I nuovi Lari e Penati

larariovettiiOgni tanto Andrea Cortellessa segnala per mail ai suoi amici degli articoli che ha appena pubblicato. Uno degli ultimi che ho letto era uscito su Il Riformista, e parlava di John McEnroe. Non sapevo che gli piacesse il tennis. Mi era capitato un paio di volte di parlare con lui abbastanza a lungo, ma i nostri discorsi si erano sempre limitati ai libri. Interrogandomi su questa comune passione sportiva, ero giunto addirittura a formulare una stramba teoria, che intendeva spiegare i motivi per cui tutte le persone con cui sento di avere delle affinità elettive amano il tennis.  Ora ho capito che non è questo. L’ho capito leggendo un post di Luigi Weber apparso sul suo blog

 Luigi lo conosco da qualche anno. Non ci siamo mai incontrati o parlati al telefono, i nostri contatti sono avvenuti solo tramite la scrittura. Fino a che non lo beccai su facebook, per me era solo un’ottima firma senza volto né età. Sapevo che era un italianista brillante e colto e che aveva scritto un bellissimo saggio intitolato Con onesto amore di degradazione (edito dal Mulino), sui romanzi sperimentali e d’avanguardia del secondo Novecento italiano; libro che lessi, apprezzai e ora ho perso assieme a tutti gli altri miei. 

Nel post che menzionavo Luigi parla di suo zio Alberto, grande lettore di libri di storia e di guerra, e ne fa un commosso omaggio postumo. Ricorda quando da ragazzo, durante le vacanze di Natale, si aggirava con curiosità in quella grande biblioteca e la sua fantasia veniva rapita da queste storie di eroismo, cita un’edizione a fumetti dell’Iliade, dice che quel volume segnò il suo “imprinting” culturale.

Mentre lo leggevo mi capitava di dire fra me e me “impressionante“. Impressionante perché il nostro vissuto è stato molto simile, nonostante la differenza di età. Anch’io crebbi in una grande biblioteca di libri di storia e di guerra. Non era di mio zio, era di mio padre. E anch’io rammento benissimo quell’edizione a fumetti dell’Iliade, che fu uno dei primi libri che presi in mano e che mi entusiasmò. Come suo zio Alberto, mio padre era un appassionato di storia, in particolare quella romana e la Seconda Guerra Mondiale. Assieme a un amico costruivano dei grandi plastici delle più importanti battaglie. Disponevano le truppe: la fanteria, la cavalleria, gli arcieri, ricostruivano i movimenti, studiavano le strategie, analizzavano i motivi delle sconfitte o delle vittorie. La tonnara di Canne, quando 56.000 romani vennero massacrati dall’esercito di Annibale che subì solo 6000 vittime. Il trionfo di Cesare ad Alesia, che sbaragliò il doppio accerchiamento dei galli di Vercingetorige. L’annientamento di due invincibili legioni romane nell’infida selva di Teutoburgo, la tremenda disfatta di Valente ad Adrianopoli, l’insperato successo di Ezio contro Attila ai Campi Catalaunici, l’unica battaglia persa dal Flagello di Dio. Di questa passione paterna io porto con me anche il nome, che doveva essere “romano” per sua espressa volontà. E porto con me l’abitudine ad associare certi tratti somatici di conoscenti ed amici a quelli di grandi imperatori: le orecchie a sventola di Augusto, il mento piccolo e sfuggente di Tiberio, il mascellone di Caracalla, gli occhi sporgenti di Eliogabalo

Ma, a differenza di Luigi, quando si trattò di spartirsi le sue proprietà, e nonostante la mia famiglia pensasse che dovessero andare a me, io non volli neanche un suo libro. Preferii che rimanessero nella stessa casa a mia madre, e decisi di farmi una biblioteca personale che fosse la precisa espressione dei miei gusti; un po’ come quando entro in casa di qualcuno e cerco di capire chi ho di fronte dai libri che possiede (sempre che ci siano).

