Nulla al caso (appunti sul tema del viaggio)

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La cosa che più mi colpì di F. quando la conobbi era la sua organizzazione. Tutto era pianificato fin nei dettagli. Se si andava al cinema in una parte della città diversa dal solito, all’uscita consultava il suo palmare e ti diceva con precisione qual era il miglior ristorante della zona. Prima di partire telefonava per prenotare. In auto impostava il satellitare che ci guidava nel tragitto più breve e attaccava l’ipod allo stereo, in modo tale da scegliere la compilation di pezzi più adatta per l’occasione e per il tempo dello spostamento. In previsione di un week-end nella sua casa al mare in Romagna, F. mi chiamava qualche giorno prima dall’ufficio chiedendomi che canzoni avrei voluto ascoltare durante il viaggio di andata e ritorno, così da scaricarle e impostarle sull’ipod. In sostanza la radio non si ascoltava mai, i nostri gusti consumavano se stessi, non si nutrivano del nuovo.Quando decidemmo di andare in Turchia a trascorrere le vacanze estive, fermandoci 3 giorni a Istanbul per poi noleggiare un’auto e fare tutta la costa fino alla Cappadocia, e infine tornare a Istanbul e imbarcarci sull’aereo, lei si presentò qualche giorno prima con un foglio excel pieno di caselle nelle quali dovevamo segnare i luoghi di sosta giorno per giorno. L’itinerario era stato studiato sui suggerimenti di diverse guide turistiche e di alcuni amici che ci erano già stati. Assieme alle guide si era procurata una cartina del posto e un evidenziatore per segnare il tragitto che avremmo percorso. Confesso che, pur essendomi totalmente estranee, quelle modalità di viaggiare finirono per appassionarmi, e così la sera in albergo ci si contendeva l’evidenziatore, oppure consultavo le guida sui posti che avremmo visitato il giorno seguente, così che le antiche rovine non fossero più mute o reticenti.

Ora, per un improvvisato come me, questo modo di programmare le cose senza lasciare nulla al caso era qualcosa di affascinante e respingente insieme. Per dare un’idea di quanto non programmi mai niente, si consideri questo episodio recente. Sono invitato a parlare a Torino per una serata in memoria di David Foster Wallace. Ci vado in treno. Arrivo a Torino verso le 19 e la conferenza termina due ore dopo. A quel punto gli organizzatori mi chiedono di cenare col loro al ristorante. A mezzanotte circa mi accompagnano in stazione, salutandomi per strada, e lì mi accorgo che l’ultimo treno per Milano era già partito da più di un’ora, e per quello successivo avrei dovuto aspettare le 5 del mattino. Con pochi euro in tasca, sì e no quelli del biglietto, ho passato 5 ore camminando per le strade nebbiose e fredde dei dintorni della stazione in mezzo a un’umanità di drop out, ubriaconi, tossici e punkabbestia che mi fermavano a ogni angolo. Dev’essere una cosa ereditaria, perché ricordo che, da bambino, più di una volta partii con la mia numerosa famiglia per delle vacanze pasquali non programmate in Toscana e, dopo aver constatato amaramente che tutti gli alberghi erano pieni, finimmo per dormire in macchina.

Questo per dire che apprezzavo davvero la cura che F. metteva in ogni dettaglio dei nostri viaggi, ma più in generale nella sua vita, affinché non ci fosse alcun imprevisto. Lo apprezzavo anche perché io non mi impegno mai in niente e alla fine le cose che faccio in realtà mi sono capitàte, non le ho decise o scelte. F. aveva un modo fisico di dimostrare questo impegno. Quando faceva qualcosa con cura le usciva una piccola e buffa smorfia involontaria, stringeva le labbra e le sporgeva in fuori. Gliel’ho visto fare tante volte: cucinando, per esempio, o nelle faccende domestiche. Nei momenti in cui glielo facevo notare arrossiva, diceva che era una cosa di famiglia, che fa anche sua madre e faceva sua nonna. Per me quella smorfia è la sua cosa più bella.

