The first cut

keitel-smoke

Un anno e mezzo fa Stilos chiuse. In molti ne rimarcarono i difetti: il provincialismo delle foto e delle didascalie degli autori dei pezzi, la diffusione non proprio capillare, il tono quasi esclusivamente elogiativo degli articoli, l’assenza di retribuzione, l’eccessiva autoreferenzialità. Avendoci collaborato per 4 anni, potrei aggiungerne altri, come il fatto che spesso i pezzi venivano tagliati arbitrariamente, senza avvertire l’autore, e questo faceva infuriare molti. Ma è pur vero che il giornale nacque su basi volontaristiche, e che il lavoro di Gianni Bonina, svolto nei ritagli di tempo, doveva essere molto faticoso e ingrato. Il pregio principale è stato quello di ospitare le voci che si ritenevano meritevoli senza badare ai titoli, cosa che accade assai di rado nelle riviste letterarie tradizionali. Io fui uno di questi fortunati. Qualcuno segnalò a Bonina un mio articolo in rete e questo fu sufficiente per farmi entrare nel giornale. Lì avvenne il mio esordio su carta, se si eccettuano due fugaci comparsate su oscure riviste accademiche ai tempi dell’università.

Quando iniziai a scriverci, Stilos era il supplemento letterario del quotidiano La Sicilia. Usciva ogni martedì. Ricordo che il primo pezzo che gli inviai era di una lunghezza spaventosa, circa 16.000 battute, e mi fu chiesto di accorciarlo della metà. In pratica, dovevo riscriverlo completamente. Nella mia piccola città il giornale era irreperibile, e siccome per posta arrivava in ritardo o addirittura non arrivava, spesso mi recavo a Milano a prenderlo. Ci andavo la sera perché di giorno lavoravo, ed era una grande emozione vedere il mio nome stampato su un giornale. Mi sentivo importante. A quell’ora, le uniche edicole aperte che lo vendevano erano i chioschi di corso Buenos Aires. Chi vive a Milano sa che questi chioschi la notte si trasformano. Al posto dei quotidiani e dei periodici “rispettabili” si riempiono di riviste e videocassette porno. Pure la clientela cambia. Ci si guarda con sospetto o vergogna, anzi si evitano gli sguardi. In quello dove andai una sera l’edicolante era un transessuale. Gli chiesi se aveva Stilos e mi rispose: ”Non mi pare. Di che parla?” Dissi: “Di letteratura”, e lui replicò con aria un po’ schifata: “Noi non teniamo quella roba”. Aveva ragione Valery Larbaud, la letteratura è un vizio, uno dei peggiori.

Sull’ultimo numero di Stilos Giulio Mozzi nella sua rubrica parla di sagre paesane e festival letterari. La sua preferenza va senza esitazione alle prime (“I festival non mi piacciono. A me piacciono le sagre”). Gli piace l’odore della carne ai ferri, le giostrine, i bambini che piangono, “perché la sagra è, prima di ogni altra cosa, baccano: grida di venditori, voci che si sovrappongono, musiche delle giostre” ecc. Alle sagre “una costoletta è una costoletta, una caffettiera in offerta a soli due ero una caffettiera in offerta a soli due euro, una giostra coi cavallini è una giostra coi cavallini. Nessuno pensa, stando qualche ora nella sagra, di vivere un’esperienza memorabile, o un’esperienza che rimandi a qualcos’altro: la sagra è la sagra”. Il festival per lui è il contrario, e il suo proporsi come esperienza “è la prova provata della sua falsità”.

Anche a me piacciono le sagre, e vicino a casa mia, soprattutto d’estate, ce ne sono diverse. Mi piace ballare il liscio con gli anziani del posto pur non sapendo ballare, mi piace assaggiare i cibi locali anche se spesso sono cucinati male, ma non ho mai pensato che siano più autentiche di altri tipi di manifestazioni. Al contrario, sono convinto che le sagre siano le Gardaland della nostalgia, e tuttavia non vedo nulla di male a immergersi in un passato ideale e posticcio, che fa riferimento a un sistema di valori che non esiste più. Sono delle piccole evasioni consolatorie e rassicuranti, che vogliono farci credere che esiste ancora una vita comunitaria fatta di solidarietà e buoni sentimenti, quando ci si conosceva tutti per nome e il bene aveva sempre la meglio. In sintesi, per me anch’esse si propongono come esperienze di qualcos’altro. E’ curioso da parte mia adoperare gli aggettivi consolatorio e rassicurante in senso non spregiativo. Nel recensese si liquidano così i brutti libri, è quella la scarlet letter più usata dai critici. Ma a volte questa vita ha bisogno di momenti di conforto e di evasione.

A settembre ero alla sagra della patata di Oreno, che è una frazione di Vimercate, uno dei tanti paesi che dà del voi (cioè che finisce in “ate”) della provincia di Milano. A Oreno c’è molto da vedere. La neoclassica Villa Gallarati Scotti, poi Villa Borromeo, col suo splendido parco all’inglese e il casino di caccia con gli affreschi tardogotici che ritraggono scene venatorie e ricreative dell’epoca (il XV sec.). La sagra offre degustazioni gastronomiche in tema, oltre a concerti di liscio, spettacoli teatrali, mostre, animazioni per bambini e un corteo storico. Mi faceva compagnia F., un’amica tedesca che per un certo periodo scrisse pure su Stilos, cioè fino a quando si arrabbiò perché le tagliarono un articolo senza avvertirla. Le chiesi di sua figlia J., di 13 anni, che un mese prima era follemente innamorata di un ragazzo di Genova col quale aveva trascorso una vacanza studio in Inghilterra, e mi rispose che si erano lasciati, che ora le piaceva un altro. Commentai che in fondo era normale per quell’età, vivere delle infatuazioni intense e brevissime, e F. replicò che lei a quell’età era molto diversa.

