Mi manca chiunque

holdenVorrei partire dal titolo di questo incontro in memoria di David Foster Wallace, cioè “Mi manca chiunque”. Come sapete “Mi manca chiunque” è una sua frase famosa, tratta da La scopa del sistema. La pronuncia il protagonista, Rick Vigorous. Vorrei partire da qui perché il concetto di “mancanza” spiega diverse cose circa la natura della categoria dei “grandi scrittori” e relativamente al nostro rapporto con loro. I grandi scrittori somigliano molto al coniuge ricco, che non è mai così benvoluto come quando se ne può denunciare la scomparsa. E’ la loro funzione precipua, il mancare. Mancano perché sono pochi, e quindi a volte ci lamentiamo della loro assenza, e mancano perché ci mancano, nel senso che il loro genio spesso viene riconosciuto solo dopo che sono morti. David Foster Wallace fu considerato molto presto un classico contemporaneo, un autore di culto, il castigo della consacrazione lo raggiunse sin da giovane. Oggi manca a tutti noi, che siamo qui per tributargli un commosso omaggio, e che pensiamo, come ha scritto di recente Andrea Cortellessa, che il suicidio dello scrittore americano sia stato un evento epocale, qualcosa che probabilmente un giorno sarà ricordato come una sorta di 11 settembre della letteratura contemporanea.

 Come accade solo per gli eventi importanti della nostra vita collettiva, al pari dell’11 settembre o dell’assassinio di Aldo Moro, ognuno di noi ricorda con precisione dove, come e quando ha appreso la notizia del suicidio di David Foster Wallace. Io lo seppi la domenica mattina, ero al mare per il weekend. Mi telefonò un amico col quale condividevo questa passione sin dal momento in cui ebbe inizio. Lo scoprimmo insieme nel 1999, ad agosto, in vacanza. Acquistai due libri quell’estate: Tennis, tv, trigonometria e tornado e Le particelle elementari. Mi incuriosirono per le quarte di copertina. In quella dell’americano c’era un discorso sul solipsismo infantile, e si chiedeva al lettore condivisione, mentre in quella del francese vi era un elogio critico un po’ azzardato. Ci piacquero enormemente entrambi e pensammo di aver incontrato due giganti. In seguito scrissi per la rete un pezzo che li presentava in parallelo, e un anno dopo averlo scritto questo pezzo fu letto da un critico che lo apprezzò e che mi chiese di collaborare con l’inserto culturale di un quotidiano. In qualche modo quindi il mio esordio ufficiale nella critica letteraria fu colpa sua (e di Houellebecq).

La sera di quella domenica tornai in città e cercai su google qualche altra notizia sulla sua morte. Molti giornali parlavano del fatto che soffriva di una malattia grave, o riportavano alcune parole del padre circa i suoi frequenti ricoveri per arginare le pulsioni autodistruttive, e la mia impressione era che quelle parole fossero consolatorie, volte a rassicurare chi resta che la sua scelta di uccidersi fosse stata dettata da un motivo preciso, verificabile, una grave condizione di salute, fisica o mentale, alla quale era preferibile la morte. Qualche blog letterario italiano annunciava addirittura la sua scomparsa tacendo, evidentemente per un eccesso ridicolo di pudore, che quella morte era stata deliberatamente autoinflitta. E’ che il suicidio è un’oscenità, un tabù, forse l’ultimo e il più difficile da infrangere.

