I numeri del Lotto

lottoSebbene sussista ancora nel grande pubblico qualche pregiudizio, incentrato più che altro sul presunto minor valore artistico delle opere a soggetto sacro rispetto alla ritrattistica, la verità è che non è più il tempo di scoprire Lorenzo Lotto, come scriveva Flavio Caroli in un brillante saggio (Lorenzo Lotto e la nascita della psicologia moderna, Fabbri, 1980). Non lo è più perché quel lungo percorso di avvicinamento e di rivalutazione iniziò già ai primi del Novecento, con le appassionate peregrinazioni filologiche di Berenson nelle Marche, nel Veneto e nel bergamasco (descritte in Lotto, Electa, 1955), proseguì con le liriche divagazioni di Anna Banti, per concludersi infine con la grande mostra che Bergamo, sua patria di adozione, gli tributò pochi anni fa. Ma forse sarebbe il caso di riscoprire, o perlomeno di far conoscere a un pubblico più vasto, quel documento umano di sconvolgente modernità, quell’autobiografia in cifre che è il Libro di spese diverse (a cura di P. Zampetti , Olschki, 1969), nel quale il Lotto annotò, nell’arco di quasi vent’anni, i suoi debiti e crediti.

Può sembrare paradossale che si affidi a un registro contabile il bilancio di una vita, ma nel caso del Lotto avvenne proprio questo. In mezzo a quei numeri, trascritti con maniacale acribìa e incolonnati negli schemi del dare e l’avere come fossero categorie dello spirito, affiorano spesso struggenti notazioni personali, e si scorge non di rado il carattere del grande artista incompreso, assillato dallo spettro dell’indigenza, mortificato nel suo talento da committenti provinciali, mancati pagamenti e frequenti liti con clienti insoddisfatti perfino dei suoi ritratti.

Non fu sempre così. Fino ai 45 anni, cioè fino al 1525, il Lotto era un artista stimato e richiesto; come testimoniano le numerose commissioni provenienti dalle Marche, dal bergamasco e perfino da Roma, nonché l’epistolario intercorso col Consorzio della Misericordia, in cui il pittore veneziano illustrava i suoi disegni per le tarsie del coro di Santa Maria Maggiore a Bergamo, la cappella Sistina dell’ebanisteria. Tuttavia, sin dagli affreschi di Trescore Balneario, seppur eseguiti in un periodo in cui la fortuna non gli aveva ancora voltato le spalle, il Lotto ci consegna un’immagine di sé che già tradisce un’espressione stanca, sfiduciata, quasi risentita; che è poi lo specchio fedele dei malumori e del pessimismo che contrappuntano i commenti e le osservazioni personali di tante pagine del suo diario cifrato.

E’ probabile, come sospettò il Berenson, che la responsabilità di queste continue traversie economiche fosse unicamente sua, cioè che il Lotto sia stato un amministratore inetto dei propri guadagni, o perlomeno che abbia riposto fiducia in chi non la meritava. Quel che è certo, come si evince dalle numerose contestazioni sorte sul prezzo e il valore delle sue opere, quasi mai stabiliti fin dal principio, è che il Lotto era un artista incapace di curare i propri interessi, di promuoversi e di valorizzarsi creandosi un ambiente favorevole o circondandosi di protezioni influenti; tutte qualità indispensabili per il successo professionale allora come oggi. Non si spiegherebbe altrimenti come, perfino durante il periodo migliore, cioè quando la sua reputazione era alta, il pittore veneziano abbia ugualmente sofferto di ristrettezze economiche. Resta comunque il fatto che, fuori della provincia, il suo stile stentò sempre a imporsi, vuoi per il gusto anticlassico delle opere sacre, vuoi per la ritrattistica più incline all’indagine psicologica che non alla glorificazione del soggetto. Ma, fortunatamente, la storia dell’arte non la scrivono i vincitori, e a noi non tocca studiare solo gli arrivisti come Joshua Reynolds.

