quale mi accorsi che il gusto prevalente era il camp, tant’è che si elogiavano perfino le pellicole di Checco Zalone. Insomma, stavo per concludere che non esistono più tabù inviolati, e che lo spirito del tempo ha livellato tutto (si pensi allo sdoganamento degli spaghetti western fatto da Quentin Tarantino), al punto che è socialmente meno spendibile (perché risulta snob) prendersela col trash che non con Antonioni (in fondo lo faceva pure Cortàzar), quando mi è venuto in soccorso un vecchio progetto al quale non darò mai corso e che riguarda la letteratura. Questo vecchio progetto consiste nel girare un breve video (perché se le parole sono state private di un’autentica carica eversiva, i gesti possono ancora urtare), da pubblicare in seguito su youtube,  in cui brucio una copia di Gomorra. L’atto sacrilego sarebbe così duplice: da un lato i libri non si bruciano per principio (anche se mi pare più grave non leggerli), perché questo ricorda il famigerato rogo dei nazisti, e dall’altro non si brucia soprattutto un libro feticcio come quello di Saviano, che parla della lotta alla criminalità organizzata e che costringe il suo autore a vivere con la scorta. Dal mio punto di vista, la provocazione sarebbe lecita più o meno come quella che nel maggio 1946 lanciò il settimanale francese Action, chiedendo “Faut-il brûler Kafka?”. Per quanto scandalosa, la domanda era in fin dei conti pertinente: le pagine di Kafka sono già il turibolo in cui si consuma ogni struttura fattuale, il mondo, il tempo, l’identità; e quindi il loro rogo è un contrappasso analogico (oltre ad assecondare una sua espressa volontà testamentaria). Inoltre, un libro è solo la spoglia ostensibile dell’opera, e bruciarlo un atto d’impotenza che ne consacra in fondo l’inviolabilità. Ma qui c’entra anche il fatto che quando un libro diventa un santino laico, un certificato di buona condotta culturale, al punto che non serve neppure leggerlo perché basta possederlo per sentirsi con la coscienza a posto, e quando il suo autore viene talmente fagocitato dal successo mediatico da immedesimarsi nella parte del guru che monologa su qualsiasi argomento, allora forse quell’interrogativo deve trasformarsi in un imperativo. Io, come ripeto, non ho le spalle abbastanza grosse per incassare vagonate di prevedibili insulti (l’anonimo invidioso), se non peggio (favorire i camorristi), e non escludo che tutta l’operazione sarebbe potuta cadere tranquillamente nell’indifferenza generale, data la mia marginalità e irrilevanza nell’ambiente intellettuale, ma spero comunque che qualcun altro ci provi.

Ringraziamenti

aprile 11, 2013

saviano roth“[...]Ringrazio Bono Vox, per aver ascoltato queste storie quando ne ero ancora avvolto e per un perenne invito aperto ai concerti degli U2. Ringrazio Salman Rushdie, che mi ha insegnato a essere libero anche blindato tra sette uomini armati [...]“

(Roberto Saviano, ZeroZeroZero, Feltrinelli, pag.443)

La dittatura di Linneo

febbraio 27, 2013

biondillo-1

Linneo è il nume tutelare della letteratura italiana, tanto che il destino di un autore o di un libro, nel bene o nel male, ormai lo determina l’etichetta che gli viene affibbiata. Gomorra di Roberto Saviano fu l’incunabolo di questa ossessione tassonomica. Alla vigilia della sua pubblicazione, quando stava ancora venendo editato, il futuro best seller era considerato a ragione dai dirigenti di Segrate un reportage, quindi classificato nella saggistica. Lo scrittore Giuseppe Genna, sul blog Nazione Indiana, rivelò in quei giorni di aver “speso parecchia energia al telefono per perorare la causa del posizionamento in narrativa con gli amici editor di Mondadori”, riuscendo alla fine a convincerli. Il vantaggio sarebbe stato duplice. Da una parte il marchio di romanzo è reputato più nobile di quello di saggio, perché per il primo è necessaria la creatività, mentre nel secondo si espongono solo delle opinioni, e dall’altra ne garantisce un più facile accoglimento da parte del pubblico. Infatti statisticamente in Italia, tranne rare eccezioni (come La casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella) le classifiche di vendita sono dominate da opere di narrativa.

