Orientamenti

grunewald

P. mi passa a prendere alle 9, l’ho invitato a un reading poetico che si svolge in un arci di Turro, vicino a viale Monza. E’ la quarta volta che ci vado e ancora non ho imparato la strada. Ho il senso di orientamento di uno con la labirintite, fortuna che invece P. sa sempre ritrovare la strada di casa, anche in posti dove non è mai stato. Dev’essere il suo passato da buddista, il suo amore per l’oriente. Io sono occidentale fino al midollo, non ho mai provato attrazione per l’India o la Cina come molti miei amici. Il massimo punto a est in cui mi sono trovato è la Turchia, che è in fondo un appendice dell’Europa. Se mi offrissero un viaggio con una destinazione a scelta, istintivamente mi volgerei a ovest: Nordamerica o Sudamerica. Orientarsi significa volgersi a est, ecco perché mi perdo così facilmente. E forse c’entra pure il fatto che le ho sempre prese a botte, difatti menare sta per guidare. 

Nel circolo arci c’è la solita poca gente, nonostante gli encomiabili sforzi organizzativi di Anna Lamberti Bocconi, che ha pubblicizzato l’incontro su lit-blog e facebook, e nonostante che il poeta della serata, Andrea Inglese, non sia affatto sconosciuto. Noto che hanno invertito i posti assegnati al pubblico e al relatore, forse in omaggio a qualche criterio geomantico taoista, la letteratura feng shui. Le poesie di Andrea sono decisamente belle, di scuola fortiniana, fredde e descrittive, e lui le declama col giusto tono e pause appropriate. Ma l’atmosfera del reading è sempre la stessa degli incontri precedenti, quella che Giovanni Giudici definì un’euforica esequia / dove educatamente s’attedia  /il pubblico di gente intelligentepiù della media (circa).

Le cose meno gradevoli sono gli interventi del pubblico, la mania di protagonismo di chi soffre per non essere lui sulla ribalta, vorrebbe l’occhio di bue su di sé, e quindi non pone delle domande, ma fa delle interminabili e noiosissime controconferenze. Il dibattito si accende in occasione di una poesia sull’ateismo e trova facili consensi tranne per uno spettatore egiziano, dall’orientamento religioso molto meno dubbioso del nostro. “Nell’Islam Dio non è morto”, diceva un illustre studioso delle religioni. P. si trattiene a stento dall’entrare in polemica, oggi che è un ratzingeriano. A me manca l’orientamento topografico, ma quello suo religioso ha notevoli oscillazioni.

Nelle pause degli interventi si inserisce Francesca Genti, che evidentemente ha l’horror vacui, e propone dei temi di discussione interessanti e più pagani, che dirottano la conversazione da Dio ai luoghi dell’ispirazione. Inglese risponde dicendo che la sua poesia cresce nei c.d. momenti morti, quando il pensiero non è più funzionale. Io penso alle mie muse ispiratrici, le coliche, per fortuna ancora frequenti e feconde. Per me una città è rata e non consumata se non si è sperimentato il pronto soccorso. A volte fantasticavo di redigere una sorta di guida Michelin, con le siringhe al posto delle forchette. Al top metterei quello di Camaiori, in Versilia, dal servizio ineccepibile e con la vista inebriante su un grande parco di pini marittimi secolari e sullo sfondo la maestà delle Apuane.

In questi posti s’incontra un’umanità affascinante, il dolore rende più autentici, saltano tutte le ipocrisie. Ricordo un Bartleby moderno, un ventenne scrauso con la fidanzata petulante e acida che gli rimproverava di essersi abbuffato al ristorante, e lui rispondeva senza guardarla negli occhi con un mantra efficacissimo, l’equivalente sgarbato del “preferirei di no” melvilliano. Diceva solo “suca“. In continuazione. Suca. E si vede che lei ci era abituata, perché non si incazzava neppure.

