Successi negativi

citatiLa prima volta che me ne accorsi ero in vacanza a Firenze. Andai con degli amici in un ristorante per cena, si chiamava i Centopoveri. Lo ricordo bene per due motivi. Il primo fu la battutaccia stronza che mi rivolse il cameriere quando seppe che ero astemio. Me ne sono state dette tante negli anni, ma quella fu particolarmente odiosa, e ancora non capisco perché il politically correct lì si fermi, tuteli tutte le minoranze possibili ma non quella. Il secondo motivo per cui lo ricordo bene lo scoprii al momento del conto. Avevamo fretta, stava per iniziare il film al cinema e decidemmo di pagare alla cassa anziché attendere al tavolo. Lì c’era un po’ di coda e per ammazzare il tempo mi misi a leggere un articolo di Repubblica incorniciato che parlava del ristorante. La classica recensione dell’esperto di gastronomia. Il titolo era neutro, riportava solo il nome del locale, ma il testo era una stroncatura inappellabile. Diceva che il cibo era scadente, l’acustica insopportabile, il servizio lento e i prezzi eccessivi. Mi chiesi le ragioni per cui esporre al pubblico dei giudizi così negativi, e capii che quel farsi vanto della stroncatura era in realtà una dimostrazione di forza, mirava a demolire il critico, invitando il cliente alla comparazione.

A Roma, qualche anno prima, durante un’intervista a Pietro Citati per conto di un giornale, io domandai al critico perché non scrivesse quasi mai stroncature. Allora pensavo che fosse per un misto di convenienza e pavidità, perché una stroncatura ti inimica sia lo scrittore che il suo editore, oltre che spesso tutta una cerchia di sodali. Credevo pure nel valore pedagogico della stroncatura, cioè che gli esempi negativi andassero analizzati nei dettagli, affinché il lettore non cadesse nelle trappole retoriche, riconoscesse dove lo si sta turlupinando. E questo perché a mio avviso una delle cause del declino della critica, seguita ormai solo dai c.d. lettori forti, ossia quelli più smaliziati, che sanno interpretare le minime sfumature di giudizio, risiede proprio nel tono uniformemente elogiativo degli articoli.

Citati ad ogni modo rispose che per la verità qualche stroncatura se l’era concessa, e anche clamorosa, tipo quella a Il nome della rosa di Eco, ma in generale preferiva astenersi, perché secondo lui il silenzio era il castigo peggiore. Adesso che Citati è diventato un epiteto infamante, e che il successo sembra essere determinato soprattutto dalle polemiche innescate da qualche stroncatura particolarmente acida, non mi dispiace ricordare questa sua brillante preveggenza. E’ pur vero che ancora oggi, di tanto in tanto, pure lui si abbandona al dileggio o al sarcasmo, come nel caso dell’ultimo saggio di Antonio Pascale, che Citati definì su Repubblica “un libro melensissimo”, ma più per una sorta di vendetta personale, un moto di stizza per la “lesa maestà”, che per un’analisi approfondita o per una consuetudine con le critiche negative.

Fossi stato al posto dell’editore di Pascale, avrei colto la palla al balzo e avrei pubblicato immediatamente una fascetta editoriale con l’espressione liquidatoria di Citati; avrebbe sicuramente fatto vendere molte più copie del libro che non dieci elogi dei soliti Pacchiano e compagnia bella. C’è anche la sfida lanciata al lettore, chiamato in causa a dirimere la questione: decidi tu se ha ragione lui o noi che lo pubblichiamo. Per tacere poi dell’aura negativa, l’incarnazione della figura del perseguitato, sulla quale si stanno costruendo intere carriere. Funziona così, mica solo in letteratura. Il Grande Fratello nasce già con la sua parodia incorporata (la Gialappa’s), che va in onda subito dopo sullo stesso canale; Kate Moss ha visto moltiplicare le sue entrate pubblicitarie dopo le foto che la ritraevano assieme al suo compagno mentre sniffava cocaina, e da noi pure Fabrizio Corona e la Gregoracci devono la loro enorme popolarità a uno scandalo infamante.

