Voltare pagina

libro-strumentoLa Storia incomincia con la scrittura. Così mi insegnarono a scuola. Prima della scrittura – inventata dai Sumeri circa 5000 anni fa – c’era la Preistoria, c’erano i cavernicoli, poveri esseri che si distinguevano a malapena dagli animali a cui davano la caccia. E’ la scrittura il discrimine, lo spartiacque. Non è sufficiente vivere per avere una storia. Senza scrittura si esiste solo in quanto specie, come le formiche o gli insetti. Bisogna scrivere, dare una forma scritta alla propria vita, soltanto in questo modo si ha una storia e se ne è protagonista.

Scrivere costa fatica, molti preferirebbero cavarsela oralmente, raccontare tutto a voce. Per chi scrive, un classico è sentirsi dire da qualcuno che la sua vita “è un romanzo”. La gerarchia fra mainstream e letteratura di genere parte già da lì, nessuno che cerchi mai di invogliarti ad ascoltare dicendo che la sua vita è un saggio accademico, o un avvincente noir. No, tutti romanzi, o romanzi no-fiction, come va di moda ora definire i reportage con qualche licenza poetica. Letteratura alta insomma, moderne epopee borghesi piene di peripezie e travagli ma con un senso preciso, un destino che doveva a ogni costo compiersi. E’ falso. In realtà ciascuno ha il suo genere. Io da giovane sognavo di diventare un serio dizionario etimologico e invece sono finito farsa grottesca, melodramma patetico. Comunque finora resto una formica, un numero, un elemento indistinto della specie, perché non mi sono mai deciso a scrivere.

Quando gli scrittori dicono che le loro opere sono come dei figli bisogna crederci. E’ proprio così. Per questo costa fatica. Scrivere è partorire con dolore, e pubblicare significa vederlo uscire di casa, diventare adulto e autosufficiente. In questo senso è stupido chiedergli qualcosa dei loro libri alle presentazioni letterarie. Non possono che parlarne bene perché ogni scarrafone è bello a mamma sua, i genitori sono troppo coinvolti per giudicare lucidamente. Alcuni evitano di scrivere non solo perché è faticoso, ma anche per paura di ciò che c’è fuori. Ci vuole coraggio per mettere al mondo un libro di questi tempi, dicono. Altri lo hanno scritto ma non gli permettono di andare per la sua strada, lo amano morbosamente e lo tengono con sé per anni come un bamboccione viziato.

Io amo le storie autobiografiche: i diari, i memoriali, gli epistolari, i taccuini. Sono i libri che leggo con maggior piacere e curiosità. Il mio sogno sarebbe quello di lavorare all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano. Cerco il documento, la vita che pulsa, lo specchio che riflette senza infingimenti. Questo tipo di libri è rarissimo, i più arrivano deformati da una lente che tutto abbellisce. Abbellisce nel senso che mente, per esempio nascondendo o ingigantendo un trauma, nel primo caso perché ci si vergogna e nel secondo per inscenare chissà quale rito di passaggio brillantemente superato. Ma non bisogna farsi ingannare dalla falsa modestia del vittimismo. Il timidissimo che intorno a sé vede solo gente che ride della sua goffaggine non è molto diverso dal megalomane egocentrico, entrambi sono coscienze esasperate da se stesse. Il mondo è molto più crudele di così, perché ci ignora e va avanti benissimo senza di noi.

