Tecniche di suicidio

wal L’incipit di un libro è un tentativo di adescamento, e quello lapidario de Il mito di Sisifo di Albert Camus è fra i più riusciti che io conosca. Vi si afferma in modo perentorio che esiste un solo “problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta significa rispondere al quesito fondamentale della filosofia.”  Tuttavia il suicidio logico, quello frutto di un ragionamento che astrae dalle condizioni personali (per intenderci: il Kirillov dei Démoni), è un’eccezione che s’incarna appunto in un personaggio di finzione, trovando rarissimi riscontri nella vita reale. Uno di questi casi esemplari fu Philipp Batz, appassionato estimatore di Schopenhauer, che a soli 35 anni pubblicò il suo primo libro, Filosofia della redenzione, in cui avanzò la tesi secondo la quale la storia dell’umanità è l’oscura agonia dei frammenti di un Dio che si autodistrusse e, coerentemente col proprio pensiero, si tolse la vita impiccandosi (e altrettanto fece la sorella, dopo aver dato alle stampe il secondo volume postumo dell’opera di Philipp). A livello puramente teorico, echi di queste metafisiche nere, che fanno risalire la creazione del mondo al suicidio di una divinità, si rintracciano pure in diversi miti cosmogonici orientali (vedi Prajapati), e perfino in occidente ci fu chi, come John Donne ne Il Biathanatos, ebbe l’ardire di sostenere che la morte volontaria di Cristo (deliberata perché avrebbe potuto sottrarvisi) prefigurasse la sconcertante ipotesi di “un Dio che crea il mondo per erigervi il proprio patibolo” (sono parole di Borges). Di recente, in un paradossale e suggestivo tentativo di coniugare scienza e religione, Anacleto Verrecchia ha scritto che la stessa “esplosione del Big Bang potrebbe far pensare che Dio si sia sparato.”

In realtà, l’esperienza ci insegna che le motivazioni per cui una persona decide di sopprimersi attengono a questioni molto più terrene, a fattori psicologici estremamente personali. Ma se è vero che nella morte autoinflitta il quadro eziologico risulta troppo vasto e confuso per essere ben determinato, confluendovi un insieme di ragioni non facilmente individuabili che però si possono riassumere, con buona approssimazione, nella ricerca di un sollievo a una condizione privata di sofferenza e di disperazione inesprimibili per le quali si crede non vi sia più alcuna soluzione; è altrettanto vero che molti studi scientifici evidenziano come nella maggior parte dei casi il suicidio sia un atto lungamente premeditato, e che la prima e principale preoccupazione dell’aspirante suicida riguardi soprattutto la scelta del luogo e del metodo con cui attuarlo, ai quali viene non di rado attribuito un rilevante significato simbolico.

L’esasperata attenzione all’aspetto formale del gesto è registrata per esempio nel biglietto di addio dello scrittore giapponese Ryuunosuke Akutagawa, il quale, pur riconoscendo che l’impiccagione è il metodo migliore perché non fa soffrire, la scarta per una “ripugnanza di natura estetica”, optando poi per le pillole. Stesso discorso si potrebbe fare per la fine di Yukio Mishima, deliberatamente spettacolare e rituale.

Lo spaventoso archivio dei metodi con cui darsi la morte ne registra di stravaganti e macabri oltre ogni immaginazione, sebbene la casistica relativa agli scrittori del Novecento restringa la grande maggioranza delle modalità al lancio da un luogo elevato, alll’avvelenamento, al gas, all’impiccagione, all’annegamento e al colpo d’arma da fuoco. Quest’ultimo, avvalendosi ovviamente delle tecnologie in uso nel proprio tempo, era considerato il metodo più onorevole per un uomo sin dall’antichità. Céline, in qualità di medico, lo consigliava per la sua efficacia: “le persone che non ne possono più ricorrono al gas! che bella trovata! sappiate che me ne intendo un po’, io, 35 anni di pratica! il sistema più garantito, sono stato consultato 100 volte…un fucile da caccia in bocca! ficcato ben dentro, fino in fondo alla gola! e fanng!…vi fate saltare il cinema dalla zucca!” Più o meno così si uccisero Otto Weininger, Carlo Michaelstaedter, Jacques Rigaut, Vladimir Majakowski, Ernest Hemingway, José María Arguedas, Henry De Montherlant, Guido Morselli, Richard Brautigan e Guy Debord. Scelsero invece l’annegamento Alfonsina Storni, Virginia Woolf, Paul Celan e Jean Amery, e infine Lucio Mastronardi. Al gas ricorsero Tadeusz Borowski, Stig Dagerman, Sylvia Plath, Yasunari Kawabata e Anne Sexton. Pierre Drieu La Rochelle decise di farla finita con il gas e un forte quantitativo di farmaci. Emilio Salgari si squarciò il ventre e la gola con un rasoio, David Foster Wallace s’impiccò, come prima di lui Sergej Esenin e Marina Cvetaeva. Màrio de Sà-Carneiro, Hart Crane, John Berryman, Amelia Rosselli e Gilles Deleuze si gettarono nel vuoto. George Trackl morì per una overdose di cocaina, Walter Benjamin ingoiò delle pastiglie di morfina, Stefan Zweig si iniettò del Veronal assieme alla seconda moglie, Albert Caraco ingerì dei barbiturici e si tagliò la gola. Fra gli altri nostri connazionali, grande commozione suscitò la fine di Cesare Pavese in una camera d’albergo a Torino, e sempre con i sonniferi si uccise la giovane poetessa Antonia Pozzi, che attese la morte distesa nella neve immacolata di Chiaravalle, quasi dando forma e sostanza all’anelito di purezza contenuto in molte sue liriche. Sopravvissuto ai lager nazisti, Primo Levi si tolse la vita gettandosi dalla tromba delle scale del suo appartamento torinese; così come fece 15 anni dopo e nella stessa città Franco Lucentini, tragicamente suggellando la propria vocazione letteraria con l’ultima, disperata citazione, l’addio virgolettato.