La strategia promozionale di Wu Ming 1 a proposito del suo saggio sul New Italian Epic è esemplare in questo senso. La pubblicazione in rete ha raccolto una serie impressionante di stroncature, mettendo d’accordo critici che a malapena si salutano. Carla Benedetti, Tiziano Scarpa, Marco Belpoliti, Filippo La Porta, Andrea Cortellessa, Emanuele Trevi, Giulio Ferroni e quant’altri lo hanno liquidato con parole a tratti umilianti, eppure l’autore non si rassegna, cerca di continuo con chi può un dialogo impossibile, invita a rileggere, alla peggio si appella ai fan, al lettore comune della rete, ai c.d. cervelli in fuga, italianisti di seconda fila emigrati in qualche università straniera, accusando contemporaneamente la “critica ufficiale” di “marcare il territorio”, ossia di non accettare l’intrusione di un esterno nel loro “orticello” privato. Il fine è uno solo: che se ne parli il più a lungo possibile, mantenere viva la brace della polemica.

D’altronde Moresco fu tra i primi a esporre in quarta di copertina la stroncatura di Guglielmi, che definiva i Canti del caos “un libro illeggibile”. Prima ancora Gli esordi ricevette un’accoglienza simile. Era la storia di un tizio penosamente indeciso se prendere i voti, fare la rivoluzione o scrivere un capolavoro. Insomma, già lì bisognava mangiare la foglia. Se la critica al posto di caricarlo di fischi lo avesse ignorato, forse oggi ce la saremmo cavata con una festante cucciolata di piccoli e innocui drammi introspettivi pubblicati da Effigie. Invece in questo modo il Perseguitato si è leccato le ferite e, incarognito, ha inaugurato senza meno la sua “fase maggiore”, fioretti mondadoriani da 1000 pagine come Dio li manda, così, tanto per rallegrare le sessioni di italianistica.

Ma non ci si può nemmeno consolare con l’idea che sia solo un nostro vizio provinciale. Proprio oggi difatti leggevo che il Premio Nobel e baronetto di Sua Maestà V.S. Naipul ha appena patrocinato di persona la pubblicazione della sua biografia ufficiale, nella quale è descritto come un mostro di disumanità e snobismo. E’ la società dello spettacolo e dell’intrattenimento che funziona in questo modo, dappertutto. Non a caso un biglietto per un museo costa quanto un biglietto del cinema. Non a caso il giudizio positivo che si dà di un libro o di un film o di una mostra non è più “bello”, ma “interessante”, nel senso dell’opposto di “noioso”. “Intrattenere” è la parola d’ordine. E la critica scandalistica dei vari Serino e Parente è perfettamente omologa a tutto questo, crea il “caso”, ragiona per slogan.

A questo punto mi dovrei chiedere perché, pur essendo consapevole di questi meccanismi, seguito a partecipare a quelle polemiche sterili, che beneficiano solo l’oggetto della disputa. Penso che l’unica spiegazione possibile sia la notissima storiella della rana e dello scorpione. L’istinto prevale sempre sul senso di realtà.   

 

12 Risposte to “Successi negativi”

  1. linnioaccorroni Says:

    “Non a caso il giudizio positivo che si dà di un libro o di un film o di una mostra non è più “bello”, ma ”interessante” ”
    sai come mi sono accorto dell’inarrestabile passaggio degli anni e relative nefaste conseguenze sulla mia persona?
    quand’ero giovane spesso mi sentivo dire che ero ‘bello’.
    oggi,per esprimere un qualche apprezzamento, non si va al di là di un ‘però, interessante’
    che tu sia vittima della sindrome dello scorpione,è certo. L’unico consiglio che ti posso dare è di non accanirti sempre sulle stesse rane:-)

  2. sergio pasquandrea Says:

    Io sono costretto, per mestiere, a sorbirmi tutte le novità e le polemiche della critica jazzistica, quindi per quanto riguarda la letteratura ho fatto una scelta radicale: non leggo (quasi) mai autori contemporanei, tranne quando proprio mi va, e non leggo mai le recensioni su giornali e siti internet, né partecipo alle discussioni.
    Non ho letto Genna né Moresco né Wu Ming, del New Italian Epic ho sentito vagamente parlare ma non mi interessa. Li leggerò, casomai, tra dieci anni, ammesso che siano ancora in giro.

