Vocazioni

vocazioneUna delle mie ossessioni ricorrenti riguarda la vocazione artistica. Cos’è una vocazione, come si riconosce, se ognuno ha la sua ecc. Per quanto mi riguarda, credo che non sia irrilevante partire dal fatto che si tratta appunto di un’ossessione, di un pensiero ossessivo. Allora provo a chiarirmi le ragioni di questa insistenza, e le ravviso nei rapporti sentimentali. La donna amata diventa un’ossessione quando non c’è. O perché ti ha lasciato, o perché non ti si concede. In questi casi il mondo si popola improvvisamente di segnali inequivoci che evocano la sua assenza. Se sei appena stato abbandonato ogni cosa in cui ti imbatti te la ricorda: le strade sono piene di macchine come la sua, i giorni d’un tratto si susseguono come una lunga serie di ricorrenze mancate: il suo compleanno, il nostro anniversario, San Valentino, le vacanze che si erano programmate e che ora diventano un enorme buco nero…

 Per esempio, ho intravisto il tema della vocazione in uno stupidissimo  film western di Clint Eastwood, in cui il protagonista era un uomo molto dotato nello sparare più veloce degli altri, e ho pensato che ogni epoca storica privilegia una particolare attitudine a dispetto di altre, e forse oggi il talento nella scrittura è come e più di allora una moneta fuori corso, una vocazione senza mercato. Poi ho visto ancora il tema della vocazione nel film Revolutionary road, come se la disgregazione di quel rapporto di coppia dipendesse dal fatto che solo chi possiede una vocazione può aspirare ad un’altra vita. Se questo fosse il senso, la mia ossessione per la vocazione artistica sarebbe nient’altro che il dolore per qualcosa che non possiedo più e che vorrei riavere; una sorta di “sindrome dell’arto fantasma”. Vale a dire che per qualche tempo la vocazione mi avrebbe visitato senza però legarsi a me per sempre, diventare la mia vera con-sorte. E’ una spiegazione plausibile, perché io mi sento effettivamente un non, uno che si può definire solo in negativo: sono ateo, anarchico e astemio, ossia non credo, sono privo di principi e mi astengo dal bere alcolici. Forse è per questa mia connaturata negatività, che quando la mia amica S. mi sconsigliava di continuare la relazione con F, che a suo dire non riconosceva il mio io più profondo – in quanto si disinteressava della mia vocazione, rifiutandosi di leggere quanto scrivevo o di venire con me a incontri letterari – io le rispondevo che faceva bene, e che lo faceva per il mio bene. Perché il punto è che se me stesso è una brutta persona, ed essere me stesso mi rende infelice, io sarò sempre grato a chi cercherà di cambiarmi. Chi l’ha detto che essere se stessi è sempre una bella cosa?

Ma la vocazione è qualcosa da cui non si scappa, un demone che ti perseguita anche, anzi soprattutto, se non ce l’hai o se ce l’hai e non la segui. Penso a Il violino di Rotschild di Cechov, in cui il fabbricante di bare è preda di rimorsi per non aver vissuto come avrebbe voluto o dovuto; o al tradimento delle vocazioni naturali di Gùrov e Anna ne La signora col cagnolino, in cui l’autore ravvisava la causa prima del loro malessere esistenziale. Tradimenti che si consumano per viltà, per convenienza, per paura di mettersi in gioco, e che generano frustrazioni, rimorsi e recriminazioni. Chi desiderava fare il cantante d’opera e ha finito per accettare un posto in banca, e chi ha barattato i suoi sogni di libertà e d’indipendenza per un matrimonio con un uomo mediocre però abbiente. Cechov stesso, che da giovane faceva il medico e scriveva a tempo perso mascherandosi dietro pseudonimi, fu sollecitato a dedicarsi con maggior impegno alla letteratura dall’apprezzamento e dal perentorio invito dell’illustre scrittore Dmitrij Vasil’jevic Grigorovic, che riconobbe in quei racconti scritti di getto i segni di “un talento sprecato”; com’ebbe a rimproverargli in una lettera del 25/3/1886.
 

Tuttavia esiste anche una frustrazione speculare e opposta, ossia quella di chi è dominato da aspirazioni inadeguate alle sue possibilità e si ostina ottusamente, malgrado i rifiuti reiterati e i pressanti inviti a desistere, a inseguire un sogno irrealizzabile, a coltivare un’attitudine che non possiede; come nel romanzo The philosopher’s pupil di Iris Murdoch. Chi ha talento ma è privo di un Grigorovic che lo sproni e lo sponsorizzi, invece, il più delle volte è obbligato a mendicare ascolto e attenzioni a un mondo, quello editoriale, spesso freddo e indifferente con chi ne è escluso. Una delle testimonianze più amare di queste lamentazioni clandestine è  Lettere a nessuno di Antonio Moresco, diario di un penoso calvario consumato fra redazioni, editor e grandi firme milanesi, in cui la supplica si evince meno dal tono, a tratti anzi risentito, che dall’assiduità delle richieste di ascolto. E non è un caso che il suo primo romanzo pubblicato, Gli esordi, si articoli in tre parti che trattano appunto il tema della vocazione (religiosa, ideologica e artistica).
 

