L’andamento stronzo della vita

uovo

“Qual’è l’ultimo libro che ha letto?” Lo dicono così, con l’apostrofo, quelli del Club del libro che mi bloccano in centro. “Mi spiace, sono allergico”, rispondo quasi senza fermarmi.

Nella saletta dei concerti accanto al Duomo si sente il Dies Irae del Requiem di Mozart. I due tipi di Requiem, Verdi e Mozart, associati ai due tipi di crocefissi, col Christum triumphans e quello patiens.  Only connect, il mio sogno.

 “Io vorebbe senza parlar esser inteso“, dice un graffito d’epoca rinascimentale al Castello di Issogne, in Val D’Aosta.

A me colpiscono sempre i nati verso fine settembre-primi di ottobre. C., mia sorella, Berlusconi, Caravaggio. Sono i figli di Capodanno, di un sesso pieno di speranze.

In una lettera del 21 Aprile alla sorella Ottla, Kafka parla del “capolavoro” del Signorelli, la Cappella Brizio a Orvieto. Quello stesso giorno 80 anni dopo ero lì con C. in vacanza. Le regalai un libro di Céline. Lo ritrovo ora col trasloco, c’è dentro il biglietto del treno e un depliant turistico della città. Quante cose ho trovato dentro ai libri: biglietti di mostre, una bustina di aulin, una lettera d’amore, a volte anche soldi, e in effetti non c’è miglior forziere di un libro in una grossa biblioteca. Glielo restituirò ma non lo leggerà neppure stavolta. Se c’è il “ditelo con i fiori”, perché non dovrebbe esistere il “ditelo con i libri”? Il problema è che è una lingua morta, è come fare una dichiarazione d’amore in latino.  

L’ossessione del culo maschile di Signorelli. I suoi armigeri dai pantaloni attillatissimi. Mengaldo che stronca Céline per la metafora ossessiva del buco del culo, come se Bosch non esistesse. 

Gli angeli della Cappella Brizio a Orvieto non torturano i dannati, ma si pongono come un cordone sanitario impedendogli di scappare. L’inferno è dover vivere in un brutto posto, non tanto subire delle sevizie. O meglio, vivere in un brutto posto è già subire delle terribili angherie.

Qualche mese fa becco C. che ride leggendo un sms ricevuto da un’amica. Le chiedo perché, e lei continua a ridacchiare, poi fa: “Ok, te lo dico. Ricordi l’altra settimana quando ti chiesi cosa stavi leggendo e tu mi rispondesti Kafka? Io ti dissi: ancora Kafka? E tu mi replicasti secco: Kafka è una religione. Beh, da allora fra me e le mie amiche è diventato un tormentone. L’altro giorno ero uscita con L. e le avevo consigliato di comprarsi le Birkenstock, lei mi aveva detto che non le piacevano esteticamente e io avevo insistito, assicurandola che se le avesse provate poi non se le sarebbe più tolte. Ora mi ha appena mandato un sms che dice: “Avevi ragione! Le Birkenstock sono una religione!”

Il tocco delle mani. Oggi una ragazza mi ha chiesto di accendere una sigaretta. Le ho acceso e lei mi ha sfiorato le mani per proteggere la fiamma dal vento. Toccarsi le mani è una delle cose più intime. Nell’antica Roma ci si sposava stringendosi la mano destra. Oggi si dice “impalmare”. Le mani ossute e artigliate di Cosmè Tura, Carlo Crivelli. Quelle biscottate e sartoriali di Giusto di Gand nel Federico da Montefeltro nella Pala di Brera di Piero della Francesca rimasta incompiuta. Il momento imbarazzante in chiesa dello scambio di un gesto di pace, stringendo la mano di uno sconosciuto. L’amica che ti legge la mano…

Il magnate americano con le manette ai polsi, processato per aver rubato 65 miliardi di dollari. La gogna mediatica, la folla che lo insulta e vorrebbe linciarlo. Il capro espiatorio di un delirio collettivo. Il mostro rumeno, il pedofilo, gli zingari che rubano i bambini. Istituiamo l’Agnus day.

Il signum harpocraticum, il dito sulla bocca per fare silenzio. Susanna e i vecchioni del Guercino al Prado, la sua chiamata di correità, col vecchio che si gira verso lo spettatore intimandogli di tacere nel timore di essere scoperti.

I piedi. I piedi scandalosamente sporchi di Caravaggio. Quelli resinosi del Cristo di Grunewald. Mia nonna che diceva timorosa: “le estremità”, oppure più audace: “i piedi, con licenza parlando”.

I piedi meravigliosi di N., col dito storto di cui si vergognava, la sua cosa più bella. I tacchi alti nonostante la sofferenza. L’aspetto fonetico dei tacchi, come il rumore dell’Harley Davidson, che ti annuncia, segnala la tua presenza. Le scarpe sempre esiliate la notte, il suo timore che facessero cattivo odore.

La memoria olfattiva: l’odore degli agrumi spremuti durante le influenze invernali, quello borotalcato della piccola Camilla, quello di cocco sulla pelle di C., la mia infanzia che sa di cloro per le odiate lezioni di nuoto, e infine quello della miscela dei motorini, la mia madeleine dell’adolescenza, quando inizia a vacillare la fede nell’essenza unica e indivisa del mondo.

(il titolo del post è una variante di quello di una splendida poesia di Anna Lamberti Bocconi, l’andamento affanculo della vita)

6 Risposte to “L’andamento stronzo della vita”

  1. sergio pasquandrea Says:

    Sarebbe più bello: “io vorebbe parlar senza esser inteso”. Più onesto.

  2. Angie Says:

    ”Io vorebbe senza parlar esser inteso“. Anch’io… a volte.

  3. Elio Says:

    Bellissima questa periferia, Sergio. Ciao

  4. gianni biondillo Says:

    concordo, le Birkenstock sono una religione.

  5. sergiogarufi Says:

    @sergio
    dici? boh…
    @angie
    ciao isolana, come stai?
    @elio
    troppo buono, grazie.
    @gianni
    secondo me tu passi di qua solo xché c’è scritto “periferia”🙂

  6. gianni biondillo Says:

    Be’, ma lo sai che io dal 21 giugno al 21 settembre vado in giro SOLO con le Birkenstock. E’ roba da fanatici religiosi, no?

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