Ama nesciri

emil-cioranGiuseppe Pontiggia era solito ironizzare sul fatto che “lo scrittore postumo pubblica molto di più di quando era in vita”, perché non tocca più a lui scegliere i propri scritti, e chi lo fa in sua vece spesso non va troppo per il sottile. Nel caso di Emil Cioran, come dimostrano i meravigliosi e densissimi Cahiers (Adelphi), dati alle stampe postumi dalla compagna Simone Boué contravvenendo alle sue precise disposizioni testamentarie, il meglio della sua produzione si nascondeva proprio fra gli scarti. Più che un libro è il cantiere di diversi libri, la summa caotica e sulfurea di tutto il suo pensiero. Una requisitoria feroce contro il mondo e contro di sé, composta in una prosa che dà corpo all’immagine kantiana della ragione al tribunale di se stessa. A questo badiale Zibaldone, che attraversa un arco di 15 anni (dal 1957 al 1972), il rumeno affidò tutta una serie di confidenze intime, aforismi, ricordi e annotazioni che prendono spunto dalle occasioni più disparate: la morte di un congiunto, una mostra d’arte, una cena con amici, una veglia notturna, l’ascolto della musica, una lettura, una passeggiata ai Giardini del Lussemburgo. Si tratta di frammenti, di brevi illuminazioni che rispecchiano fedelmente la forma espressiva di uno spirito che rifiutò sempre il sistema coerente e unitario. Forse, il loro grande fascino risiede proprio in questa immediatezza e spontaneità, nell’essere insomma dei taccuini senza destinatario; e il diario è, probabilmente, il genere letterario che garantisce la minor distanza fra arte e vita, il nobile e disperato tentativo di colmare l’abisso insondabile che separa l’una dall’altra.

In un passo illuminante, trascritto il 20/9/66 (pag.445), Cioran rivela il suo carattere scontroso e solitario, denunciando l’invadenza di un conoscente che era andato a cercarlo a casa sua senza preavviso: “Suonano alla porta. Guardo dallo spioncino, non apro. E’ D.L., che non vuol mai saperne di telefonare prima. Queste visite inopinate mi fanno star male, equivalgono a una violazione di domicilio, a una profanazione della solitudine”. Al di là dell’aneddoto curioso, questo episodio trova un preciso e significativo riscontro nella biografia di un altro celebre misantropo come il Pontormo, che usava sovente, come tramanda il Vasari, nascondersi in casa perfino ad amici cari come il Bronzino. Analogamente al Libro mio del Pontormo, anche i Quaderni del rumeno testimoniano un’ostinata condizione di autoesilio dalla vita. In entrambi questi diari, gli autori descrivono un’esistenza clandestina in una mansarda attraverso la puntigliosa, ossessiva e quotidiana trascrizione del cibo acquistato e mangiato, degli acciacchi e dei malanni fisici che li tormentano. Ma quell’isolamento è in realtà una peregrinatio in stabilitate, una meditazione sul mondo.
 

Il malessere che Cioran avverte vicino alla folla, che a volte turba il lettore, dipende dal timore di riconoscersi nei difetti altrui: “E’ un supplizio, per me, frequentare gente. Cogliere le proprie debolezze negli altri, ritrovare dappertutto le tracce del peccato originale, vedersi moltiplicati, leggere i propri difetti nello sguardo del primo venuto” (pag.134). In certi momenti, il desiderio è quello di un isolamento ancora più totale, radicale: “Dobbiamo piantare tutto, avere il coraggio e il pudore di crepare in solitudine, come gli elefanti e i ratti” (pag.301). Ma ben più forte di quel disagio è la voglia di conoscere il mondo, gli altri, come lo studio matto e disperatissimo e le frequenti riflessioni sugli incontri occasionali evidenziano. Alla stessa stregua di tante indimenticabili figure di misantropi curiosi e malinconici che l’arte, il cinema e la letteratura ci hanno regalato – vedi il giudice pensionato in Film Rosso di Kieslowski, magistralmente interpretato da Trintignant; o Byrne che recita la parte dell’astronomo in The end of violence di Wenders; o ancora Cosimo Rondò ne Il Barone rampante di Calvino -, dall’alto della sua specola Cioran osserva con compassionevole distacco le dolorose vicende degli uomini, e ne è partecipe perché sente che quel destino è comune a ciascuno di noi, sente che in questo consiste, più profondamente, il mestiere di scrivere.
 