Fra i libri che ho riletto più spesso ci sono i diari e gli epistolari di Kafka , assieme ai quaderni di Cioran. In comune hanno il fatto che non furono scritti per la pubblicazione, e il ritratto dell’autore sembra privo di imbellettamenti cosmetici. Adesso c’è questa moda da disincantati, tutti che cercano l’esperienza vergine ma sospettano dovunque il tralalà, cioè l’affettazione, la posa, per dirla con Céline. Per ottenerla si è disposti a tutto, anche a ingannare se stessi, e difatti aumentano le donne che si sottopongono ad operazioni di imenoplastica. L’immagine degli indios amazzonici che puntano le frecce contro l’aereo che li sta fotografando, ad esempio. Ha fatto colpo perché smentiva l’idea postmoderna che tutto sia stato già detto, visto, fatto, scoperto. Ero al mare quando è uscita sui giornali. Ne ho parlato con un amico e mi ha detto che non ci credeva, che per lui era una messinscena. Secondo me nasce da qui, da questo disincanto feroce e paralizzante, la proliferazione incontrollata dell’aggettivo “vero”. Lo trovo dappertutto. L’altro giorno ho visto una scritta sul muro vicino alla biblioteca. Diceva “Miki e Bea amiche vere”, come Il vero amore non ha le nocciole, la bella raccolta di versi di Francesca Genti. Poi ho sentito diverse volte dire: “quello è bravo vero”. Oppure in pasticceria, “quel dolce è squisito ma è una rovina vera”, intendendo l’eccesso di calorie. Quel “vero” è un marchio doc, si certifica che il tal giudizio non è di circostanza, evidentemente perché il tasso di ipocrisia in circolazione è talmente alto da necessitare un’assicurazione ulteriore sul senso autentico delle nostre parole. Forse bisognerebbe ribaltare la nota sentenza pseudosapienziale, e dire che “si deve vivere ogni giorno come se fosse il primo”, per cercare ancora lo stupore, la fiducia e l’ingenuità che sembriamo aver smarrito definitivamente.

Più leggo gli appunti e le lettere di Kafka e più affinità scorgo nei nostri modi di sentire. E’ il caso del mio complesso della sedia mancante. Risale all’adolescenza, quando andavo alle feste dei compagni di classe e si faceva il gioco di ballare intorno a delle sedie per poi sedersi appena la musica si interrompeva. La sedia in meno era la mia, rimanevo in piedi, venivo eliminato, non ho mai avuto i riflessi pronti. E’ un pensiero che mi ha accompagnato per anni, metafora e simbolo della mia incapacità di integrarmi, l’idea che nel puzzle del mondo mancasse la mia tessera. Ecco perché i versi in cui più mi riconosco sono quelli di E.E. Cummings, che dicono “My life resembles something that has not occurred“. C’è stato però un periodo in cui questo pensiero venne meno, e fu quando mi fidanzai con Nicole, che mi misi in proprio col lavoro e comprammo casa assieme. Rogito ergo sum. Fu uno dei momenti più felici della mia vita. Con la fine di quel rapporto a cascata sono venute meno anche le altre conquiste, e ora sono di nuovo in piedi a guardare gli altri seduti. In un appunto Kafka parla delle sedie vuote che osserva mentre sta discutendo con l’avvocato a proposito dell’odiata fabbrica di amianto che il padre voleva che gestisse con il cognato. Guarda quelle sedie e pensa che non potrà mai occuparle con una moglie e dei figli, sente che quella è una dimensione che gli è preclusa.

Poi anche lui faceva molta attenzione alle lettere delle parole, ossia da quante lettere è composta ogni parola. Non a caso il protagonista delle Metamorfosi si chiama Samsa. Stesso numero di lettere di Kafka, stessa disposizione di consonanti e vocali, stessa vocale. Questo è un ragionamento che fa pure in altre occasioni (11/2/1913) riflettendo sul nome di Felice Bauer, la donna che stava per sposare. Lo dice chiaramente in un appunto del 18/10/1921: se la chiami col nome giusto, la vita viene. Io conto le lettere delle parole da sempre, e per i nomi sono attentissimo. Nicole la conobbi in rete, aveva letto un mio articolo e mi aveva scritto dicendo che le era piaciuto. Si firmò Nicole, ma solo dopo mesi mi rivelò che quello non era il suo vero nome. Per me è fondamentale che sia in numero pari, o almeno con un numero di lettere divisibili non solo per se stesse o per uno, come i numeri primi. L’avevo chiamata col nome sbagliato, perché non suo e perché non adatto a me, e la vita se n’era andata.