Tempo fa, quando studiai i numerosi casi di scrittori e artisti suicidi del 900, mi accorsi di quanto spesso si glissasse su quel dettaglio, a volte anche con una reticenza che si serve di eufemismi ipocriti. Ancora oggi, per esempio, non so come si uccise Mia Cinotti, la grande studiosa di Caravaggio, perché nessuna biografia che la riguarda lo menziona. Stessa cosa per Marc Rothko: sono pochissimi i testi che spiegano come si suicidò, preferendo trincerarsi dietro l’ambigua formuletta del “bloody way”, un modo sanguinoso. Io credo che per un artista il modo con cui si è ucciso non sia casuale, o dettato unicamente da preoccupazioni di efficacia pratica. La forma per lui è importante, lo stile è l’impronta di ciò che si è su ciò che si fa. Yukio Mishima si tolse la vita in quel modo spettacolare e cerimoniale per denunciare la volgare occidentalizzazione del suo paese e l’abbandono delle tradizioni. Antonia Pozzi ingerì dei sonniferi e si abbandonò nella immacolata neve decembrina dell’Abbazia di Chiaravalle per esprimere il proprio disperato anelito di purezza. Franco Lucentini, il bricoleur della letteratura, scelse una citazione, un addio virgolettato, buttandosi dalla tromba delle scale come Primo Levi prima di lui. E questo discorso credo si possa estendere persino a chi non lo ha mai fatto o non lo farà mai, nel senso che ognuno di noi ha dentro di sé la sua modalità specifica, che corrisponde alla propria personalità, in pratica una sorta di “dimmi come ti suicideresti e ti dirò chi sei”. 

A volte perfino la scelta dei tempi non è casuale. L’aveva detto, in Caro vecchio neon, che il periodo migliore per farlo è questo, così non si deve “sopportare l’avanzata del freddo e dell’aridità che da queste parti comincia verso metà settembre”. Ha tardato di qualche giorno rispetto a Neal, il protagonista del suo racconto. Settembre è il lunedì dell’anno, l’inizio del ciclico calvario subito dopo la festa. Chissà se anche lui, come Neal, prima di farlo si è guardato intorno nella sua casa di Claremont e ha pensato a tutto ciò che gli sopravvivrà. La credenza del salotto, la poltrona in pelle, la scrivania ingombra di carte, i libri amati, la vista dalla finestra… Tano Festa affermò qualcosa del genere a proposito dei Coniugi Arnolfini di Van Eyck. Disse che il vero protagonista del quadro era “il lampadario, perfettamente immobile, come se nulla, nemmeno un forte vento, potesse farlo oscillare. Questo lampadario incombe sulle figure degli Arnolfini come qualcosa che sta a misurare la durata e quindi il limite delle loro esistenze”. Lo scrisse pure Borges, nella poesia Le cose, che la nostra vita è un perpetuo, inconsapevole e non contraccambiato addio agli oggetti e alle persone che ci circondano.

Forse in quel momento i movimenti di DFW hanno assunto un’aria cerimoniale, come succede a Neal nel racconto. E magari avrà scritto un biglietto a sua moglie, per scusarsi del dolore che le avrebbe arrecato, e sarà stato attento a scriverlo nel modo più sincero possibile, sarà stato attento a non essere troppo attento alla forma, o a non sembrarlo, per essere il più autentico possibile e non disprezzarsi, perché il paradosso dell’impostore è che quanto più tempo e più impegno metti nel cercare di far colpo sugli altri o di affascinarli, tanto meno sorprendente o affascinante ti senti dentro. E poi la preoccupazione del come, un metodo che sia efficace ma non troppo teatrale e macabro, soprattutto per chi lo scopre, anche se non esiste un modo di andarsene indolore per quelli che rimangono. E i ripensamenti, le esitazioni, “la marea di oscillazioni interne”; e infine la decisione irrevocabile, quando tutti i dubbi svaniscono e subentra allora “il brevissimo momento di fuoco”, “quasi bello, come quando hai le mani fredde e c’è un fuoco e tu le protendi verso la fiamma”. Dopo un’esistenza di infingimenti, l’aspirazione alla verità può condurre perfino a questo, a voler provare il maggior dolore possibile per essere se stessi nel momento della morte.

