Titoli

veronese

Non so se esiste una storia dei titoli in arte e letteratura. Una trattazione breve ma abbastanza esaustiva riguardo ai libri l’ha fatta Gerard Genette in Soglie. I dintorni del testo, partendo dagli interminabili titoli barocchi per arrivare fino alla brusca concisione di quelli novecenteschi, ed elencandone le funzioni principali (identificazione dell’opera, designazione del contenuto, valorizzazione). Umberto Eco, nelle Postille al suo primo romanzo, spiegava la genesi di quel titolo, di cui fu corresponsabile – come accade spesso – il suo editore. Vennero rifiutati titoli troppo neutri, che prendevano a prestito il nome del protagonista, come Adso da Melk (il preferito dall’autore); o titoli più banali, come L’Abbazia del delitto, che lo faceva somigliare a un giallo di serie B. La scelta finale fu azzeccata, Il nome della rosa è una chiave di lettura appropriata, per le valenze nominaliste a cui rimanda l’esametro latino finale e perché resta sufficientemente vago da non precludere ulteriori percorsi ermeneutici.

Un bel titolo spesso contribuisce al successo di un libro. Si pensi a Viaggio al termine della notte o a Cronaca di una morte annunciata che, come La Settimana enigmistica, misurano il loro successo dal numero infinito di imitazioni che ne sono state tentate. A volte restano in mente per la perfetta capacità di sintesi: si veda il sublime depistaggio de L’Uomo senza qualità (che invece ha un sacco di qualità); l’ironia antinomica del saggio borgesiano Nuova confutazione del tempo (ironia e antinomia espresse entrambe dall’aggettivo); il divertente non sense di Storia della pittura universale in tre volumi di Benezet (che in verità è un libriccino in cui non si parla di pittura); il cupo Gioia di vivere di Zola e lo splendido ossimoro de L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera. Poi i monchi Le colpe dei padri di Alessandro PerissinottoMorto un papa o Ogni promessa di Andrea Bajani, che  citando la parte iniziale di un proverbio invitano il lettore a completarlo; o i titoli ironici di Efraim Medina Reyes come C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarloLa sessualità della Pantera rosa e Quello che ancora non sai del Pesce Ghiaccio.  Spiazzante e provocatorio è invece 99 francs (in italiano tradotto con 26.900 lire), il libro di Frédéric Beigbeder intitolato come il suo prezzo di copertina, e non meno originale è il deliberato errore de Le api migratori di Andrea Raos, che nel cambio di genere riflette grammaticalmente la mutazione genetica subita dagli insetti.

Nell’arte rinascimentale non si usava titolare le opere. Al più le si descrivevano, come nei tanti registri dei collezionisti dell’epoca, che si limitavano a illustrarne il soggetto principale e a indicarne l’autore. Fra i numerosi dipinti che ci sono giunti privi di indicazione, alcuni fra i più famosi sono la Tempesta di Giorgione, la Flagellazione di Piero della Francesca, il Cristo morto del Mantegna e le Cortigiane del Carpaccio. Curiosamente, proprio i titoli che in seguito sono stati attribuiti a queste opere sono indicatori dei contenuti che questi dipinti si supponeva veicolassero.

Riguardo al primo dipinto, viene generalmente indicato così proprio per evidenziare il fatto che sarebbe privo di un soggetto preciso; per cui, non essendoci alcun rapporto fra scene sacre o mitologiche e la coppia con bimbo immersa nel paesaggio, si è posto l’accento sul lampo che squarcia le nubi, quasi a suggerire che si tratti di un semplice pretesto del pittore che, in assenza di precise indicazioni del committente (o addirittura in assenza del committente), aveva dato così libero sfogo alla sua fantasia. Salvatore Settis, in uno splendido saggio intitolato La Tempesta interpretata, pare aver sciolto l’enigma, riconducendo le tre figure principali ad Adamo, Eva e Caino, e rinvenendo nella città turrita l’Eden perduto e in un apparente ramoscello adagiato sul terreno il celebre serpente responsabile della loro caduta.

Su quella appassionante sciarada che è la Flagellazione di Piero si sono scontrati parecchi studiosi, soprattutto riguardo all’identificazione e alle ragioni del dialogo fra i tre misteriosi personaggi in primo piano. Federico Zeri e Pope-Hennessy ci vedevano la rappresentazione del Sogno di San Gerolamo, così come viene raccontato da quest’ultimo in una lettera a Eustochio; mentre Ginzburg e la Ronchey rintracciavano precisi riferimenti alla caduta di Costantinopoli e alla fallita riconciliazione tra chiesa d’Oriente e d’Occidente. Ma anche la Pala Montefeltro a Brera viene chiamata da alcuni (Ronald Lightbown) Sacra Udienza e da altri (Eugenio Battisti) Sacra Conversazione, a seconda che la si legga come la presentazione di Federico di fronte al Tribunale Divino o come l’omaggio postumo del Duca alla moglie Battista Sforza.

La maggior parte delle interpretazioni concernenti Il Cristo morto del Mantegna sottolinea la volontà dell’artista di umanizzare la scena rendendocela familiare; e difatti Gesù viene osservato dallo spettatore nello stesso modo con cui vedrebbe un parente nella camera mortuaria; cioè entrando nella stanza e guardandolo disteso dalla parte dei piedi, per poi accostarsi di fianco a compiangerlo come fanno i tre personaggi a margine. E tuttavia in una lettera del 1504, in cui il figlio di Mantegna raccomanda ai Gonzaga di Mantova l’acquisto delle opere del padre rimaste in bottega al momento della morte, questi lo descrive come “Cristo in scurto”, facendo così pensare a un mero esercizio tecnico, un semplice – seppur sommo – esempio di virtuosismo prospettico, senza tutte le implicazioni che gli abbiamo attribuito in seguito.