In auto al ritorno P. mi chiede cos’è il talento nella scrittura, da cosa si capisce che uno sa scrivere. Sono le classiche domande da un milione di euro. Cerco di svicolare dicendo che è un modo diverso di dire le stesse cose di sempre. Lui insiste, vuole degli esempi. Gli parlo di “pensiero laterale”, “sguardo obliquo” e tutte le solite cazzate, ma lui resta insoddisfatto, pretende qualcosa di concreto. Allora provo a cavarmela con l’ascensore. Gli dico perché penso che i napoletani siano un popolo inventivo, facendo l’esempio dell’ascensore, che loro chiamano trammamuro. Ecco, per riuscire a vedere un ascensore come fosse un tram che scorre in verticale anziché in orizzontale è necessario uno sguardo diverso dal solito, obliquo appunto, laterale. Quando credevo di essermela cavata con poco lui torna all’assalto, mi chiede perché proprio i napoletani. Replico con il luogo comune delle difficoltà che aguzzano l’ingegno, la miseria, il disagio sociale. In fondo il terreno di coltura del talento è sempre la sofferenza, fisica o psicologica. Qui P. si appaga, sapevo che non sarebbe stato insensibile all’elogio della sofferenza, avevo orientato apposta il discorso in questa direzione. “La passione è anzitutto un patire”, sentenzio congedandomi da lui con un subdolo registro gnomico. P. sorride soddisfatto e mi saluta.

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8 Risposte to “Orientamenti”

  1. linnioaccorroni Says:

    dalle mie parti quel ‘suca’ ( pausato fra prima e seconda sillaba) starebbe a significare letteralmente ‘questo cane’ che, a pensarci bene, non perderebbe niente della irrelatezza ed enigmaticità del motto bartlebyano. anzi,sarebbe assertivo quanto il ‘suca’ del fidanzato, senza però implicazioni blowjobistiche.
    poi è vero: l’evocazione del dolore e della sofferenza è una specie di antidoto che funziona in miliardi di situazioni diverse e per gli scopi più diversi. Ci sono intere cosmogonie religiose che sono costruite sull’esaltazione del dolorismo e della sofferenza in tutte le forme.

  2. lisa Says:

    Quanto tu dici potrebbe spiegarmi l’istinto da “crocerossina all’incontrario” che mi prende alle presentazioni.. La sofferenza di cui parli lì diventa quasi un trompe l’Oeil, quel patire ridotto a tinte
    a servizio dell’inganno, lì è come se la sofferenza perdesse la sua realtà o consistenza, o quanto meno non ce ne fosse abbastanza per orientarsi. Allora dopo un po’ vorrei portare tutti fuori a ricominciare a soffrire normalmente.

    grazie
    lisa

    p.s “trammamuro” lo ignoravo, ma è decisamente bellissimo

  3. francesca genti Says:

    Effettivamente ho l’horror vacui, basta vedere casa mia… ma ieri sera cercavo solo di stoppare il concilio vaticano!

    e poi e poi… sergio, tu lo sai, perché sei venuto quattro volte, che l’atmosfera non è stata affatto sempre come ieri sera, menti sapendo di mentire 🙂

    Bello il libro di Inglese, l’ho letto tutto ieri a casa.

  4. gianni biondillo Says:

    Conosco un sacco di napoletani senza alcuna creatività né talento.

  5. cristiano Says:

    bello

  6. sergiogarufi Says:

    @francesca
    non lo dicevo in senso negativo, a me le atmosfere depressive piacciono, sono un po’ come il protagonista di fight club quando va nei gruppi di supporto delle malattie gravi, non a caso subito dopo essermi separato ho iniziato a venire ai giovedì di turro 🙂
    @gianni
    sì, era tutto un gioco sui luoghi comuni
    @cristiano
    grazie
    @lisa
    quelle situazioni le viviamo allo stesso modo, e anche a me trammamuro piace molto. pure lo specchio, che lo chiamano “il tale e quale”, secondo me è brillantissimo.
    @linnio
    curioso il “suca” marchigiano. quello di quel ragazzo lì per lì non sembrava così volgare, forse per la reiterazione continua, il suo diventare quasi un intercalare.

  7. francesca genti Says:

    sì, lo so che non lo dicevi in senso negativo, ma allora solo ieri sera ti sei sentito sollevato?

  8. sergiogarufi Says:

    no, occasioni di sollievo come quelle fortunatamente non mancano…:-)

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