“Ricordo ancora il giorno in cui incontrai D. Era il 28 gennaio 1975, avevo 13 anni ed ero andata a una festa di due classi del mio liceo. Lui era più grande di me, biondo e magro. Ricordo perfettamente come eravamo vestiti, cosa mi disse, e pensai subito che quella data dovevo imprimermela nella memoria, ero assolutamente cosciente della sua importanza. Il sabato successivo dovevo incontrarlo e avevo deciso che a lui avrei dato il mio primo bacio. E invece niente, non mi guardò neppure, come non esistessi. Per mesi lo perseguitai, facendo telefonate mute, passeggiando sotto casa sua con un’amica, pedinandolo ovunque perché conoscevo i suoi orari: quando aveva lezione di pianoforte, quando andava in piscina. Se mi capitava di incontrare sua madre al supermercato era un evento, qualsiasi cosa avesse a che fare con lui mi emozionava e turbava. Mi rassegnai all’evidenza solo un anno dopo, quando baciai un altro ragazzo, ma ancora oggi ho l’impressione che quel giorno la mia vita prese una direzione sbagliata, che quello non era il ragazzo giusto. Il 28 gennaio 1975 è una data spartiacque per me, solo dopo quella delusione cominciai a scrivere.”

“Lui sapeva cosa provavi, gliel’hai mai detto?”

 “No, figurati, ora neanche si ricorderà di me. Ma a volte mi immagino di stare con lui, magari in un ristorante, e di spiegargli i miei sentimenti di allora.”

“Sai che fine ha fatto?”                                                                                                                                                                                                                             

“Sì, insegna chimica in una università americana. Ho visto anche una sua foto. Non è invecchiato bene. Ora è calvo, grassotello e con la barba. Indossa un maglione a V e ha un bel sorriso, sembra felice. L’ho trovato su Google, lì c’è il mondo”.

Era un ricordo indotto dall’atmosfera nostalgica della sagra, o dalla visione delle scene di seduzione raffigurate negli affreschi che avevamo appena visto? Non lo so. So che il mondo è pieno di persone che sono state fondamentali nella vita di qualcuno, persone che ignorano del tutto questo loro ruolo decisivo ma restano impigliate nella rete dei nostri ricordi fino a condizionare un destino. Ascoltando la storia di F. mi è venuta in mente una bella scena di Smoke, il film di Wayne Wang basato sulla sceneggiatura di Paul Auster, quando il tabaccaio Harvey Keitel rivela all’amico scrittore William Hurt l’hobby che coltiva da vent’anni; ossia fotografare ogni giorno alla stessa ora l’angolo di strada di Brooklyn nel quale vive e lavora. E’ un album fotografico che Keitel non ha mai mostrato ad alcuno, concepito come semplice omaggio al proprio spazio: un crocevia come tanti, anonimo, privo di monumenti storici o grattacieli famosi. Ma lì c’è la sua bottega, quello è il luogo dove trascorre la sua vita, e lui lo ritrae con dedizione, tutti i giorni alle otto del mattino. Hurt dapprima lo sfoglia distrattamente, ma dopo l’invito di Keitel ad osservare con maggiore attenzione le differenti sfumature dovute alla luce, al clima, alla gente che passa, riesce a scorgere, nella folla indistinta che si reca frettolosamente al lavoro, il volto di sua moglie morta alcuni anni prima durante una rapina, e si commuove. Ecco che quella cosa personalissima, quella dichiarazione d’amore verso il proprio spazio, ora diventa significativa anche per altri; non appartiene più unicamente al suo autore, ma interessa ed emoziona chiunque, perché il destino di chiunque può riguardare pure il nostro, basta che gli si presti la giusta attenzione.

The first cut is the deepest, cantava nel 1967 Cat Stevens. Forse la scrittura nasce dalla mancata elaborazione di questi lutti sentimentali. Forse è una sorta di esorcismo, una vendetta, un risarcimento per l’amore negato. A cosa allude l’arte, se non a questa dolorosa assenza? A cosa cerca disperatamente di assegnare un nome, se non a ciò che non ha più cittadinanza nell’essere, o che non l’ha mai avuta?

2 Risposte to “The first cut”

  1. CalMa Says:

    Questo pezzo me lo ricordo bene. Porto, metaforicamente graziaddio, quelle ferite che qui aleggiano sul fondo e che consentono di apprezzarlo e di percepirlo in qualche modo come fosse un archetipo, un patrimonio di sensi condivisi.

  2. sergiogarufi Says:

    ciao mauro, mi fa piacere che lo ricordi e che ti sia piaciuto. qui proporrò pezzi inediti assieme ad altri già usciti su carta o in rete che mi sembrano ancora validi.

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