Il negozio

kylix

I suoi detrattori affermano che l’etimologia è il luna-park dei filologi, e che il significato originario delle parole non coincide mai con quello attuale. I suoi sostenitori ribattono che in quello scarto semantico spesso si annida il segno della decadenza dei tempi. Per gli antichi Romani, ad esempio, il “negozio”, cioè il “lavoro”, era la negazione dell’ozio (nec-otium), e in questo modo stabilivano un’eloquente priorità linguistica; mentre il ribaltamento odierno denuncia che solo una società intimamente consapevole della propria condizione di schiavitù può definire “tempo libero” il non-lavoro. Ma si sa come vanno a finire queste cose. L’idea dell’asservimento universale è ormai degradata al rango di evidenza: tutti l’ammettono e nessuno si ribella. L’orrore della rivelazione è stato domato, e una volta divenuto refrain le sbarre spariscono. Come succede nelle assemblee condominiali, in cui la dimensione pubblica si sovrappone a quella privata fino a rendersi indistinguibile, oggi ognuno è ciò che fa (il ragionier Rossi, il geometra Brambilla, l’avvocato Esposito), e questa reclusione variamente retribuita ha partorito gerarchie e conferito status symbol.

Fare il commerciante non significa certo occupare i gradini più alti della scala sociale. Nel migliore dei casi assicura un’agiatezza stentata, e le proverbiali battute sulla gretta mentalità bottegaia e sull’atavica avversione al fisco non lo rendono particolarmente appetibile. Gli si invidia un po’ l’indipendenza, ma in realtà si tratta di una professione assoggettata a uno schema rigido e vessatorio simile a quello di un qualunque impiegato. L’obbligo di occupare un orario e uno spazio determinati, difatti, è lo stesso. Io ho lavorato diversi anni in un negozio, e poche cose somigliano a una cella più di un negozio. Credo che questo dipenda soprattutto dal fatto che la maggior parte del tempo trascorso lì dentro è attesa del cliente, frustrante divinazione delle imperscrutabili ragioni che lo inducono a decidere di varcare la soglia. Lui è il dispotico datore di lavoro del commerciante, la polimorfa guardia penitenziaria da ossequiare servilmente perché “il cliente ha sempre ragione”.

Il mio era un negozio di arredamento moderno con qualche pezzo di antiquariato. La mia salvezza, ciò che mi ha concesso di trascorrere molte ore d’aria in totale autonomia, è stata la passione per l’arte, la mia capacità di riconoscere con una certa sicurezza l’epoca e la qualità di un dipinto. All’improvviso, tutto il tempo passato a leggere, a visitare mostre e musei produceva un effettivo riscontro economico, mentre chi mi svendeva qualcosa scontava la sua ignoranza. Forse l’antiquariato è uno dei rari ambiti professionali in cui la cultura umanistica non è un semplice ornamento, se non addirittura un handicap. Beninteso, l’antiquariato d’arredamento è il parente povero dell’alto antiquariato: la qualità è aggiogata alla collocazione, perché una natura morta del ‘600 deve anzitutto intonarsi ai colori del divano. Pure la clientela è profondamente diversa. Non si ha a che fare con collezionisti competenti, ma con persone mediamente facoltose per le quali un quadro di alta epoca è mero lenocinio, un oggetto la cui sostanza è irrilevante, e in ogni caso subordinata alla sua centralità di investimento economico, di feticcio, di certificato di buona condotta culturale.

La mia occasione di fuga era il reperimento dei pezzi, che avveniva quasi sempre su commissione, dato che, per minimizzare i rischi di investimento, la merce in esposizione è spesso in conto vendita e di proprietà di privati. Mi piaceva quando mi domandavano cose difficili. Un agente di borsa, al quale avevo arredato con mobili moderni l’appartamento in un palazzo storico di Bergamo alta, mi chiese espressamente una sedia Savonarola del XVII secolo per il suo studio privato, e per la sala un grande dipinto dello stesso periodo con soggetto profano. La difficoltà principale consisteva nel fatto che quella sedia, raffigurata in parecchie tele coeve (come la versione londinese della Cena in Emmaus di Caravaggio), era estremamente rara perché soggetta a un’usura maggiore di altri tipi di arredo.

