Il golf geniale

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Domenica pomeriggio. C. è al telefono con un’amica, entrambe lavorano nella moda. Le sento parlare di abiti, C. racconta a M. che mettendo a posto l’armadio ha scoperto che c’erano le tarme, e le avevano mangiato un golf in cachemire che le piaceva tanto, “hai presente quello nero, con lo scollo largo? Mi dispiace un sacco, quel golf mi risolveva un sacco di situazioni“. Io entro in camera e le chiedo con un’espressione fintamente burbera: “cos’è che ti faceva quel golf?”. Lei sorride teneramente, arrossisce, borbotta qualcosa per giustificarsi, “vabbé, cosa c’è di male?”. Quella frase mi ha fatto l’effetto che ebbe Ulrich leggendo su un giornale, quasi un secolo fa, che un cavallo da corsa era definito geniale. Lì ho capito che è saltato tutto: una visione del mondo, un sistema di riferimento, un’assiologia.  Quella frase era il presagio di una rigogliosa estate che mi sarebbe stata di certo preclusa.  Sono un uomo senza qualità, è inutile farsi illusioni. Dopo un’ora e un quarto di chacchierata C. si congeda da M. dicendo “ci sentiamo un’altra volta con più calma“.

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