Il weltschmerz, l’irredimibile dolore del mondo, è il centro della sua riflessione filosofica, e solo la musica, a tratti, è capace di fargli intravedere una speranza di salvezza, un barlume di significato e trascendenza. In un sorprendente appunto su Mozart del 27/5/61 (pag.79) scrive: “Il Requiem. Vi aleggia il soffio dell’aldilà. Dopo un simile ascolto, com’è possibile credere che l’universo non abbia alcun senso? Deve averne uno. Che tanta sublimità si risolva in niente, il cuore – così come l’intelletto – si rifiuta di ammetterlo. Deve pur esserci qualcosa da qualche parte, deve esserci un briciolo di realtà in questo mondo”.
 

Tranne che in questi rari momenti, in genere prevale l’idea che un comune destino di cenere presieda all’uomo e all’universo. Ciononostante, rinchiudere ogni volta Cioran nella comoda etichetta del “nichilista” tout court resta riduttivo e fuorviante, perché equivale a negare che il nulla sia “un territorio fecondo che si riempie di senso”; come ha fatto notare Castronuovo in un brillante saggio sul rumeno apparso sulla rivista Belfagor. E Cioran era troppo intelligente per essere irreligioso, sapeva bene che fra il Nulla e Dio vi è un vincolo strettissimo. La sua meditazione metafisica era più lucida proprio perché scevra da dogmi di fede; non a caso Carnap asserì che “i veri metafisici sono musicisti privi del dono musicale”. Il desiderio di Cioran è quindi quello di sondare le profondità di questa assenza di contenuto, di sprofondarvi completamente assieme a tutte le false credenze.
 

In ogni pensatore vi è una citazione-chiave che corrisponde a un’ossessione profonda e rivelatrice. Quella di Cioran è un precetto dell’ Imitazione di Cristo, a sua volta ricavato da una sentenza di San Bernardo contenuta nel Sermo de Nativitate Domini (“ama nesciri et pro nihilo reputari“, III, 2). La riporta nei suoi taccuini durante la primavera del 1960. Dice ama nesciri, cioè “compiaciti di essere ignorato” (pag.62). In questo senso, i Quaderni non sono altro che gli esercizi di umiltà di un intellettuale con la vocazione metafisica, di un teologo ateo che cercò in ogni modo di attenersi a questo arduo precetto monastico rifiutando le lusinghe del mondo. In uno struggente ma severo ricordo dell’amico Cioran, Constanin Noica afferma: “Forse la sua parte di silenzio nasconde le cose migliori che aveva da dire, proprio come Sissi, l’imperatrice d’Austria, nascondeva il bel viso dietro un ventaglio. Cioran ha semplicemente rifiutato di scrivere le grandi opere che portava in sé, come ha rifiutato di brillare nei salotti, nelle sale di redazione o nei caffè parigini, come ha rifiutato tutti i premi francesi e stranieri che gli sono  stati assegnati”. Cioran, isolandosi dal mondo nella sua mansardina del sesto arrondissement, rinunciò ad avere una biografia, che finì per confondersi e sovrapporsi  alla sua bibliografia, ai libri scritti non meno che a quelli letti. In questa orgogliosa rivendicazione di anonimato, l’immagine di Cioran assume ora i tratti di una figura arcimboldiana, il Bibliofilo di Stoccolma, in cui volumi, dorsi e copertine delineano il profilo di una persona non di carne e ossa, ma di carta e inchiostro.
 