A Milano, durante una gita giovanile con Max Brod, Kafka annota: “è da incoscienti viaggiare e perfino vivere senza fare annotazioni”. Anch’io sono un moleskiniano. A dir la verità la mania di monitorare la propria vita appartiene a tantissimi, però sia io che Kafka annotiamo di preferenza cose minime, dettagli all’apparenza trascurabili e trascurati, mentre altri sono più attratti dall’eclatante; vedi Emilio Salgari con la sua mitica cassetta piena di mirabilia di cui parla Emanuele Trevi nella prefazione a Il corsaro nero. E infine l’ossessione del suicidio, ma non come testimonianza di un disprezzo, bensì come affermazione di amore per la vita, un amore disperato e non corrisposto, per questa festa meravigliosa alla quale non si è stati invitati.

Forse per il tema del suicidio dovrei sentire maggiori affinità con Salgari che con Kafka. Sia io che lui abbiamo avuto un padre che si è tolto la vita, e quando avevamo la stessa età, cioè 27 anni. Salgari appartiene a una dinastia di suicidi, 3 generazioni consecutive. Si uccise suo padre Luigi, lui e i suoi figli Romero e Omar (capitò più o meno lo stesso a Hemingway), e questa cosa mi impressionò, come se si trattasse di una tara genetica, qualcosa di ereditario e ineluttabile, a tal punto che sulla base della sua esperienza calcolai a che età sarei diventato padre, quando mi sarei ucciso e quando sarebbe morto mio figlio. Pensai addirittura che l’unico modo per spezzare questa catena del destino fosse il non generare.

Prima che lo facesse mio padre io ero molto attratto dal tema del suicidio. Studiai parecchio e scrissi un articolo che riciclai con piccole varianti su 3 riviste diverse a proposito degli scrittori suicidi del Novecento. Mi affascinava l’affermazione di libertà, l’atto eroico, l’uomo padrone del proprio destino che vince l’istinto vitale. Dopo l’esperienza di mio padre il mio giudizio è cambiato. Può non essere un atto eroico, anzi credo che quasi sempre non lo sia. C’è tanta disperazione, e solitudine, e il desiderio di porre fine a un dolore insopportabile, e ci può perfino essere qualcosa di non nobile, qualcosa di egoistico e meschino, come una forma di punizione. E’ quello che fa il protagonista di Fuoco fatuo di Drieu La Rochelle, che dice: “Io mi uccido perché voi non mi avete amato […] Mi uccido perché i rapporti tra noi erano allentati, per rinsaldarli. Lascerò su di voi una macchia indelebile. So bene che si vive più da morti che da vivi nel ricordo degli altri. Voi non pensate a me, ebbene, non potrete dimenticarmi mai più!

Kafka morì per una tubercolosi alla laringe nel sanatorio di Kierling presso Vienna, il 3 giugno 1924. Nello stesso giorno veniva posta la prima pietra dell’ospedale Salvini di Garbagnate Milanese, che nacque proprio come sanatorio per tubercolotici, immerso in un grande parco di alberi secolari. Oggi un’intera ala dell’edificio ospita degenti in stato di coma. Mio padre stette lì quasi un anno e mezzo, dal settembre del 1990 al dicembre dell’anno successivo. Era un reparto strano, silenziosissimo. Le uniche voci, i soli segnali di vita erano quelli dei parenti dei malati. La guarigione di uno di quei pazienti era considerata miracolosa, e per tutto il periodo in cui lo frequentai non se ne verificò alcuna. Mio padre aveva una camera tutta per sé. Spesso gli mettevamo delle cuffie e gli facevamo ascoltare la voce di noi figli e di mia madre nella speranza che questo lo ridestasse. A volte gli leggevo articoli di giornale, o gli parlavo di fatti privati, ma invano. Ricordo i momenti di imbarazzo con dei sacerdoti o dei volontari che entravano in camera per scambiare due chiacchiere e invariabilmente chiedevano il motivo di quello stato. All’inizio mentivo, non volevo traumatizzarli e dicevo che era stato un colpo, come fosse stato un ictus. In questo modo mi sembrava di mentire meno, perché si era effettivamente trattato di un colpo, ma di un colpo di pistola alla tempia. Poi mi stancai e raccontai la verità. Rimanevano impietriti, ammutolivano all’istante, e io mi sentivo quasi in dovere di rassicurarli che in fondo erano cose che càpitano.