Partii in moto e mi recai in Toscana, visitando i miei contatti abituali (restauratori, antiquari, mercatini e piccole case d’asta). La prima tappa fu San Miniato, dove di solito alloggiavo in un monastero francescano le cui stanze affacciano all’interno verso il chiostro rinascimentale, e all’esterno verso la torre dove fu rinchiuso e morì Pier delle Vigne, il consigliere di Federico II. Non è il classico monastero cinque stelle esentato dal pagare l’ICI in cui i monaci badano più ai clienti che alla meditazione, tant’è che in tutti i miei soggiorni ero sempre l’unico ospite. Mi veniva affidata la chiave d’entrata e la sola raccomandazione era quella di non disturbare. Le camere erano ovviamente spartane e non veniva fornito alcun servizio, tuttavia preferivo questo agli agriturismo toscani con annesso maneggio gestiti da carrieristi milanesi pentiti. Altro luogo comune da sfatare riguarda gli antiquari, ai quali molti attribuiscono un carisma sacerdotale. In verità l’antiquario è una creatura anfibologica, un mostro di cultura e di nequizia, ipostasi del sacro sì, ma nell’accezione latina, che coniuga il venerando con l’infame.

I miei interlocutori privilegiati erano i restauratori, che sono in genere mediatori disinteressati e competenti. Da uno di loro scovai una grande tempera su tela che raffigurava il carro allegorico di Diana. Non era in ottime condizioni, ma con una discreta pulitura poteva riacquistare buona parte della sua lucentezza originaria. Sia per le dimensioni che per il soggetto era proprio il quadro che il mio cliente voleva. Inoltre il proprietario, con cui ero stato messo in contatto dal restauratore, sembrava disposto a privarsene per una cifra non irragionevole. Rimaneva soltanto il dubbio sull’autografia, perché alcuni elementi risultavano contraddittori, a tal punto da far sospettare un falso, sebbene di eccellente fattura. Io e il restauratore ne discutemmo in un ristorante con il loggiato, di fronte a un sapido risotto al tartufo nero. Quando la servitù del bisogno è solo un pallido ricordo, la buona conversazione stimola associazioni di idee audaci e brillanti, e riuscimmo così a identificare l’autore dell’enigmatica tela, che poteva essere Sante Peranda, un talentoso allievo del veneziano Palma il Giovane, per lungo tempo attivo nelle corti Estensi. In questo modo si conciliava l’impostazione tonale del dipinto, tipica del tardomanierismo veneto, col ritratto della dea della caccia che citava manifestamente il Correggio del Monastero di San Paolo a Parma. Felici per l’intuizione brindammo a quel lontano artista dalla doppia cittadinanza; in fondo attribuire una paternità a un dipinto anonimo significa rendere tributo a un autore negletto, offrirgli un deferente omaggio postumo. Intanto la vista sulla campagna circostante replicava lo sfondo del capolavoro di Paolo Uccello, La battaglia di San Romano. C’era il medesimo paesaggio dai colori smaltati, quelli che nei testi di storia dell’arte vengono definiti “onirici e fiabeschi”.

Le gite nel Centro Italia erano felici occasioni di svago, danzare in moto per quei tornanti assolati mi dava l’impressione di essere in vacanza, particolarmente d’estate, durante il Festival dei Due Mondi di Spoleto, Umbria Jazz e le chiassose sagre locali. Erano cose che in qualche modo sentivo che servivano al mio lavoro, che affinavano la mia sensibilità. Non si educa lo sguardo solo con le lezioni dell’Accademia di Belle Arti. I nomi celebrati non avrei mai avuto modo di trattarli; eppure il loro studio era indispensabile: tanto più i minori che compravo si avvicinavano a quelle vette sublimi, quanto più valore e importanza dimostravano. Perché i capolavori sono come l’orizzonte: qualcosa di irraggiungibile che però ti indica una direzione, ti orienta nel gusto. In ogni caso la storia dell’arte non è un’unica via maestra, esistono anche grandi artisti meno noti, ma non per questo attardati, o eccentrici, che percorrono sentieri sterrati eppur sontuosi.