La preoccupazione economica fu costante negli anni e non lo abbandonò mai in tutti i suoi spostamenti. Dal Libro di spese diverse ai testamenti, il Lotto appare ogni volta ossessionato dal tarlo di una rispettabilità che verrebbe da definire borghese, e che si concretizzava nella preoccupazione per il giudizio della gente e nel timore di non essere in grado di saldare i propri debiti. Illuminante, in questo senso, appare l’episodio di Treviso, avvenuto nel 1542 ma trascritto nel testamento veneziano del 1546. In breve, il Lotto riferisce che in quella città viveva nell’abitazione di Giovanni dal Saon, con cui stipulò un patto davanti a un notaio per il quale s’impegnava ad impartire lezioni d’arte al figlio del padrone di casa in cambio dell’alloggio gratuito. Infastidito dalle maldicenze della gente, che lo accusavano di sfruttare la situazione vivendo a sbafo (”mi venivano datte fiancate et renfaciamenti che io stava alla pagnota da pedante“), il Lotto pretese un nuovo accordo che prevedesse un pagamento da parte sua. Controvoglia, il padrone di casa acconsentì, ma di lì a poco il Lotto dovette abbandonare lo stesso anche quella casa, trasferendosi per l’ultima volta a Venezia per l’impossibilità di pagare la pigione concordata (”mi convene partir e levar da Treviso, maxime che de l’arte non guadagnava da spesarmi“). Anche in questo caso, il denaro occorrente per partire è frutto di un prestito del Saon, la cui promessa di risarcimento è accolta dal trevigiano solo dopo molte insistenze.

Ma la vocazione al fallimento lo segue pure a Venezia. Lì, più che altrove, il suo stile non piace ed è giudicato provinciale, le commissioni ufficiali sono scarsissime e i soldi, nonostante i risparmi e le spese ridotte al minimo, insufficienti. Nell’aprile del 1548 poi, mentre si arrangia tra un subaffitto e un altro, il Lotto riceve la famosa lettera di Pietro Aretino che, con il tono della degnazione, gli invia i saluti di Tiziano dalla corte di Carlo V. In sintesi, il mittente gli comunica che il cadorino sta “in mezo la grazia di tutti i favori del mondo“, e gradirebbe conoscere il giudizio del Lotto sulle sue opere, giacché “non è invidia nel vostro petto […] Ma lo esser superato nel mestiero del dipingere, non si accosta punto al non vedersi eguagliare ne l’offizio della religione. Talché il cielo vi restorarà d’una gloria che passa del mondo la laude“. La missiva è un capolavoro di calibrata perfidia, che dietro a un finto abbraccio cela una pugnalata, e gli giunge in un momento di grande sconforto. Il Lotto ha 68 anni, da tempo è tornato a risiedere nella sua città natale ma è ignorato da tutti, riuscendo a tirare avanti solo grazie ai prestiti degli amici e alla clientela marchigiana. Forse fu proprio allora, dopo questa lettera, che prese atto della vanità dei suoi sforzi e si decise a trasferirsi per l’ultima volta là dove la sua carriera era iniziata, quasi mezzo secolo prima, con ben altre aspettative.

Due episodi del 1551, forse l’anno più triste della sua vita, illustrano bene i suoi ultimi disperati tentativi di racimolare qualche soldo. In marzo il Lotto invia in dono a Francesco Bernabei, aristocratico anconetano, tre dipinti, accompagnati da uno scritto in cui gli fa sapere, qualora fosse preoccupato di essergli in qualche modo debitore, “ch’el me facesse quella cortesia che piacesse a lui, che me ne contentaria, e non per cunto di pagamento“. Superfluo aggiungere che il “regalo” fu subito rispedito al mittente, ed è commovente vedere un grande artista costretto a chiedere aiuto in modo così pudico e impacciato.

Sempre il Libro di spese diverse registra che nell’estate del 1551, nel porto di Ancona, il Lotto cerca di vendere “a lotto e ventura“, cioè mediante una vera e propria lotteria con tanto di numeri ed estrazioni, un folto gruppo di quadri rimasti invenduti. L’affare non andrà in porto, contava di guadagnare almeno 400 scudi e ne ricaverà meno di un decimo. Fra le opere messe all’asta, è menzionato pure un piccolo dipinto raffigurante Lo abatimento de la fortezza con fortuna. Si tratta di un’allegoria fedele ai dettami dell’ Iconologia di Cesare Ripa, in cui si celebra il trionfo della costanza e dell’impegno sul destino avverso. Il soggetto è quanto mai lottesco, la prova che, ancora a settant’anni, il grande pittore veneziano era convinto del suo talento, s’illudeva che alla fine la sua ferma determinazione avrebbe avuto la meglio. Quel quadro, di cui s’era persa ogni traccia fino a cinque anni fa, fu casualmente rinvenuto senza firma in una collezione privata di Urbino; come spiega Massimo Pulini in un eccellente saggio (La mano nascosta, Medusa, 2004). Il proprietario lo aveva acquistato per poche lire solo per compiacere la moglie, che a suo dire non s’intendeva di arte. L’aneddoto di Pulini ci insegna diverse cose. Primo che non è vero, come sosteneva Cioran, che “il matrimonio è l’unione tra due infelici per sopravvalutarsi a vicenda“; e inoltre che l’individuazione della firma di un dipinto anonimo può contribuire a dare forma e senso a quella mappa nebulosa che è il firmamento artistico, perché la pratica dell’attribuzionismo non è un mero esercizio rabdomantico, bensì il modo più nobile e autentico per rendere tributo a un artista scomparso, una sorta di indennizzo postumo per “restorarlo d’una gloria” negata.