Una domenica mio fratello maggiore raggiunse me e mia madre all’ospedale. Con lui c’era mia sorella e l’altro mio fratello. Ci chiese di spostarci in una saletta riservata e ci disse che aveva scoperto una cosa relativa alle ultime volontà di mio padre. Quando si uccise aveva lasciato solo uno scarno biglietto. C’erano scritte poche parole di scuse e persino un ringraziamento. Da quel giorno mi ha sempre colpito chi decide di andarsene ringraziando, come fecero Tancredi Parmeggiani e Violeta Parra. Ad ogni modo, quelle poche parole ci avevano provocato un surplus di interrogativi, soprattutto considerando che mio padre non era mai stato un tipo taciturno o laconico. Ma quella domenica, di pochi giorni successiva al tragico gesto, mio fratello aveva scoperto che esisteva un memoriale. In pratica ad agosto, ossia un mese prima che si togliesse la vita, mio padre aveva chiesto a mio fratello di conservare in qualche posto sicuro una valigia con dei documenti che in nessun caso avrebbe dovuto guardare. Mio padre era avvocato penalista, e aveva spiegato la cosa dicendo che si trattava di documenti riservati di suoi clienti, e che lui non poteva tenerli in ufficio perché temeva una visita della guardia di finanza. Affidò non a caso questo compito a mio fratello maggiore, perché sapeva che si sarebbe scrupolosamente attenuto alle direttive date. Io per curiosità avrei disobbedito, e così facendo forse avrei impedito la morte di mio padre. Dentro quella valigia c’erano dei soldi in contanti, che dovevano essere ripartiti fra noi evitando le tasse di successione, e un lungo memoriale di 20 pagine scritte a mano. Mio fratello aveva fatto delle fotocopie e ci mettemmo a leggerlo ognuno per suo conto. Rammento il silenzio rotto dai frequenti singhiozzi e pianti, il dolore e la consapevolezza che quel gesto era stato a lungo premeditato, i sensi di colpa che non mi hanno più abbandonato, e che a volte riaffiorano alla coscienza come ricordi indigeriti. Quella è la storia di mio padre, scritta di suo pugno, una storia con un finale a sorpresa, perché lui si era ucciso per non morire, per non morire nella nostra coscienza e nella nostra memoria.

Oggi ho voltato pagina, per l’ennesima volta. A furia di voltar pagina il libro finisce e uno neanche se ne accorge. Di recente mi sono trasferito a Monza, sono tornato nella mia vecchia città. Non la sento ancora come casa mia, forse perché non ci sono i miei libri, rimasti da lei. Wherever I have my books, that’s my home, parafrasando Paul Young. Io odio i traslochi. Nella vita precedente mi sa che facevo qualcosa di orribile, tipo sfrattare delle povere vecchine, perché per contrappasso continuo a cambiare residenza, peggio di un circo.

Mentre incominciavo ad apprezzare la mia nuova vita senza i libri, oggi mi è stato chiesto di riprenderli, evidentemente sono un ricordo troppo doloroso. Fra poco quindi lì riavrò con me, catalogati e ordinati per bene. Molti sono autobiografie, diari, epistolari e taccuini, come dicevo. Quando viene qualche ospite mi domanda sempre se li ho letti tutti. La verità è che fra quelle autobiografie ce n’è una che non riesco proprio a leggere, perché già a vederne la copertina inizio a piangere. Da quella domenica di 18 anni fa il Diario intimo di mio padre (così lo intitolò) non l’ho mai più guardato. Ogni tanto provo a riprenderlo in mano, ma solo scorgere la grafia rigida e ortogonale della sua scrittura mi fa l’effetto di una coltellata. Prima o poi dovrò affrontare questo rito di passaggio, o di congedo, leggendo la sua storia e scrivendo la mia, o non potrò dire di avere una vera storia e di aver davvero voltato pagina.