Ma allo stesso tempo la programmazione ferrea, che da un lato ci mette al riparo dagli “incidenti di percorso”, dall’altro lato ci sottrae qualcosa di fondamentale, di euristico, perché è proprio il caso invece, che si cerca in tutti i modi di neutralizzare (“non lasciare nulla al caso”), l’unico vero motore di cambiamento e di scoperta.  Tutti i miei luoghi elettivi li ho scoperti per caso. Non mi ci sono recato appositamente in seguito a qualche segnalazione, e neppure mi ero informato in precedenza. La torre di avvistamento longobarda a Vezio, per esempio, poco sopra Varenna, con la sua vista strepitosa sul lago di Lecco, la scoprii intravedendone i merli ghibellini da dietro un bosco. Mi arrampicai per qualche tornante in moto e poi proseguii a piedi per un lungo sentiero.

Lo scopo dichiarato di tutti questi aggeggi tecnologici è quello di facilitarci la vita, ma nel renderla più facile la banalizzano e la omologano. E’ solo nell’imprevisto, nell’errore, nello scarto dall’ordinario, che abbiamo l’opportunità di conoscere davvero le cose, di fare un’esperienza vergine, non ipotecata da pregiudizi. Quel modo di viaggiare per cui ci si informa prima su internet e si consultano cataloghi e guide turistiche del luogo che si andrà a visitare, pur lasciandoci liberi di scegliere all’interno di un certo range di possibilità, di fatto ci incanala in dei percorsi obbligati simili a quelli dei supermercati. Ognuno può sostare e acquistare ciò che vuole, ma prima di raggiungere la cassa si deve per forza passare dalla frutta e verdura, poi dal reparto latticini ecc ecc. E’ un ventaglio di percorsi di significato già stabiliti a monte.

Io trovo che l’antropologia del turismo sia una branca di studi affascinante, e non solo per il fatto che il viaggio è una costellazione inesauribile di simboli e metafore, ma soprattutto perché ci spiega meglio e più chiaramente di altre discipline le dinamiche e i comportamenti sociali contemporanei. Il fenomeno dello snobismo di massa è nato quando il turista ha negato se stesso, facendo proprio il disprezzo che gli riservava il viaggiatore. Oggi per stroncare un luogo di vacanza si afferma che “è pieno di italiani”, come se chi lo dicesse fosse altro, o come se quei disprezzabili connazionali non fossero il nostro specchio inquietante e impietoso.

Ma è sulle modalità delle forme di conoscenza che il viaggio organizzato agisce con maggior coercizione. Nel capitolo riguardante Roma del bel saggio di Cristiano De Majo e Fabio Viola intitolato Italia 2, gli autori incontrano Emanuele Trevi e discutono su quanto oggi il viaggio venga inteso come verifica di un pregiudizio, un riconoscere anziché un conoscere. Ricordo che da ragazzo mi colpì la frase di uno scrittore che sosteneva che tutti conoscessero New York, anche chi non c’era mai stato. Il motivo era ovvio: New York è stata in tutti questi anni il fondale di innumerevoli servizi del telegiornale (il classico capodanno a Times Square), film, telefilm e serie televisive (si pensi a Sex and the city), a tal punto da aver colonizzato l’immaginario collettivo. Questa sensazione senile e sterile di déjà vu, che ci prende perfino laddove non siamo mai stati, oggi non è più confinata a New York, si è diffusa come una metastasi della conoscenza, tutto è déjà vu. Di più, sempre più spesso vedo persone a mostre d’arte col catalogo in mano, che osservano l’illustrazione e poi il quadro, e verificano così le corrispondenze. E’ precisamente l’atteggiamento dell’uomo comune che incontra per strada il vip televisivo, e immancabilmente gli dice “sembrava più basso!” (o più alto, o più grasso ecc).

Qualche settimana fa lessi su L’Internazionale un’amara vignetta di Gipi che riassume bene i miei timori su cosa significhi realmente concepire in questo modo il viaggio. Si vede l’autore seduto a fianco di una persona dall’aria sconsolata nella hall di un aeroporto, e quest’ultimo dice: “Per quanto io abbia viaggiato, dalla Patagonia a Pechino, da Sidney ad Anchorage, non ho mai trovato un posto che non mi contemplasse“.