Per rendere il senso di quella terribile disperazione, una disperazione che appartiene a chiunque scriva, in Caro vecchio neon DFW usa l’immagine del “buco della serratura”. Come dar conto, sia a parole che con la scrittura, dell’infinito balenare di pensieri e sensazioni che affollano la nostra testa? Come comunicare quell’impetuoso e muto frastuono – Seelenlärm, il fracasso dell’anima, lo chiama Hermann Broch – , come stenderlo, svilupparlo, renderlo intelligibile ad altri per mezzo del linguaggio? Per lui provarci equivale a cercare di far uscire da un minuscolo buco della serratura il contenuto di una stanza stracolma di cose. La grande letteratura si pone sempre questo obiettivo ambizioso, pur essendo consapevole di inseguire una lepre di pezza. La verbigerazione torrenziale di molti suoi scritti, per tacere di quel mostruoso capolavoro che è Infinite Jest, era soprattutto il disperato tentativo di dar forma al caos d’idee che sgomitavano per uscire dal buco della serratura di se stesso. Chi si addentrava nella fitta selva di digressioni, note e parentesi delle sue opere aveva quasi l’impressione che l’autore fosse riuscito a tradurre in parole quel flusso magmatico e informe, ma lui sapeva che era un inganno, l’ennesimo, abile inganno di un magnifico impostore. E forse è per farla finita con le inevitabili menzogne che lui, il più grande impostore della letteratura contemporanea, sabato scorso si è tolto la vita impiccandosi come Giuda, l’impostore per eccellenza.

C’è un altro aspetto che caratterizza i grandi scrittori, oltre al fatto che ci mancano, ed è l’assenza nei loro testi di sentenze. Loro brillano più sulla pagina che non sulla frase, espongono ragionamenti, non sputano sentenze, forse anche per questo la lettura dei loro libri è più disagevole, perché non asseconda le nostre ischemie dell’attenzione, il nostro bisogno di citazioni prêt-à-porter. Il registro gnomico è tipico invece della letteratura sapienziale (Coelho & co.) quella che pretende di insegnarci cos’è la vita, e soltanto i grandi scrittori rifiutano questa istintiva vocazione pedagogica. Le sentenze sono i crampi dell’intelletto. Lo sappiamo bene, eppure spesso non possiamo fare a meno di ricorrervi quando scriviamo, o di esserne attratti quando ne ascoltiamo o leggiamo una particolarmente illuminante. Senza contare che la frase “le sentenze sono i crampi dell’intelletto”, che credo sia di Wittgenstein, è a sua volta una sentenza, una sentenza che denuncia se stessa, la sua comodità di formula, di citazioni utili per impressionare l’uditorio durante una conversazione brillante. Nella civiltà dell’immagine la parola si è ridotta al ruolo di didascalia, al ragionamento è subentrata la battuta. Quando leggo qualcosa, di narrativa o di saggistica, le parti che mi rimangono più impresse sono proprio le sentenze. Le sottolineo come dei mirabili parti dell’intelligenza, e già il fatto di individuarle e apprezzarle mi gratifica, mi fa sentire socio del club. Mi pare che nella loro mirabile sintesi racchiudano una profonda verità, e tuttavia mi rendo conto che sacrificano molto dell’irriducibile complessità della vita. Forse l’impostura dello scrivere inizia già qui, quando si decide di prendere questa scorciatoia della ragione.

Negli anni ho scritto in diverse occasioni su DFW, e una volta espressi delle riserve, riconobbi il suo grande talento ma gli rimproverai una certa freddezza, l’esibizione di un’intelligenza per molti versi ammirevole ma che però non sempre riusciva a “toccare il cuore del lettore”. Lo paragonai a un personaggio di Verso occidente l’impero dirige il suo corso, la talentosa allieva di un corso di scrittura creativa che viene redarguita dal suo docente perché il suo stile è troppo “Guarda mamma, senza mani!”. Quel pezzo suscitò diverse polemiche, a molti non piacque, e oggi, col senno di poi, provo un senso di colpa per averlo scritto, quasi ne avessi infangato la memoria. Ma rileggendo Caro vecchio neon mi accorgo che quella era una sua preoccupazione, che lui stesso, nella solitudine centrale del proprio io, riconosceva come un proprio limite. E credo che non gli sarebbe dispiaciuto sapere che un suo lettore se n’era accorto, perché il corollario del paradosso dell’impostore è che “vuoi raggirare chiunque incontri eppure al tempo stesso in qualche modo speri sempre di imbatterti in qualcuno che non si lasci raggirare”.