 

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5 Risposte to “Voltare pagina”

  1. luigi weber Says:

    Mio padre morì in un incidente aereo (era un pilota militare) a trentadue anni, sei mesi prima che io venissi al mondo.
    Per gran parte della mia vita ho pensato che crescere senza padre, con in casa un assoluto vuoto maschile popolato di fotografie e racconti, e tre donne diverse – mia madre, mia zia, mia nonna – sempre attorno, fosse una di quelle sfortunate casualità che ti fanno poi sempre sentire come se la tua sedia non ci fosse, in gioco. Tutto ciò che per gli altri è normale, a te in qualche modo è negato.
    Poi mi sono reso conto, avvicinandomi all’età immobile di mio padre, e vedendolo giorno per giorno diventare più giovane nelle fotografie, che il Padre significa la morte. A me questo era più evidente che agli altri, perché lui era da sempre morto. Ma quando ho cominciato a desiderare di poter avere dei figli, e guarda caso proprio intorno ai trentadue anni, ho capito che comunque proiettarsi nella vita di un altro significa prender consapevolezza che non sei immortale, e fare anzi i conti con la tua mortalità.
    Nascere senza padre è come vivere in un universo senza dio. Terribile, e mai del tutto risarcibile.
    Un padre che si toglie la vita invece mi fa pensare a un creatore che rifiuta la sua creazione, un creatore pentito, qualcosa di orribilmente contraddittorio e doloroso. Non faccio del misticismo, il problema è tutto biologico, dannazione. Tu vieni fuori da quella persona lì, poche storie. E quando lui decide di andarsene in quel modo è come se si portasse via anche un po’ del tuo senso.
    Un testo bellissimo, Sergio. Grazie

  2. gianni biondillo Says:

    Perfetto, come sempre.

    (ti chiedo solo, amichevolmente, di non cadere nella mistica dell’incompreso, dell’escluso dal mondo -malattia infantile dell’artista- di chi si sente, perciò “unico”, “diverso”, che fa tanto snobismo di massa)

  3. sergiogarufi Says:

    Grazie Luigi per la tua testimonianza, così bella, profonda e dolorosa. Pur nella differenza delle nostre esperienze personali, anch’io ho faticato ad accettare la sua scomparsa come fosse “un creatore che rifiuta la sua creazione”, nel senso che per lui il dolore della separazione da mia madre non era compensato dall’amore per i figli e la nipote. Ed è verissimo che andandosene si portano via anche un po’ del nostro senso.
    Grazie Gianni, proverò a seguire il tuo consiglio, che per quanto mi riguarda però ha a che fare più con il senso di esclusione (dalla vita, non dagli altri), che non con quello di incomprensione.

  4. Paolo Ferrucci Says:

    Sergio, leggere questo mi ha emozionato forte: ci ho scoperto una serie di affinità che non immaginavo tanto nutrita. Fin da bambino ho sentito la vita come una festa a cui non ero invitato, e ancora è così. Ho diversi progetti di scrittura che non realizzo perché ho paura di quel che c’è fuori. Mio padre si tolse la vita quando avevo 24 anni – forse uno dei motivi per cui non ho generato – e ancora mi chiedo se nel momento fatale pianse o mi maledisse. I sensi di colpa mi hanno dannato irrimediabilmente, credo, spesso ritornano come fantasmi e mi paralizzano: un’esperienza invalidante, per me, che mi ha precluso un monte di cose. Le lettere che scrisse non me le fecero mai leggere. Mi fermo qui, Sergio, un saluto.

  5. sergiogarufi Says:

    ciao paolo. sai, se scrivo certe cose è proprio perché penso che ci siano molte persone che hanno vissuto esperienze simili e che quindi possono capire. dietro un’apparenza socialmente paciosa, bonaria, più o meno passabile, tanta “ordinary people” nasconde delle terribili sofferenze. bisognerebbe fare come gli yanomami, ne sono convinto..

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