Quanta ignorantità

subwayscape
In coda alla posta. Una fila interminabile. L’addetta allo sportello se la prende comoda, chiacchiera col collega. Una donna davanti a me si lamenta rumorosamente, e quando arriva il suo turno litiga con l’impiegata. Poi, andandosene, mi guarda in cerca di complicità e commenta: “quanta ignorantità!“. Una considerazione, oltre a quella ovvia socratica per la quale siamo tutti ignoranti, ma evidentemente c’è qualcuno più ignorante di altri, perché ignora anche di ignorare. La considerazione è questa: nonostante tutto, ignorante resta uno degli epiteti più infamanti che si possa rivolgere a qualcuno, soprattutto da parte di chi lo è. L’incolto nei fatti disprezza la cultura, non va alle mostre, al cinema, non legge libri, tuttavia resta avido di blasoni culturali. Il successo di polpettoni come Il codice da Vinci non si spiega solo con la trama avvincente, la teoria del complotto e l’elemento religioso. Fondamentale è che l’enigma abbia a che fare con l’arte (e difatti sta nel titolo), l’unica cosa che nobilita e gratifica davvero  il non lettore, ossia colui che ha determinato il successo di quel libro.

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