La rella

duomo-monzaMonza è una bella città, ha un centro storico delizioso. Il Duomo è un piccolo scrigno che non ci si stanca mai di ammirare, con la sua facciata a vento bicroma tipica dello stile dei maestri campionesi. Le chiese juventine, le chiamava Manganelli, ora disseminate soprattutto nel lecchese e nel comasco. E’ una città a misura Duomo, nel senso che la Basilica di San Giovanni è esattamente lo specchio di quell’equilibrio e armonia di rapporti che si riscontra per le strade. L’unica pecca sono i suoi abitanti, gente a tal punto dedita al lavoro che considera le attività del tempo libero quasi una perdita di tempo; e difatti se ci si vuol divertire, se si cerca qualche bel locale o delle iniziative culturali interessanti bisogna andare a Milano.

 I milanesi conoscono poco Monza. Per lo più ci sono passati da ragazzi, quando hanno bivaccato la notte in tenda per vedersi il Gran Premio di Formula 1 a settembre. Oppure ci tornano con i figli piccoli la domenica, per fare un pic nic al parco della Villa Reale. Ma il resto lo ignorano, e fanno male. Vivere a Monza significa che i tuoi amici milanesi molto difficilmente verranno a trovarti. Il fatto che sia un’altra città, seppur adiacente, gli fa temere lo spostamento, che in realtà la sera senza traffico non prende più di mezz’ora. I collegamenti fra Monza e Milano sono la croce e delizia della mia città. Le tangenziali sono perennemente intasate. Ricordo da ragazzo quando mio padre mi parlava della famigerata “ora di punta”, cioè quando il casino si concentrava in un’ora sola; ora si dovrebbe parlare di “ora di spunta”, talmente rari sono i momenti in cui il traffico scorre veloce e senza intoppi. Questo ha determinato alcuni vantaggi. Per esempio il costo delle case, sensibilmente inferiore ad altri centri dell’hinterland molto meno appetibili di Monza tipo l’orrida Cologno Monzese, che però vanta una fermata della metropolitana che l’agevola nei collegamenti con Milano. A studiare i tracciati delle linee metropolitane balza subito all’occhio l’anomalia: la linea verde si inoltra fino a paesi lontani, mentre la linea rossa nella direzione nord-est si interrompe presto, a Sesto San Giovanni. Pare che “lo splendido isolamento” sia stato causato dalla forte opposizione dei commercianti monzesi, che temevano che con le metropolitana i loro concittadini sarebbero andati in massa a spendere a Milano. Era un’idiozia, naturalmente, un’idiozia che ora si paga carissimo, perché chi lavora come impiegato a Milano e vive a Monza si suca tre ore di coda fra andata e ritorno. L’unico vantaggio, come dicevo, è il prezzo delle case, un po’ più abbordabile che altrove.

La mentalità bottegaia è quella che ha retto le sorti della città dal Medioevo ad oggi, ed è simbolizzata dall’Arengario, il Palazzo del Comune duecentesco che fronteggia il Duomo e che era dominato dalla potentissima lobby dei mercanti allora e dai loro discendenti leghisti adesso. C’è un passo del Viaggio al termine della notte di Céline che la sintetizza in modo mirabile. E’ quando il protagonista e un suo compagno d’armi, entrambi reduci dalla Prima Guerra Mondiale e squattrinati, decidono di andare a chiedere qualche soldo a un gioielliere presso il quale Ferdinand faceva il fattorino prima di partire militare. Arrivano nel suo negozio e lo trovano da solo. Lui li accoglie con grandi complimenti, li riempie di discorsi patriottici quasi senza farli parlare e al solo fine di non scucirgli altro che parole gratuite, fino a quando s’interrompe bruscamente per l’entrata di una cliente facoltosa. E’ allora che il narratore descrive il suo cambio repentino di voce e di espressione, dicendo che “si fece serio come quando dava il resto“.

