Terra matta

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Ad alcuni non piace l’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano, quella banca della memoria fondata da Saverio Tutino nel 1984 che raccoglie gli scritti di anonimi (autobiografie, epistolari, memoriali) in cui si riflette la vita di tutti e la storia d’Italia. C’è infatti chi pensa che sia un irresponsabile incentivo alla grafomania, o un’elegante fossa comune delle velleità letterarie. Forse in parte è così, ma visto che l’attuale programmazione editoriale è ormai gestita da commercialisti, allora ben venga un istituto senza fini di lucro che si proponga di dare degna sepoltura all’altrui scarto, agli autori negletti e ostracizzati che il mercato condanna all’oblio. Almeno qui le più meritevoli di queste memorie trovano ogni tanto la loro palingenesi discreta, vengono segnalate e proposte alla distratta attenzione degli addetti ai lavori. Terra matta di Vincenzo Rabito è uno dei casi più clamorosi. Narra le picaresche vicende di un bracciante seminalfabeta nato nel 1899 in un piccolo paese in provincia di Siracusa. Dopo una vita “molto travagliata e desprezata”, trascorsa lottando per sopravvivere ed affrancarsi dalla miseria attraverso il mattatoio delle due guerre mondiali, il “miserabile deserto” africano dell’impero coloniale, il lavoro col carbone in Germania, il ritorno in Sicilia con la disgrazia di una suocera “la più lurdda e la più delinquente donna in tutta l’Italia” e il miraggio del benessere negli anni del boom economico, Rabito negli ultimi anni si chiude in casa e decide di scrivere la propria autobiografia. Lo fa a modo suo, battagliando con la lingua e con una macchina da scrivere. Lo fa per lasciare un ricordo, una testimonianza di tutte le peripezie affrontate in giro per il mondo, perché “se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darraccontare”. Ma non c’è compiacimento alcuno, Rabito non è un autore contemplativo, quello la cui scrittura conserva un nucleo di personalismo ipocrita e sentimentale, che opacizza le cose invece di illuminarle, perché alla sua storia ci tiene, la vuole valorizzare, la sponsorizza, la esibisce, la accompagna in discoteca e ce la viene a riprendere. Al contrario, Rabito è un autore incarognito, un metalettico infido che ha sempre bestemmiato il suo destino infame, che non è lì per chiosare ma per sporgere querela. E difatti lo stile, sin dall’incipit, è quello di una denuncia ai carabinieri, in cui “il sotto scritto” dichiara innanzitutto le sue generalità, la residenza e lo stato civile, per poi additare il vero colpevole di tutte le sue disgrazie, quel “Padreterno, che quelle che voglino vivere onestamente in vece di aiutarle li fa morire”. Verrebbe da dire che si tratta del classico avvio dell’autobiografia di un dilettante, in cui tutto parte dall’inizio, eppure bastano poche pagine per comprendere che in realtà è un incipit in medias res, che introduce da subito il lettore nella battaglia della vita, dove l’unica cosa che conta sono i bisogni primari, e tutto è guidato dall’istinto di sopravvivenza. La scrittura di Rabito è un adorcismo, un regolamento di conti con la vita e i propri demoni, un’ebbra, ininterrotta confessione da taverna senza alcuna malizia retorica. L’autentico miracolo è come la voce di questa monade spirituale, di questa entità monologante, abbia acquisito una proprietà transitiva, riuscendo a staccarsi dalla pagina e a giungere fino al lettore. La sua valenza paradigmatica ed esemplare è sia il risultato di questo feroce corpo a corpo col linguaggio, inquisito e torturato al fine di farlo parlare, sia il frutto di quelle ferite esistenziali ostentate come stigmate. Le ferite di questo atomo spirituale esiliato nella tortuosa irriducibilità della propria voce diventano finestre che, nell’urgenza del rimpianto, proiettano lame di luce su altre monadi e altre vite, i cui momenti passati presenti e futuri si affollano così tutti insieme, premono sulla lingua, e tutti insieme si sciolgono in un ultimo fiato a ricomporre per un istante le disiecta membra del destino personale di ciascuno e la sua cifra spezzata – direbbe Auden – come il pane. Rabito dimostra pure una sapiente abilità registica, nel saper tenere il filo di illimitati discorsi in punta di penna senza mai imbrogliarli, ma tessendoli e dipanandoli e facendone ordito e rendendo a ciascuno di essi giustizia. La sua è una prosa lussureggiante, visionaria, barocca e semplicissima allo stesso tempo, piena di ombre, di rancori, di ferite immedicabili e di remote felicità che irrompono all’improvviso fra le pagine come piazze inondate di luce fra le sagome scure dei palazzi. Non date retta a chi lo descrive come un semplice poveraccio che volle trascrivere la sua vita per un vuoto di identità. Quella è una lettura riduttiva e patologizzante, che esiste solo nelle fantasie delegatizie di critici miopi e anosmici. Il protagonista di Terra matta è in verità un personaggio tragico, perché, come Edipo, si riconosce intimamente consacrato alla Legge che lo trascende, pur non potendovi e volendovi corrispondere.

6 Risposte to “Terra matta”

  1. gianni biondillo Says:

    Libro pazzesco: Tra l’altro Rabito aveva il dono sommo del narratore, un vero talento naturale: agnizioni, colpi di scena, scene madri, etc. senza neppure fare un corso di scrittura creativa alla Holden!

  2. macondo Says:

    Ma è stato pubblicato, il Rabito? Queste “minuzie” servirebbero all’info. E per un Rabito ritrovato, quanto Rabiti perduti… Da cui si evince che le storie letterarie sono fatte dai ragionieri dei commercialisti.

  3. sergiogarufi Says:

    sì gianni, un libro pazzesco, con quella punteggiatura folle, ogni parola separata da punto e virgola; e poi il tono, feroce, incazzatissimo. fra le autobiografie di semianalfabeti rivaleggia solo con “gnanca una busia” di clelia marchi.
    scusa macondo, non l’ho specificato: il libro è stato edito da einaudi.

  4. leo Says:

    chi compra questo libro legge anche (tra gli altri,echecazzo!) Fatus Sophie.
    IBS.
    Sarà mica una “sòla” come il “Davide” di Coccioli,eh!

  5. Luca Tassinari Says:

    Un libro straordinario, quasi come l’apertura di questo blog.

  6. sergiogarufi Says:

    ciao luca, sono d’accordo, quel libro è proprio straordinario (solo il libro)🙂

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