 

(foto di copertina del volume di Max Rommel e Marissa Morelli Storia di una strada)

11 Risposte to “Nulla al caso (appunti sul tema del viaggio)”

  1. Luca Tassinari Says:

    Una volta, se non me lo sono sognato, ho letto un passo autobiografico di Rilke sui preparativi per un suo viaggio in Russia con Lou Salomé, in cui la meticolosità programmatrice dell’affascinante compagna non era inferiore a quella di F. Se lo ritrovo te lo mando. Quanto a me, di solito leggo le guide dei posti che visito solo dopo esserci stato, quindi non posso non sottoscrivere il tuo elogio dell’erranza.

  2. vanni Says:

    poi c’è il caso di Cortazar che ricordava Vienna non come l’aveva conosciuta ma come l’aveva immaginata prima di conoscerla

  3. sergio pasquandrea Says:

    Io quando viaggio seguo una metodologia jazzistica: mi preparo un tema e un giro d’accordi, insomma, una traccia da seguire, dei punti fermi da toccare, e poi ci improvviso sopra.
    Ma mi serve sapere dove andrò a cadere.

  4. cristiano Says:

    sergio, non so se lo hai letto, ma in tema un libro strano e molto bello letto di recente è london orbital di ian sinclair, resoconto di una camminata a più tappe lungo l’m25, il gigantesco raccordo anulare che circoscrive londra.

  5. sergiogarufi Says:

    @luca
    ti dirò che confidavo nel fatto che intendessimo allo stesso modo il viaggio…:-) interessante quell’aneddoto su lou, che sia una caratteristica prettamente femminile, quella? cmq se lo trovi mi piacerebbe leggerlo, la mia mail la sai?
    @ vanni
    non conoscevo questa cosa di cortàzar, da dove l’hai saputo?
    @sergio pasquandrea
    beh, sai che fra i brani scaricati sull’ipod per i miei viaggi con f., qasi sempre le mie preferenze riguardavano cover jazzistiche (night & day interpretata in tutti gli stili possibili, per es. velocissima e gelida da brubeck e desmond)?
    @cristiano
    non l’ho letto e nemmeno mai sentito, mi incuriosisce molto. stefanie golisch, una mia amica scrittrice e traduttrice tedesca che abita vicino a me mi raccontava che da ragazza aveva un fidanzato pseudofilosofo che la portava a fare delle passeggiate romantiche in tangenziale…

  6. vanni Says:

    garcia marquez: taccuino di cinque anni (mi pare)

  7. sergiogarufi Says:

    grazie vanni.

  8. Luca Tassinari Says:

    eh, la mail la saprei anche, ma bestia se riesco a ripescare il pezzo. Comunque, a memoria, i due si prepararono per mesi a programmare itinerari e visite, fra cui un mitico incontro con Tolstoj, che si rivelò una mezza delusione. Il rigido programma della Salomé includeva un corso a tappe forzate di russo per il povero Rilke. Diversi mesi di preparativi per un viaggio di poche settimane. Roba d’altri tempi.

  9. Ghega Says:

    Luca, forse ti riferisci allo scambio “RILKE RAINER M.; ANDREAS-SALOME’ LOU; PFEIFFER E. (CUR.) – EPISTOLARIO 1897-1926” edito da La Tartaruga nel 2002. Una donna sola a spasso per ll’Europa, in quegli anni, non può non considerare la logistica degli spostamenti. Comunque le lettere sono molto belle, non tanto per una loro qualità estetica, quanto per la restituzione di una relazione ancora oggi attuale, ma rara quanto allora.

    Ghega

  10. Luca Tassinari Says:

    Grazie Ghega. Se avessi quel libro, o se ricordassi d’averlo mai letto, probabilmente mi riferirei proprio a quello🙂 Scherzi a parte, credo d’aver letto la storia dei viaggi in Russia in una biografia di Rilke, che però non trovo più.

  11. Ghega Says:

    Se avessi letto quella biografia mi ci riferirei anch’io:-)

    Ghega

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