Ecco, il commerciante è fondamentalmente questo, uno che diventa serio soltanto nel momento in cui conta i soldi. Va da sé che io li ho sempre disprezzati, pur facendo il commerciante. Mi giustificavo sempre asserendo che faccio il commerciante ma non lo sono. Poi ieri ho chiuso il negozio, sono passato un attimo dal panettiere a prendere una focaccia e gli ho chiesto come andava, dato che insolitamente ero l’unico cliente, e lui mi ha detto: “c’è una rella“. Io so cosa significa l’espressione “c’è una rella“, l’ho sempre saputo. Significa c’è crisi, non si batte chiodo, rella dovrebbe essere l’equivalente di fiacca.  Tuttavia non so come lo sapevo. Fuori da Monza non l’avevo mai sentita, e non l’avevo neppure letta sul dizionario. Così quando sono arrivato a casa ho cercato sul dizionario etimologico, per capirne l’origine, ma non era menzionata. Allora ho guardato su Google, e lì ho visto che è un’espressione gergale, il gergo dei commercianti brianzoli. Botteghese, insomma. La prova inconfutabile della mia appartenenza a questa categoria che considero estranea e che disprezzo profondamente.

7 Risposte to “La rella”

  1. gianni biondillo Says:

    Il centro di Monza è, in effetti, molto bello, non ostante alcuni inserti edilizi del boom abbastanza fuori scala e di pessima qualità.
    Sulle cattedrali bicrome, ti rammento, che non è cosa solo dell’ambito lombardo: dal San Lorenzo genovese, via via, fino alle pievi pisane (con straniati e “coloniali” chiese medievali in Sardegna) l’Italia ne è piena. D’altronde la maestria comacina determinò il modus romanico, al punto che pure le cattedrali baresi, non ostante il lucore della pietra, appaiono lombarde non solo nella concezione, ma pure nella realizzazione.
    Tra l’altro l’origine della parola “comacini” ha varie ipotesi, non necessariamente contradittorie fra loro. Ma mi fermo qui, ti lascio con la curiosità…

  2. sergiogarufi Says:

    Da profano, la mia impressione è sempre stata che lo stile dei maestri campionesi fosse una sorta di vernacolarizzazione del romanico pisano, ovviamente rivisitato su proporzioni tardogotiche, è una minchiata?

  3. gianni biondillo Says:

    Non è così semplice. (non lo è mai). Semplificando al massimo: il romanico lombardo, soprauttto dal punto di vista tipologico, guarda verso il nord (germania, etc.) quello pisano al mondo “orientale”. (bizantino e, persino, tunisino). Ma anche questa è una semplificazione. Di certo la cronologia che hai in mente è sballata. Si parla di maestri comacini già dal VII sec., per capirci.

  4. sergiogarufi Says:

    d’accordo sull’impostazione orientale del romanico pisano, però io non ho mai parlato di “maestri comacini”, bensì di “maestri campionesi” (tipo Matteo), che è cosa diversa, e difatti quello stile è tardogotico, si impone in lombardia alla fine del 300 (penso a bellano, per es., oltre che monza; stesso periodo e stessi maestri)

  5. gianni biondillo Says:

    oops… (che sbadato!)
    è che la filiazione è diretta: comacini > antelamici e campionesi…

  6. lisa Says:

    Non saprei dire sulle chiese, qui sono abituata ad un certa sovrapposizione di stili e ad una forte influenza araba, ma riguardo al commercio mi viene da pensare che in fondo si è tutti commercianti-merce-clienti a seconda del caso e qualsiasi sia la nostra effettiva attività…
    lisa

  7. sergiogarufi Says:

    @lisa
    “in fondo si è tutti commercianti-merce-clienti”

    sì, è anche la mia impressione, soprattutto nel senso che anche il c.d. lavoratore autonomo, che si pensa non debba rispondere ad altri che a se stesso, ha un “padrone”, un datore di lavoro da omaggiare, e questo è il cliente, da cui materialmente riceve lo stipendio.

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