Tirate le somme, ormai vecchio, stanco e solo, il Lotto accetta la propria sconfitta e si arrende al suo destino. Nel 1554 si fa oblato della Santa Casa di Loreto, donando i miseri averi che gli restano, e, in pratica, dichiara fallimento (”Per non andarmi avolgendo più in mia vecchiaia, ho voluto quetar la mia vita in questo santo locho: et fatomi oblato a perpetua vita mia, ho donato me con ogni mia sustanzia, provedendomi la casa de ogni più necessario vitto e vestituo perpetuo“). Gli ultimi appunti ci restituiscono il ritratto di un uomo umile e fiero che per vivere si adattò a fare di tutto, ritraendo perfino il calzolaio in cambio dei suoi servizi, o dipingendo i numeri per i letti dell’ospedale del convento. In questi anni solitari, nella rassegnata quiete del suo esilio lauretano, il Lotto realizza opere di grande maturità e sublime lirismo come la Presentazione al Tempio, rimasta incompiuta alla sua morte, nella quale si avverte già una sensibilità sorprendentemente moderna: nella luce dolente, nello sguardo sconsolato, nella ricerca inquieta e vibrante di nuovi mezzi espressivi. Come scrive mirabilmente Zampetti nell’introduzione: “E’ un quadro nuovo, come lo sono tutte le vere creazioni dello spirito. Ed era un povero vecchio a farlo. Nessuno capì quale novità portava alla pittura quel modo di dipingere tutto a macchie, quelle sequenze cromatiche in toni sommessi e sfatti. Nessuno intese quale forza, quale coscienza, quale libertà occorressero per fare un tale capolavoro. Un simile quadro rimase per secoli incompreso, fin quando non lo vide il Berenson e gridò al miracolo”.

L’annotazione finale è la testimonianza di un animo nobile e generoso, e al contempo ci svela come sia possibile conciliare il mondo dei pensieri e delle passioni con quello delle cifre, la cosiddetta scienza triste. Poco prima di morire, il Lotto si ricorda di una promessa fatta diversi anni prima a Menega, la domestica dell’amico Bartolomeo Carpan, che lo aveva curato con amorevole dedizione durante una malattia, e gli invia quattro scudi d’oro come dono di nozze. Pur in condizioni di grande difficoltà, l’anziano pittore volle tener fede alla parola data ed esprimerle concretamente la sua gratitudine. Quel giorno, il 1° settembre 1556, s’interruppe la stesura del Libro di spese diverse e, poco dopo, pure la sua esistenza terrena. Oltre alla sua arte, ombra perenne di una vita difficile, ci restano gli appunti del suo diario, che delineano il ritratto di un uomo mite e tormentato. Ed è proprio in quella inquietudine profonda, nel senso di sradicamento e nella scelta risoluta di dipingere a modo suo, incurante delle correnti di gusto dominanti, che noi sentiamo il Lotto come l’incarnazione e la prefigurazione dell’artista moderno, e comprendiamo pure le ragioni della passione di Berenson che, come noi, subì “il fascino di un’anima gemella che ci parla da un’epoca lontana“.

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3 Risposte to “I numeri del Lotto”

  1. sergio pasquandrea Says:

    Non so perché, ma (da semplice appassionato d’arte, senza nessuna competenza specifica, quale sono) ho sempre trovato Lorenzo Lotto leggermente disturbante. Proprio nel senso freudiano di unheimlich.
    Specialmente le opere di soggetto religioso.

  2. sergiogarufi Says:

    concordo, anche a me la sua opera trasmette un che di angoscioso.

  3. sergio pasquandrea Says:

    Credo sia quello che tu stesso chiami “gusto anticlassico”: c’è sempre il senso di qualcosa di leggermente sghembo, che rompe l’equilibrio, che rende la composizione instabile, sul punto di collassare.

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