Le Cortigiane del Carpaccio dovrebbero chiedere i danni ai loro esegeti. Ne hanno dette di tutti i colori a ’ste povere donne, colpevoli solo di annoiarsi un po’ nell’attesa del ritorno a casa dei rispettivi mariti, impegnati in una caccia in laguna. Finché non si scoprì (credo per merito di Federico Zeri) che il quadro del Museo Correr era solo la metà di un dipinto più grande, di cui la parte superiore stava al Paul Getty Museum di Malibù, le figure femminili del dipinto veneziano erano concordemente identificate come due zoccole di alto bordo (e le chiamo “zoccole” perché pare che questo sinonimo di “prostituta” sia debitore proprio delle loro calzature). Cristina Campo con la sua proverbiale, sublime perfidia, le paragonò a delle veline, dicendo che in loro si avverte addirittura “la profonda storia di un vuoto, dell’orrore ovattato dell’ozio, sbriciolato dal tedio, l’orrore della bellezza inutile, più vuota di una vuota conchiglia”.

Nel caso del Convito in Casa Levi del Veronese la scelta del titolo è stata fondamentale, nel senso che ha protetto l’autore dalle terribili accuse dell’Inquisizione. La lettura del verbale del processo che gli venne fatto da frate Aurelio Schellino il 18 luglio 1573 nella chiesetta di San Teodoro a Venezia (e poco dopo toccherà al Tintoretto) è impressionante. Gli viene chiesto conto di ogni personaggio strambo presente nella scena: il servo, i nani, i buffoni e gli imbriaghi che popolavano quella che doveva essere una compunta Ultima Cena, e lui cerca di giustificarsi con la celebre frase “Nui pittori si pigliamo licentia che si pigliano i poeti et i matti”, ma alla fine solo il cambio del titolo lo salverà. E in fondo quel cambio non era neppure una ritrattazione, dato che per il Caliari, che fu l’inventore di questo genere pittorico, una cena valeva l’altra (tant’è che in un passo dell’interrogatorio confonderà un banchetto delle Nozze di Canaa con un’Ultima Cena).

A ben vedere certe opere d’arte hanno pure i titoli di coda, tali e quali ai film. E’ il caso della Cappella degli Scrovegni a Padova. Il ciclo di affreschi è costruito come un crescendo di pathos, ma proprio sul più bello, poco prima di uscire, quando si guarda la controfacciata, ci si accorge che Giotto ha dipinto, subito sopra il Giudizio Universale, due angioletti che stanno arrotolando il firmamento, quasi a rivelarci che tutto l’ambaradan è solo un’elaborata finzione, che la pipa è mica una pipa.

Alberto Burri, e come lui molti artisti contemporanei, si rifiutò di fornire chiavi di lettura alle proprie opere, intitolandole con numeri, o con i nomi dei materiali, o con le tecniche usate, lasciando liberi i fruitori di scorgerne il senso più affine alla propria sensibilità; e forse anche per questa ragione, per questa indeterminatezza, incontrò all’inizio della sua carriera notevoli difficoltà. Perché, in genere, gli amanti dell’arte pretendono che il titolo indichi, o perlomeno evochi, una spiegazione del senso ultimo dell’opera, ossia che li sollevi dall’arduo compito di rinvenirlo da soli; e proprio questa esigenza del fruitore si scontra invece col desiderio dell’autore, che tende naturalmente a non delimitare troppo i margini interpretativi, precludendo così altre possibili chiavi di lettura.

A proposito di questa contrapposizione, vale forse la pena ricordare un aneddoto divertente relativo ad Hans Arp. Si narra infatti che l’artista, di fronte alla richiesta del visitatore di una mostra di conoscere il titolo (e implicitamente il significato) di una sua scultura che ne era priva, perché intenzionato ad acquistarla, rispose: “forchetta o buco di culo, a seconda”. Superfluo aggiungere che l’opera rimase invenduta.

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2 Risposte to “Titoli”

  1. antonio lillo Says:

    a me è capitato che il mio libricino volevo intitolarlo “diaro del 2007”, ma l’editore si è rifiutato perchè l’aveva già fatto montale, così mi ha costretto a impegnarmi e me ne sono uscito fuori con “le qualità del male” e tutti: “bravo, bello! ma non sarà un pò troppo goethiano, e lo sappiamo, goethe non va più tanto di moda!” e a quel punto mi hanno proposto loro, ripartendo dal mio ma modificando del tutto il concetto: “perchè invece non l’ho chiamiamo “l’innocenza del male”, che è un pò più ruffiano ma abbastanza intrigante senza scadere nel banale… vedrai che con la giusta copertina venderà pure qualche copia in più!” e io a quel punto m’ero stufato (anche perchè in sè e per sè quello che conta sono le poesie) e ho dato il mio assenso… ma subito dopo tutti coloro che hanno acquistato il libro (cioè i miei amici) hanno cominciato a fermarmi per strada chiedendomi: “ma nel titolo citavi la arendt, vero? diccelo dai è per una scommessa!” e a quel punto ho alzato le braccia al cielo sconsolato… parola, quella dei titoli è una vera e propria arte, e va assolutamente rispettata!

  2. sergiogarufi Says:

    ciao antonio, in effetti l’aneddotica sul tema e’ infinita, il travaglio per la scelta di un titolo di un libro ricorda quello per il nome del figlio, sempre parti sono…

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