In questo momento non ne ho con me alcuno, sono rimasti a casa della mia ex in seguito alla nostra separazione. Ero arrivato ad possederne circa 2500, non tantissimi ma tutti di pregio, frutto di rigide selezioni. Ad ogni trasloco buttavo le zavorre, quelli che in realtà non mi interessavano e che tenevo solo perché facevano numero. Ho lasciato diverse altre cose in quell’abitazione, mobili che sicuramente ritirerò, ma i libri non sono convinto che sia giusto portarli via da lì. Per certi aspetti non è così male starne senza, mi sento più leggero, più libero nei movimenti. Poi ho una buona memoria, le cose importanti che ho letto le ricordo, e se non le ricordo c’è la biblioteca comunale. Manganelli sosteneva che la biblioteca perfetta era quella di Petrarca, di 300 volumi, superata quella cifra diventa un’istituzione, qualcosa che si esibisce più che un vero strumento di consultazione. In ogni caso so che a lei dispiacerebbe se li prendessi. Altre cose mie di cui andavo fiero, come la chaise longue di Le Corbusier, trovarono a fatica il loro spazio, ma per i miei libri fu disposta a rivoluzionare tutto.

Sia lei che i miei amici oggi sono sorpresi dal mio distacco, pensavano che senza i miei libri non potessi vivere. Per dirne una: lei minacciava spesso di buttarmi dalla finestra in un giorno di pioggia (notare la cattiveria meteorologica) la mia preziosissima prima edizione del Viaggio al termine della notte, qualora mi avesse scoperto con un’altra. E comunque credo che servano più a lei che a me, e non solo perché ora mi confessa che ogni tanto ne legge qualcuno la sera, magari gli stessi che prima dietro mia indicazione disdegnava, ma perché sono legati a quella casa, la proteggono. I libri sono i moderni Lari e Penati dell’abitazione. Lo capii nella struggente carrellata finale de Le invasioni barbariche, quando il giovane si aggira per l’appartamento del padre morto, osserva la sua libreria e in quel momento vengono inquadrate a tutto schermo le copertine di Arcipelago Gulag di Solzenicyn, Storia e utopia di Cioran e Se questo è un uomo di Primo Levi, come se rappresentassero la fedele autobiografia intellettuale del padrone di casa defunto, le sue icone laiche, le meste e inattive divinità tutelari in attesa del nuovo inquilino.

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5 Risposte to “I nuovi Lari e Penati”

  1. linnioaccorroni Says:

    fammi essere pedante: nel piano sequenza finale c’erano anche i diari di samuel pepys. e non mi pare particolare irrilevante.
    ovvio che poi, anch’io quando litigo con la coniuge (etimo: cum-jugum), anch’io temo assai per l’incolumità ed integrità del mio ‘ospedale dell’anima, di questi granai pubblici dove ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire’ come diceva la yourcenar in memorie d’adriano. loro sanno che la nostra irriducibilità, il nostro ostinato persistere nei vecchi vizi trovano lì in quella polvere e caos consistenza e forma. hanno ragione.

  2. sergiogarufi Says:

    caro linnio, hai fatto benissimo a ricordarmi quell’omissione. vedo che le minacce femminili delle nostre donne si assomigliano, mi fa piacere 🙂

  3. Carlo Cannella Says:

    Luigi e’ davvero una bella persona.

  4. Clarissa Says:

    Io non ho mai minacciato nessuno che avrei buttato dalla finestra ecc. Però me ne sono andata con i miei libri, ahah! Ma sei matto a lasciarle tutto quel ben di Dio che lei prima “disdegnava”? Tu comunque non me la conti…
    Ti segnalo un erroruccio: metereologica.

  5. sergiogarufi Says:

    ciao clarissa. “disdegnava” i miei libri nel senso che non li leggeva, ma per reazione alle mie insistenze, tant’è che ora li legge per conto suo. in realtà le faceva piacere averli. in fondo è un classico delle coppie. pontiggia ricordava il caso di quei coniugi anziani che litigavano spesso perché lui spendeva un patrimonio in francobolli, che collezionava, e appena rimase vedovo smise, non si sa se come pacificazione o come vendetta postuma 🙂 e comunque la mia ex ha diversi libri suoi, non è per niente ignorante. io per ora vivo bene così, magari più avanti ne sentirò la mancanza e andrò a prenderli. grazie per la segnalazione dell’errore, correggo subito.

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