Ma cos’è un’autentica vocazione, come riconoscerla? James Hillman la descrive come un demone che spinge per emergere, mentre Cristina Campo ne Gli imperdonabili la paragona a una musica, e scrive che “esiste per ciascun viandante un tema, una melodia che è sua e di nessun altro, che lo cerca fin dalla nascita e da prima di tutti i secoli”; aggiungendo che è inutile nascondersi, fingere di non sentirla, perché “il sottrarsi a una vocazione conduce, per necessità meccanica, proprio là dove più infuria il pericolo”.

Gadda, che per assecondare la volontà della madre rinunciò a iscriversi alla facoltà di lettere e si laureò in ingegneria, in Racconto italiano di ignoto del novecento commentò da par suo uno dei sommi capolavori del Caravaggio: la Vocazione di San Matteo nella cappella Contarelli a San Luigi dei Francesi. Lì, in quel gioco di sguardi, gesti ed espressioni, in quel dialogo muto e serrato fra il Cristo in piedi e il pubblicano Matteo, il gabelliere seduto e intento a contare i soldi; Gadda individua magistralmente il senso ancipite del travaglio di una vocazione repressa. La salvezza consiste nel riconoscere un compito, un destino, perché “vi sono legami profondi tra la felicità e il dovere”, e “la gioia intensa non è altro che la sensazione di un possibile adempimento della funzione vitale”. Nelle sue parole, il comando di Gesù si rivela ora un’ingiunzione ineludibile, una chiamata imperiosa che non si può più ignorare (“vocazione” deriva da “vocare”, cioè “chiamare”); e il viso di Matteo, in quell’istante fatale, “s’illumina di una tristezza tragica e di una gratitudine gioiosa”, perché sente che dovrà seguire quella vocazione pur intuendo il terribile rischio che essa comporta.

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13 Risposte to “Vocazioni”

  1. Elio Says:

    Una trattazione davvero intrigante. Anch’io ho dovuto fare i conti con una piccola vocazione artistica. L’ho tradita ai tempi delle scelte per carenza temporanea di carattere, confinandola in spazi marginali. Però l’ho recuperata più tardi, dandole un’espansione sufficiente a togliermi il rimorso. E’ qualcosa, non di tanto grande da esigere l’attenzione del mondo, però è qualcosa. Di norma me ne accontento – un fuocherello che mantengo in dimensioni sostenibili e sul quale di tanto in tanto butto qualche ciocco più grosso.. (forse, come dice un indimenticabile personaggio di Kafka, queste parole che ho scritto non sono del tutto sincere, ma se ne può agevolmente ricavare la parte sincera 🙂 )
    Ciao

  2. Alessandro Ansuini Says:

    alla fine ho svelato il rebus sergio 🙂
    davvero interessanti queste tue riflessioni che mi trovano pienamente d’accordo e che, nella mia natura polemica (più che altro con me stesso) proverei a spingere fino alle estreme conseguenze. provo a spiegarmi. il tema della vocazione, da riconoscere (in un caso) o da perseguire vanamente (nell’altro caso) potrebbero condurre alla medesima viuzza che ci dice che solo fortuiti casi del destino potrebbero porci in’unclinazione che ci fa dire, per esempio: sono diventato borges, o voglio diventare borges. quando in realtà esserlo o non esserlo è, da un lato, questione di autoconvinzione o, dall’altro, beneplacito di quattro critici accreditati che nel tuo periodo di vita ti hanno dato risalto. alla fine cosa cambia? l’amputato resterà amputato, il frustrato resterà frustrato.
    si fa presto a dire voglio essere kafka, perà mica vuoi fartela la vita di kafka. si fa presto a dire voglio diventare eliot, però ci da noia l’epilettica nella stanza accanto. forse sono troppo disilluso, me ne rendo conto. da piccolo mi hanno detto che il nostro si chiama pianeta terra ed è abitato da una cività di umani. a me è sempre parso di abitare un sasso nel vuoto in compagnia di scimmie vestite. sarà.
    grazie per gli spunti di riflessione, in ogni caso.

  3. Clarissa Says:

    Giust’appunto pochi giorni fa pensavo: odio la vocazione. Odio tutte le vocazioni. Odio tutti quelli che hanno una vocazione. Come si capisce: era un pensiero ossessivo…

    Elio, dici: “queste parole che ho scritto non sono del tutto sincere, ma se ne può agevolmente ricavare la parte sincera”. Per questo “forse”, citandoti, mi è venuto subito da toglierti il “forse”. 🙂

  4. Clarissa Says:

    Che poi “odio” è una parola grossa, nevvero. Troppo faticoso.