Questo raccapricciante e parziale elenco di suicidi non intende proporre una galleria di eroi positivi, di personalità forti che hanno vinto l’animalesco istinto alla sopravvivenza, la cieca e irrazionale volontà di vivere. Il suicida non è una figura leggendaria e neppure un reietto, il crumiro della specie. Non era scritto fin dalla nascita, nelle oscure officine del destino, che una ferrea necessità causale lo conducesse a quel drammatico epilogo. E’ semplicemente qualcuno che, a un certo punto della vita, ha sentito il mondo come una sorta di pappagallo di Humboldt, qualcosa di incomprensibile e di insensato. Boris Pasternak, nella sua autobiografia dedicata a Majakovskij, Esenin e Cvetaeva, ci ricorda che “ci si uccide non per tener fede alla decisione presa, ma perché è insopportabile questa angoscia che non si sa a chi appartenga, questa sofferenza che non ha chi la soffra, questa attesa vuota, non riempita dalla vita che continua.” Ed è pensando a questa sofferenza, a questo supplizio terribile che li attanagliò fino a convincerli che fosse preferibile morire piuttosto che continuare a vivere, che ci riesce difficile “immaginare Sisifo felice”, come invita a fare Camus nella formidabile chiusa del suo saggio. Ma se proprio dovessimo sforzarci di farlo, se potessimo concepire Sisifo felice del suo strazio routinario, allora l’unico suicidio possibile e quasi desiderabile resterebbe quello vagheggiato dal mite e schivo Camillo Sbarbaro nei suoi Scampoli, quando scrisse: “E’ aperto un concorso per segretario comunale a Scarnafigi. Se vi concorressi? Immagino un paese tagliato fuori dal mondo; un grosso borgo, piatto, terribilmente banale. Vi arriverei in un giorno di pioggia. Vi sposerei una donna insignificante, ad esempio un’economa. Nessuno saprebbe più nulla di me. Mi preparerei una vecchiaia perbene. Accarezzo l’idea. Sarebbe un suicidio tranquillo e decente; più silenzioso dell’annegamento che riempie d’acqua la bocca.”

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11 Risposte to “Tecniche di suicidio”

  1. gianni biondillo Says:

    ciao Sergione, sono tornato dai miei viaggi, ora mi rimetto in riga e leggo tutto…

  2. sergiogarufi Says:

    ciao gianni, bentornato!

  3. antonio lillo Says:

    le cose terrificanti (e meravigliose) di questi post, leggere un frammento come quello di sbarbaro e pensare: “porco cane, è proprio quello che ho pensato io l’altro giorno, leggendo di quel posto da bibliotecario nella provincia leccese!!!” un suicidio ancora e tanto più lungo di quello vagheggiato dall’uomo sbarbaro… il suicidio dell’autore, acqua alla gola nel quotidiano!

  4. emma Says:

    E che dire del recente suicidio per impiccaggione di Nicholas Hughes?
    Sul tema del suicidio, Il Mulino ha da poco pubblicato un bel saggio di Marzio Barbagli “Congedarsi dal mondo. Il suicidio in Occidente e in Oriente”.
    Un abbraccio

  5. sergiogarufi Says:

    ciao antonio, anche a me colpì molto quel desiderio di sbarbaro, in fondo come “autore” io sto mettendo in pratica una sorta di suicidio preterintenzionale.
    ciao emma, grazie per la segnalazione, quel libro m’interessa molto. il caso del figlio della plath è stato impressionante, dimostra che certi drammi familiari, seppur vissuti da piccoli, non ti abbandonano mai. pensa per es. a magritte, all’ossessione per i volti velati di alcuni suoi dipinti, ricordo di come fu trovata sua madre suicida per annegamento.

  6. linnioaccorroni Says:

    un libro imprescindibile su suicidio e dintorni è ‘levar la mano su di sè’ di jean Amery.
    parola di girino:-)

  7. sergio pasquandrea Says:

    Beh, se parliamo della Plath, a me ha sempre colpito la sorte della povera Assia Wevill, la seconda moglie (o solo amante, non sono sicuro) di Hughes, letteralmente stritolata dall’ombra incombente di Sylvia, al punto di fare un suicidio-fotocopia del suo.

  8. antonio lillo Says:

    dio, sembra uno di quei romanzi neri dell’ottocento! poe o leroux!

  9. sergiogarufi Says:

    ciao linnio, è vero, il libro di amery è fondamentale per chi si interessa a questo tema.
    ciao sergio, la notizia del figlio della plath è stata scioccante, pincio ha scritto un bell’articolo su quel dramma, ma poi tutta la storia familiare di ted hughes è agghiacciante.
    ciao antonio, il post è molto macabro, in effetti, il tema mi ossessiona da anni (la passione per cioran rientra in questo filone).

  10. Andrea Pasotti Says:

    Diciamolo che Philipp Batz è, per tutti, Philipp Mainländer: sennò la gente può avere difficoltà a scovarlo ed approfondire.

  11. Luca Ormelli Says:

    Decisamente interessante questa carrellata. Un saluto, Luca
    PS: su Batz/Mainländer (e a margine Michelstaedter/Weininger) chi volesse può trovare un mio pezzo a questo link:
    http://samgha.wordpress.com/2010/10/26/verso-lassoluto-nulla-la-filosofia-della-redenzione-di-philipp-mainlander-secondo-fabio-ciraci/

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