Scattai un foto al quadro per sottoporla al mio ritorno al cliente e mi spostai a Lucca, alla ricerca della sedia Savonarola. Girai per mercatini, antiquari e restauratori fino a che ne trovai un paio e acquistai quella nel miglior stato di conservazione e al prezzo più conveniente, che mi sarebbe stata spedita nei giorni successivi. Un antiquario losco dal tipico eloquio con la pappagorgia mi presentò un tombarolo, il quale mi introdusse in un capanno degli attrezzi in aperta campagna offrendomi vasi attici a figure nere sottratti al corredo funebre di qualche buona famiglia etrusca. Il tombarolo è una figura macchiettistica, si accosta per gradi di illegalità, sonda la tua disponibilità a trasgredire con l’untuosa complicità di un ruffiano di Pigalle. Tra quelle ceramiche una kylix, magnifica: raffigurava nella parte concava l’accecamento di Polifemo e in quella sottostante il canto delle Sirene. Chi esita di fronte a una trattativa simile non sa se lo fa più per l’incapacità di accertarne l’autenticità o per uno scrupolo morale. Chi accetta, fa quasi sempre un affare. Pezzi simili in quegli anni si vendevano come regali di Natale.

Il giorno dopo era già lunedì. Pranzai frugalmente da Giulio in Pelleria e ripartii senza grande entusiasmo verso Milano. Sin dall’imbocco dell’autostrada i benefici di quel week-end in Toscana erano svaniti. L’essere in moto anziché in macchina non faceva alcuna differenza, mi sentivo parte del flusso banausico, uno dei tanti ingranaggi nella catena di montaggio del lavoro. La mia evasione legalizzata era scaduta. Al rientro nella confortevole cella ialina feci sviluppare e ingrandire la foto del quadro e sollecitai la spedizione della sedia. Il sabato successivo incontrai il cliente. Arrivò su un’utilitaria: quando c’è da pagare è sempre meglio non ostentare il proprio benessere. Era accompagnato dal suo caveat emptor, un esperto assoldato per garantirgli l’autenticità e il valore dell’opera, oltre che per rimarcare il minimo difetto al fine di ottenere il maggior sconto possibile. Se non ce l’hai, la cultura la compri. La trattativa fu rapida, non sono mai stato un gran lottatore. L’accordo fra il pervinca delle tende in organza e la stessa tonalità del panneggio di Diana, insieme all’omaggio della kylix omerica, vinse le sue ultime resistenze, ed io accettai un margine di guadagno ridotto, forse perché mi sembrava già troppo l’essere stato pagato per andare in vacanza. Presi un assegno della metà come acconto e concordammo il saldo alla consegna. Mentre li osservavo far manovra con l’auto nel parcheggio li mandai a fare in culo sorridendo. E’ sempre così: il mondo si divide in chi depreda e chi depreca.

Nei giorni seguenti tutto tornò alla normalità. Il lento e uniforme transito del tempo era interrotto dall’unica cosa che rende tollerabile la reclusione: la visita del carceriere. Come recita il motto della mia categoria: “nulla dies sine scontrino”.

2 Risposte to “Il negozio”

  1. Clarissa Says:

    Io adoro tutto ciò che scrivi. In questo mi sono identificata nella tua sofferenza e nel “carcere” del negozio. Sono reduce dalla mia prima (e spero unica) esperienza di commessa in un negozio. Ho fatto tanti lavori e la mia titolare, nonostante facessi tutto quanto mi chiedeva, mi trattava come fossi una schiava e mi guardava sempre dall’alto in basso (la commessa che c’era prima se n’era andata a causa di un esaurimento nervoso…). Appena entrava in negozio mi diceva: ma che hai oggi? Sei svanita.

  2. sergio garufi Says:

    Grazie Clarissa, a me le “svanite” sono sempre piaciute🙂

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