Stefano Bartezzaghi su Repubblica fu tra i primi a notare quanto contasse l’etichetta del genere letterario, sottolineando come nella prima apparizione al programma Che tempo che fa, sia Saviano che Fazio sembrassero “ansiosi soprattutto di evitare anche il minimo sospetto che potesse trattarsi di un saggio”, fino ad arrivare alle soglie del vietissimo “si legge come un romanzo”. In questo senso appare speculare la fortuna di Qualcosa di scritto, il bel romanzo di Emanuele Trevi che sfiorò la vittoria all’ultima edizione del Premio Strega, ma i cui dati di vendita non sortirono l’effetto desiderato, forse perché nella medesima trasmissione il libro venne azzoppato da Fazio, che lo presentò alla stregua di un saggio di critica letteraria su Petrolio di Pasolini.

Tornando a Gomorra, uno degli aspetti più curiosi di quella contesa classificatoria fu che i suoi estimatori più fanatici si ritrovarono alla fine d’accordo con i suoi peggiori detrattori. Successe durante il comizio con Fausto Bertinotti a Casal di Principe. Lì Saviano venne accolto dall’ostilità dei parenti dei boss camorristici, e riferì che alcuni guappi in motorino gli si erano avvicinati complimentandosi ironicamente per il fatto che aveva scritto “un bel romanzo”, ovviamente nell’accezione negativa di opera di pura fantasia, quindi priva di valore come atto di denuncia.

Ma la dittatura di Linneo va oltre le librerie, e ha colonizzato non poche pagine culturali dei quotidiani. L’etichetta giusta determina il destino di un libro ma anche di un autore, gli attribuisce un’identità e a volte gli impone un canovaccio. E’ il caso di Igiaba Scego, scrittrice italiana di origine somale la cui presenza sembra sollecitata dai giornali (come in suo recente articolo per “La Lettura” del Corriere) solo in virtù del suo ruolo di testimone della letteratura migrante, con un copione sempre identico che prevede che a quella chiamata lei debba rispondere per rifiutare recisamente l’etichetta, che in realtà è la sua ragione d’essere, il motivo per cui l’hanno interpellata. Basta scorrerne la bibliografia per rendersene conto. Nel 2003 vince il premio Eks&Tra degli scrittori migranti con il suo racconto Salsicce, e pubblica il suo romanzo d’esordio, La nomade che amava Alfred Hitchcock. Nel 2005 un altro suo racconto compare nella raccolta intitolata Pecore nere edita da Laterza. Due anni dopo cura assieme a Ingy Mubiayi la raccolta Quando nasci è una roulette. Giovani figli di migranti si raccontano. Dal 2007 al 2009 tiene per la rivista “Nigrizia” la rubrica di opinioni I colori di Eva. Sempre nel 2007 partecipa all’antologia Amori Bicolori; quindi nel 2010 scrive Oltre Babilonia. E infine nel 2010 La mia casa è dove sono, romanzo autobiografico che descrive una famiglia sparsa tra Somalia, Gran Bretagna e Italia.

Sorte non dissimile è quella di Gianni Biondillo, la cui etichetta di giallista milanese (a dispetto della sua nutrita e varia produzione letteraria) lo rende una firma appetibile del Corriere ogni qual volta si verifica nel capoluogo lombardo qualche delitto irrisolto, quasi che la sua abilità nel tessere trame criminali e investigative lo accreditasse come esperto in grado di svelare il nome dell’assassino. In un’epoca in cui ci si riempie la bocca con termini quali “ibrido”, “meticcio” e “anfibio”, e ci si dichiara a parole fieri paladini della letteratura no logo, sarebbe il caso di abbandonare questa libridine rubricatoria, perché la buona scrittura, se è tale, può far a meno di colori ed etichette.