Tuttavia mi sfuggì un aspetto fondamentale della sua scrittura, ed era l’intensità della disperazione che la animava. Al telefono con amici in quei giorni commentavamo increduli il suo suicidio, ci dicevamo che mai ci saremmo immaginati che potesse farlo. L’avremmo pensato di Houellebecq, ci sarebbe parso plausibile, ma il suicidio di Wallace invece era, agli occhi di molti, qualcosa d’inverosimile, nonostante molte sue pagine parlino di questo (vedi la fine di Eric Clipperton e James Incandenza in Infinite Jest, per es.). Magari era il look informale, la bandana, i suoi successi sportivi, perfino il matrimonio e la cattedra universitaria, a farlo sembrare più tranquillo e integrato di quanto in realtà non fosse.

Queste mie parole vogliono anche essere un risarcimento per i tanti momenti di felicità che la lettura dei suoi libri mi ha donato. A volte sono stato anch’io un impostore, ho saccheggiato le sue pagine in cerca d’illuminazioni e spesso non le ho riconosciute, ossia non ho rivelato che era lui la preziosa fonte d’ispirazione per qualche mio pezzo fortunato. Mi sono sempre giustificato dicendo che gli spunti non venivano da sentenze ma da ragionamenti, lunghi e difficili da citare per esteso, e pur essendo questo evidentemente un mio alibi, la verità è che l’intelligenza di David Foster Wallace non è facilmente spendibile, non si riduce a formulette, a comode battute, e forse anche per questo era e resta tuttora un autore più chiacchierato che letto. Forse l’unica sua vera sentenza è quella che dice “la verità ti renderà libero, ma solo quando avrà finito con te”, e non a caso l’hanno piazzata con grande evidenza in quarta di copertina di Infinite jest.

Mi capitò per esempio di sviluppare una sua idea con un articolo apparso sul blog Nazione Indiana e sul quotidiano Liberazione. In quel pezzo associavo i jumpers delle torri gemelle ai suicidi del Golden Gate ripresi nel film The Bridge. Non so se avete presente quel film documentario, fu girato da Eric Steel nel 2004 piazzando alcune telecamere fisse sul ponte per un anno, registrando così 24 persone che si ammazzarono tuffandosi in acqua. Era un accostamento blasfemo, paragonare dei suicidi a chi fu costretto a buttarsi da un grattacielo in fiamme, difatti molti si scandalizzarono, e fra questi non pochi fan dello scrittore americano, non sapendo che era stato lui stesso a sostenerlo quando questi eventi nemmeno si erano verificati. Oggi, alla luce del suo suicidio, quelle parole (tratte da Infinite Jest, pag. 927 ed. Fandango) sono un invito a interrogarsi sul fuoco del talento e della creazione, con le fiamme che lo alimentano e quelle che lo minacciano:

 “La persona che ha una c.d. depressione psicotica e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette per sfiducia o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme.”

(testo del discorso tenuto il 6/11/2008 alla Scuola Holden di Torino)

8 Risposte to “Mi manca chiunque”

  1. cristiano Says:

    la cosa migliore che ho letto sulla morte di wallace.

  2. kalle Says:

    questo tuo pezzo e’ ammirevole. Wallace e’ un autore che sostanzialmente non conosco. Faccio parte di quelli che non ricordano dov’erano, il giorno della sua morte. Banale a dirsi, ma mi hai dato l’impulso per provare a rileggerlo.

  3. sergiogarufi Says:

    ciao cristiano, grazie.
    ciao kalle, grazie anche a te. io al tuo posto proverei ad abbordarlo dai saggi, tipo oblio, penso che potrebbero piacerti.

  4. matteo ciucci Says:

    Caro Sergio,
    questo pezzo è bellissimo.

  5. sergiogarufi Says:

    grazie matteo.

  6. pierangelo turroni Says:

    mia cinotti si suicidò gettandosi dalla finestra della sua casa di Milano in via Albricci, viveva sola, ormai dopo lunghi anni di frequentazioni con molti fra i più importanti intellettuali.

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