I Quaderni sono il capolavoro che si rifiutò di pubblicare, il luogo oscuro e nascosto in cui la Vita diventa Letteratura; e noi oggi siamo grati a Simone Boué per il suo tradimento come in passato lo fummo a Max Brod per Kafka. Eppure vi fu qualcuno, come Michael Jacob, che rimproverò a Cioran di non essersi astenuto anche dallo scrivere, di non essere stato insomma coerente fino in fondo con l’idea della vanitas, dell’inanità di qualsiasi sforzo. Nella chiusa di Un apolide metafisico, una raccolta di interviste al rumeno edita da Adelphi, Cioran si giustificò così. Siamo nel ‘94, è la sua ultima intervista e probabilmente fra le ultime cose che ha detto in uno sprazzo di lucidità, essendo gravemente malato di Alzheimer da alcuni anni: “Si può avere coscienza del nulla ma non se ne possono trarre tutte le conseguenze. E’ ovvio che se si ha coscienza del nulla è assurdo scrivere un libro, anzi è ridicolo. Perché scrivere, e per chi? Ma ci sono necessità interiori che sfuggono a questa visione, sono di tutt’altra natura, più intime, più misteriose, irrazionali. La coscienza del nulla spinta all’estremo non è compatibile con niente, con nessun gesto; l’idea di fedeltà, di autenticità e via dicendo: tutto va a farsi benedire. Ma c’è ugualmente questa vitalità misteriosa che ci spinge a fare qualcosa. E forse la vita è proprio questo, senza volere usare paroloni, il fare cose alle quali si aderisce senza crederci. Sì, è suppergiù questo”

3 Risposte to “Ama nesciri”

  1. antonio lillo Says:

    sai che è un concetto strano e affascinante quello sotteso a questo post? voglio dire che è una cosa che capita di sentire di alcuni autori (kafka che hai citato è il primo che mi viene in mente) ma anche a noi… quando ho pubblicato l’unico libricino della mia mia vita mi sono spesso interrogato sull’opportunità di inserire quei testi che da una parte erano i miei più privati, quelli che dicevano più di me e dell’altra ritenevo i meno riusciti e anche quelli meno interessanti, e paradossalmente sono proprio quelli che più hanno interessato il mio piccolo pubblico… sono meccaniche alchemiche (si può dire?) quelle legate alla creazione di un testo e non sempre siamo disposti, in quanto poveri uomini, ad accettarne i compromessi… oppure è vero che l’autore, per quanto personaggio pubblico tiene per sè sempre il meglio… ma in effetti sono solo vaghi pensieri i miei e non mi va di approfondirli…

    poi una domanda: ma quanto scrivi? cioè pubblichi dai cinque ai dieci post al giorno! starti dietro è come fare atto di dedizione verso un autore caro!

    per finire a proposito il post su wallace è molto bello, una vera lettera d’amore… avevo letto quell’altro post che dicevi sul fatto che l’accusavi di essere un pò freddo, cerebrale e siceramente mi trovi d’accordo, soprattutto ora che sto leggendo infinite jest… non so, potrebbe essere stata la sua una forma di difesa nei confronti del mondo: adotti uno sgurdo critico distaccato per non lasciarti coinvolgere, oppure la sua disperazione nasceva proprio dal fatto che non riusciva a farsi coinvolgere (che mi pare sia la tua teoria) chissà… ancora una volta le meccaniche alchemiche hanno avuto la meglio sull’uomo…

  2. Clarissa Says:

    Durante il mio ultimo trasloco non ero per nulla tranquilla: dovevo riprendermi i Quaderni di Cioran.🙂

  3. sergiogarufi Says:

    ciao antonio, è l’euforia iniziale, ora rallenterò. cmq molto è materiale di archivio, roba già pubblicata altrove che qui voglio raccogliere assieme a testi inediti. su cioran e i suoi taccuini, ma vale anche per kafka, penso che ci sia una naturale ritrosia a pubblicare cose molto intime, a darsi in pasto fino in fondo. il fatto che siano proprio le cose che più interessano ai lettori non mi stupisce. e grazie per i complimenti.
    ciao clarissa, mi fa molto piacere che quel libro sia anche uno dei tuoi preferiti.

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