(pubblicato su l’Unità il 20/2/2013)

stà

luglio 24, 2012

“Altri menino vanto per ciò che hanno scritto. Il mio orgoglio stà in quello che ho letto.  J.L. Borges” (Saviano su twitter, alle 21 di oggi, 109 retweet e 37 preferiti, alle 23.30 cancellato).

l’ossessione della bella figura

febbraio 28, 2012

La foto che vedete è stata postata da Roberto Saviano su twitter il 19/12/2011. Lo ritrae insieme a Philip Roth nella sua casa di New York. Questo anche per specificare che l’ha scelta lui, gli piaceva, tanto da volerla mostrare ai suoi 155.000 seguaci (o followers, nel lessico sciamanico di twitter). A me ricorda certe immagini di Berlusconi al G8, in cui sta abbracciato sorridente a qualche potente, con la tipica espressione soddisfatta di chi cerca la luce riflessa, una legittimazione dall’esterno, forse perché intuisce che dall’interno non arriverà mai. In questo senso, quasi andando alle radici antropologiche dell’italianità, l’icona del meglio e quella del peggio si somigliano tanto, sono entrambe ossessionate dal provincialissimo desiderio di far bella figura, di mostrare prossimità col vip. Chi si sporge, chi si mostra felice e quasi incredulo per l’accostamento, quello è il provinciale. Niente, nessuna carica istituzionale, premio, lauree honoris causa, copertine di riviste, cittadinanze onorarie, traduzioni, soldi, flirt rotocalcheschi e quant’altro potrà mai saziare la fame di riconoscimento di un provinciale. Perché al fondo si tratta di convincere sé stesso, cioè il più ostinato detrattore. Come diceva mia zia spagnola: “Dime de que presumes y te diré de que careces”.

L’invidia

gennaio 21, 2010

La recente scomparsa di Beniamino Placido ha amareggiato molti, me per primo. Seguivo con attenzione sia la sua rubrica giornalistica sulla tv che il programma che condusse nel 1994 insieme a Indro Montanelli (Eppur si muove) sul carattere nazionale, in cui se dovevano criticare qualcosa dicevano sempre “noi”, “noi italiani”, non se ne tiravano fuori. Poi leggevo con interesse pure le sue recensioni su Repubblica, credo infatti di aver comprato e apprezzato I 15.000 passi di Vitaliano Trevisan dopo un suo articolo. E infine imparai quasi a memoria un suo densissimo saggetto edito dal Mulino, intitolato La televisione col cagnolino, in cui analizzava il celeberrimo racconto di Cechov per illuminare tanti piccoli fenomeni attuali. (more…)

Figure carismatiche

dicembre 19, 2009

Peccato per la foto, il primo piano stretto da pensatore che si tiene le tempie per il tanto rimuginare se no scoppiano. Avesse scelto una posa come quella di Feyerabend mentre lava i piatti, con la didascalia “il filosofo al lavoro”, ne avrebbe guadagnato parecchio. E peccato per certe tisanerie da oroscopo che ogni tanto gli scappano quando discetta di relazioni sentimentali nella sua rubrica settimanale su D di Repubblica. Peccato perché quando vuole, e parla d’altro, dice cose illuminanti. Sul ferimento del premier, per esempio, le parole più sagge sono state le sue, quando ha spiegato la natura delle personalità carismatiche, che producono consensi e dissensi a livello emotivo, e ha avvertito circa la pericolosità di un potere politico di questo tipo. Pericolosità per sé, nel senso che attira soggetti paranoici (vedi il caso di John Lennon) che lo identificano come un idolo o un bersaglio, insomma un oggetto fobico, e pericolosità per la democrazia, che si fonda sulla dialettica del confronto e sullo spirito critico. En passant, un discorso simile si potrebbe fare per la letteratura. Anche qui ci sono “figure carismatiche” (espressione di per sé neutra, e a prescindere dal fatto che quel carisma lo si cerchi ed ottenga deliberatamente attraverso gli strumenti del consenso oppure semplicemente càpiti), tipo Saviano e Moresco, intorno alle quali lo scontro emotivo spesso prevale sul confronto delle idee. Io resto dell’avviso che i termini fan e persecutore siano in fondo sinonimi dei quali è bene diffidare.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.154 follower