    Sono astemio anch’io, e ormai mi sono preparato: ho pronto alla bisogna un repertorio di battute ancora più stronze di qualunque battuta stronza mi possano fare.

  3. antonio lillo Says:

    non ho capito questa storia delle battute agli astemi… forse perchè frequento solo gente che strabeve!😉 ma che tipo di battute fanno a chi si limita all’acqua? a me sembra una cosa normalissima…

  4. sergio pasquandrea Says:

    Qualche esempio (preso fra i più simpatici ed educati):
    “Bevi acqua? Ma l’acqua arrugginisce”;
    “Ma come, un italiano che non beve vino?”;
    “Devi bere perché il vino fa compagnia”;
    “Ma come, proprio non bevi? Ma neanche un bicchierino? Ma è buono, assaggialo? Ma perché non lo assaggi? Se non lo assaggi mi offendo”;
    “Ma quando la troverai, una tua dimensione alcolica?”;
    “Ma quindi non ti sei mai ubriacato…” (detto con aria di compatimento);
    “Chi non beve in compagnia o è un ladro o una spia”;
    “Ma bevi e non rompere i coglioni”.
    Eccetera eccetera.

  5. antonio lillo Says:

    beh quello sul trovare una propria dimensione alcolica è decisamente grazioso🙂

  6. cristian Says:

    beh se si è compiuta la scelta di proseguire per altra strada, è dispendio di energia, negatività e illividito livore battere sempre sullo stesso chiodo. tutte queste esternazioni da purismo minano la sua credibilità e la traviano. peccato. su con la vita.

  7. lisa Says:

    In genere se una cosa mi è piaciuta o mi ha interessata mi piace parlarne o scriverne e non cerco neanche conferme di quel mio giudizio, quando non è così mi annoia farlo e diffido spesso anche delle discussioni che ne nascono, mi sembra già così poco il tempo che ho a disposizione che giudico uno spreco dilungarmi in qualcosa che ho già messo fra il –non mi piace- o il- non m’interessa-
    Ma credo che il punto non sia tanto nella reazione a giudizi positivi o negativi, una cosa che piace a tutti o che non piace a nessuno si cristallizza tanto che a volte il bello diventa noioso e presto dimenticato quanto il brutto. L’interesse si risveglia o si crea se ad un tratto compare un disequilibrio, così come quando si percorre una strada dritta e si finisce col non prestare più attenzione al panorama, suggestivo o no che sia, se all’improvviso ci si para davanti una serie di tornanti il nostro interesse si risveglia.
    Pensavo a questa cosa leggendo della polemica Carver- Lish. Mi chiedevo a chi e a cosa avrebbe realmente giovato questa operazione, (oltre alla dolce Tess e all’editore) ho anche fantasticato un po’ dicendomi che forse intanto era servita da ispirazione a Roth per il suo ultimo libro, ma di certo quello statico riconoscimento, così prossimo all’assuefazione in cui comunque gli scritti di Carver si trovavano, avrebbero ritrovato un certo vigore seppure nella polemica dei pro e i contro.
    Dunque se vogliamo un aspirante scrittore dovrebbe augurarsi di scrivere o un capolavoro da zittire proprio tutti o almeno di scrivere qualcosa che abbia quella giusta dose di mediocrità tale non poter essere classificata a prima vista, e che liberamente possa sfarfallare fra la genialità (incompresa) e l’idiozia…se non altro, nel bene o nel male, per assaporare un po’ di gloria.

    lisa

    p.s ah…il posto è la Costiera Amalfitana

  8. cristian Says:

    Caro Garufi, ha per sbaglio eliminato le mie tre righe, le riposto. Un caro saluto.

    “beh se si è compiuta la scelta di proseguire per altra strada, è dispendio di energia, negatività e illividito livore battere sempre sullo stesso chiodo. tutte queste esternazioni da purismo minano la sua credibilità e la traviano. peccato. su con la vita.”