  5. franz krauspenhaar Says:

    Uno splendido “Garufi”. Vai Sergio!

  6. Paolo Ferrucci Says:

    Sergio, sul tuo post ho fatto un post: qui posso anticipare che l’espressione vocazione senza mercato, così pacatamente e mestamente realistica, continua a sgomentarmi. Fa tutt’uno col senso di deprivazione, di usurpazione, di menzogna e spregio e tradimento e farloccheria che mi (ci?) assedia quasi quotidianamente.

  7. sergiogarufi Says:

    Caro Paolo, io penso che il centro della questione sia appunto la c.d. chiamata, che sentono in tantissimi, cioè cercare di capire quando sei tu che “senti le voci”, un po’ come i pazzi, e quando invece questa voce c’è effettivamente. E infine, il prendere coscienza che quella “chiamata” è qualcosa di terribile; non a caso Matteo, che fino a quel momento conduceva una vita agiata e tranquilla (difatti è ritratto comodamente seduto mentre conta i soldi), dopo la “chiamata” farà una brutta fine. Su queste due cose io mi interrogo: se sia una vera voce, e se mi convenga davvero seguirla.
    Grazie ad Elio, Clarissa e Franz per l’attenzione e l’apprezzamento.

  8. Paolo Ferrucci Says:

    In effetti sono le stesse cose su cui m’interrogo io: se è vera voce (nei termini della teoria della ghianda di Hillman), e se seguirla è la cosa giusta.

  9. sergiogarufi Says:

    “se seguirla è la cosa giusta”.

    ecco, sì, ricordiamoci sempre che nella cappella contarelli a fianco alla vocazione caravaggio dipinse il martirio.

  10. elio Says:

    Un pensiero ritardatario: nel post successivo condanni il gusto per l’eccezionale nei documentari naturalistici, però nei riguardi della vocazione mi sembri commettere lo stesso peccato. Che cosa c’è che non va in una vocazione che non richieda martirio e che si accontenti di un moderato riconoscimento? Mi ha sempre colpito l’esagerato contorcersi di certi poeti per il mancato riconoscimento.. ma ciò che producono non rappresenta già, ai loro occhi, un premio intrinseco? mi chiedevo ingenuamente.

  11. sergiogarufi Says:

    ciao elio. francamente non vedo contraddizione fra le due cose. sostengo solo che non esiste una vocazione artistica senza martirio, intesi però in senso laico, privi di qualsiasi eccezionalità. martirio come sacrificio di sé, insomma. e non è tanto questione di riconoscimento, nella solitudine centrale del proprio io ognuno di noi è pubblico di se stesso, un pubblico molto esigente. è quello che devi convincere per primo, e credo che il semplice fare a volte non basti.

  12. Elio Says:

    Chissà se tale solitudine è davvero tale .. il centro delle “meditazioni pascaliane” di Bourdieu a me è sembrato infine configurarsi in questa frase:

    “Di fatto egli [il bambino] è continuamente portato ad assumere su se stesso il punto di vista degli altri, ad adottare il loro punto di vista per scoprire e valutare per anticipazione come sarà visto e sentito da loro: il suo essere è un essere percepito, condannato a essere definito nella sua verità attraverso la percezione degli altri. Potrebbe essere questa la radice antropologica dell’ambiguità del capitale simbolico – gloria, onore, credito, reputazione, notorietà – principio di una ricerca egoistica delle soddisfazioni dell’ “amor proprio” che è, simultaneamente, perseguimento affascinato dell’approvazione altrui.

    Ciao

  13. Lorenzo Says:

    Quello della vocazione è davvero un tema complicato. Tutto va bene se ciò a cui ci si sente chiamati è ciò per cui si ha attitudine, e non contrasta né con le nostre convinzioni su ciò che dovremmo essere né con le necessità che ci sono imposte dalla vita. Quante condizioni sono necessarie perché una vocazione possa svilupparsi senza intoppi! Si pensi alla lotta contro se stessi e il mondo che tanti artisti dotati hanno dovuto intraprendere… e al supplizio di quelli che dotati non erano, eppure non sopportavano di fare nulla a parte ciò verso cui si sentivano spinti. Nel mio caso, alla vocazione musicale corrisponde un talento indubitabile e nessun ostacolo al di fuori di me: ma è dentro che sono pieno di dubbi. Che mi importa della musica? Mi sentirei un buffone a esibirmi su un palco, io amo la solitudine e la riflessione. Ma una avverto una spinta incoercibile a seguire “quella” strada cui vorrei tanto sottrarmi. Non posso fuggire, e non posso avanzare. Posso solo procrastinare, e intanto ho raggiunto i 40 anni. Niente è più amaro di questa forma di impotenza spirituale.

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