  9. sergiogarufi Says:

    ciao linnio, ho cambiato “rana”, hai visto? ora me la son presa con te🙂
    comunque consolati, a me danno del “tipo” (“è un tipo”), cioè l’anonimato per eccellenza, l’uomo in beige.
    ciao sergio, la critica jazzistica sembra essere un’attività affascinante, sicuramente più di quella letteraria. a me piace confrontarmi col presente, cercare di intuire la direzione della scrittura, è un azzardo maggiore che non baloccarsi coi classici, ma i contemporanei sono la nostra voce, non si possono ignorare. forse la difficoltà di capirli e apprezzarli interamente dipende proprio da questo, dal fatto che sono la nostra voce. come quando ascoltiamo un nostro messaggio nella segreteria telefonica, e l’impressione invariabilmente è di fastidio ed estraneità, come se non ci piacesse e appartenesse a un altro. un abbraccio solidale fra astemi (poi quando hai tempo mi dici qualche battuta simpatica da rivolgere ai beoni rompicoglioni).
    caro antonio, sergio te ne ha riferita qualcuna fra le meno antipatiche ma ti posso assicurare che l’elenco sarebbe molto più lungo e meno simpatico (adesso faccio “il perseguitato” anch’io)🙂
    ciao cristian, il tuo commento non era stato tagliato, è solo che il blog è impostato in modo tale da mettere in moderazione il primo commento di chiunque. dopo che l’ho approvato quel commentatore non sarà più messo in moderazione, e ciò che scrive apparirà in automatico. non l’ho impostato io così, me lo sono trovato già fatto e non ho la minima idea di come reimpostarlo. quanto al merito delle tue osservazioni non so se ho capito bene, forse ti riferisci al fatto che non dovrei partecipare alle polemiche sterili, ma come specificavo nel finale del post è qualcosa di più forte della mia volontà. so che sarebbe meglio astenersi ma non riesco a sottrarmi.
    ciao lisa, non credo che esista il capolavoro che zittisce tutti, però testi che “sfarfallano tra la genialità e l’idiozia” me ne sono capitati, e concordo con te che siano molto interessanti e poco etichettabili. la verità forse è l’incontro fra il tutto e il nulla: come il silenzio, o l’orgasmo🙂 beata te che vivi in un posto così bello…

  10. sergio pasquandrea Says:

    Sergio, purtroppo non sono simpatiche. Anzi, in media sono piuttosto acidine, per non dire peggio (quando mi ci metto, riesco ad essere *veramente* odioso; c’è anche da dire che lo faccio solo quando sono proprio costretto).
    Qualche esempio:

    “Bevi acqua? Ma l’acqua arrugginisce”
    “Non sono mica un pezzo di ferro”.

    “Ma come, un italiano che non beve vino?”
    “Come diceva Gaber, non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”.

    “Devi bere perché il vino fa compagnia”
    “Se vuoi la compagnia del vino, fa’ pure; la mia non si misura in litri”.

    “Ma come, proprio non bevi? Ma neanche un bicchierino? Ma è buono, assaggialo? Ma perché non lo assaggi? Se non lo assaggi mi offendo”
    “Se non la smetti mi offendo io”.

    “Ma quando la troverai, una tua dimensione alcolica?”
    “Abbiamo trasmesso una nuova puntata della serie: i cazzi propri, questi sconosciuti”.

    “Ma quindi non ti sei mai ubriacato…”
    “Sono un essere umano razionale e preferisco rimanerlo”.

    “Chi non beve in compagnia o è un ladro o una spia”
    “Chi si fa i fatti suoi campa cent’anni”.

    “Ma bevi e non rompere i coglioni”.
    “Una cosa non esclude l’altra. Anzi”.

    “Ma che cos’hai contro il vino?”
    “E’ succo d’uva putrefatto”.

  11. Paolo Ferrucci Says:

    Sì, le critiche negative alle proprie pubblicazioni divengono spesso un carburante, se non addirittura un volano per salti più arditi. E trovo questo meccanismo ingiusto, se non perverso: il silenzio ci vorrebbe, in molti casi. Io trasferirei questo concetto-strategia anche in politica, ad esempio: se il delirio di dichiarazioni nel teatrino politico cadessero nel silenzio dei media, almeno di quelli più importanti, sarebbe fantastico in tutti i sensi.

  12. sergiogarufi Says:

    ciao sergio, grazie, mi hai dato degli ottimi suggerimenti, ora avrò la risposta pronta🙂
    ciao paolo. purtroppo le polemiche funzionano, attirano l’attenzione, sia in letteratura che in politica, guarda me come ci casco…

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