Tentativo di esaurimento di un pellegrinaggio parigino

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Ci sono molte cose in Place Saint-Sulpice, ad esempio il Mercatino della Poesia. Quest’anno è alla venticinquesima edizione. La prima si svolse nel cortile d’onore della vecchia Biblioteca Nazionale, in rue Richelieu. Sono seduto al cafè de la Mairie, assieme a Francesco Forlani. E’ lui che mi spiega lo spirito di questa manifestazione, che attira una folla insospettabile di espositori e appassionati di poesia. Fra i curiosi che si aggirano per le bancarelle riconosco una coppia di italiani che erano sul mio stesso aereo low cost, lui rossiccio e lentigginoso e lei con gli occhi sporgenti come quelli dell’imperatore Commodo. Li avevo giudicati male per l’applauso all’atterraggio a Beauvais – che per me ha la stessa motivazione degli applausi ai funerali, cioè non un omaggio alla bravura del pilota o alla memoria del defunto, bensì un chiassoso sollievo per lo scampato pericolo –, ma la loro presenza qui li riscatta.

La sera c’è la festa della musica, ad ogni incrocio suona qualche complesso musicale, le strade sono percorse da un fiume ininterrotto di gente di ogni età. Io e C. guardiamo con gioia tutta questa vita che scorre senza sosta, e per una volta le persone non mi appaiono più sub specie doloris. Siamo in rue Lepic, la strada che si inerpica sinuosa per Montmartre. Francesco dice che è la via delle puttane, ma io non le ho mai viste. Rue Lepic è uno dei miei luoghi elettivi. Qui vengo la mattina a fare colazione, per via di una boulangerie che fa dei dolci alle mele strepitosi. Ne prendo uno, poi da un fruttivendolo a fianco mi faccio fare una spremuta di arance e mi siedo a mangiare su una panchina nello slargo che c’è poco prima del 54, dove per un paio d’anni visse Van Gogh a casa del fratello Theo. C’è un suo dipinto del 1887 che mostra la vista di Parigi dalla finestra della sua camera al terzo piano.

Di puttane è piena la strada del mio albergo, rue Frochot, che parte da Place Pigalle. D’altronde, se vuoi risparmiare l’unica è dormire nelle zone c.d. malfamate, e comunque oggi la prostituzione è una legittima branca dell’industria dell’intrattenimento, non c’è nulla da temere. Le prostitute sono quasi tutte nere, e i clienti sembrano principalmente turisti tedeschi e russi. Forse hanno ragione loro: non si conosce davvero un posto se non si va a letto con una donna del luogo. Lo storico dei viaggi Eric J. Leed ha scritto molto sul mito dell’ospitalità sessuale e sul cosiddetto erotismo dell’arrivo, il desiderio di ingresso in un nuovo paese attraverso la penetrazione delle sue donne.

Fra le tante panchine che Beppe Sebaste ha citato nel suo bel libro, mi sa che quella di rue Lepic manca, ma ne abbiamo lo stesso molte in comune, a partire dalla panchina più famosa, quella di Riverview Terrace a Sutton Place con lo sfondo del Queensboro bridge, immortalata da Woody Allen nel film Manhattan, sulla quale mi sedetti con N. un’alba di 8 anni fa, per finire con le sedie verdi in ferro ai lati della fontana di Maria de’ Medici ai Giardini del Lussemburgo, per me uno degli angoli più suggestivi di Parigi assieme al parchetto della square Louvois, di fronte alla Biblioteca Nazionale, il centro di questa repubblica fondata sulla Letteratura.

In questo angolo di paradiso, dove appena entrato sembra che il volume del mondo si abbassi, giocava da bambino Louis-Ferdinand Destouches, che abitava nel vicino Passage Choiseul, e si rifugiava Walter Benjamin a prendere una boccata d’aria tra un’immersione e l’altra negli archivi della Biblioteca. Le celebri immagini di Giselle Freund lo ritraggono mentre sfoglia dei libri con le sue mani biscottate in cerca di qualche perla da inserire nel progettato collage dei Passages, fra cui cita pure il Choiseul. Benjamin me lo sono sempre immaginato come una sorta di Enrique Larreta, lo scrittore argentino che non riusciva a finire di leggere un libro perché ogni frase lo rimandava ad altro, gli ricordava qualcosa e lo distraeva dall’intento originale. Benjamin doveva essere così, le sue esplorazioni fisiche della città rispecchiavano le esplorazioni intellettuali, la sua era una flânerie del pensiero, sempre in cerca di nuovi stimoli.

La visita a Notre Dame non ci ha entusiasmato. Ci siamo separati: lei sugli Champs-Élysées per degli acquisti da Sephora, e io a visitare alcune case di Benjamin, due delle tante in cui visse a Parigi negli ultimi anni. Rue Dombasle 10 è una piccola via dalle parti di Convention, nel XV arrondissement. La facciata del palazzo sembra più recente, lui ci visse dal gennaio ’38 all’estate del ’40, quando scappò verso sud: Lourdes, Marsiglia, la route Lister e infine Portbou, la stazione finale del suo calvario. Rue Dombasle fu quindi la sua ultima residenza parigina. Il portone è incorniciato da un negozio per animali e da un centro estetico che pubblicizza i vantaggi della depilazione definitiva. Vorrei vedere le scale interne, allora chiedo a una ragazza che sta entrando se sa a che piano abitava Benjamin, ma niente. Mi metto dall’altro lato della strada e guardo il palazzo. Mentre sosto in raccoglimento davanti alla targa commemorativa, C. mi scrive un sms scherzando sul fatto che Sephora per lei è La Mecca. Ognuno coltiva il proprio surrogato di trascendenza. La spiritualità tradizionale non si cancella, si può solo sostituire.

Nella casa di rue Dombasle 10, nel febbraio del 1938, Gershom Scholem venne a trovare l’amico Walter. Non si sarebbero mai più incontrati. Qui vide appeso l’angelo di Paul Klee, l’acquerello che Benjamin acquistò nel ’21 alla Galleria Hans Goltz di Monaco per 1000 marchi e dal quale non si separava mai. Oggi sta a Gerusalemme, al Jewish Museum, dopo aver girato mezzo mondo. Sempre in quei giorni discussero delle Bagatelle per un massacro di Céline, che erano appena state pubblicate, mostruoso annuncio dell’immane tragedia che si sarebbe scatenata di lì a poco.

Ho ancora mezz’ora di tempo prima dell’appuntamento con C., e decido di vedere pure la casa di rue Bénard 23, dove Benjamin visse dall’ottobre ’35 allo stesso mese del ’37. Non è lontana, ma con la metropolitana c’è un piccolo giro da fare e un cambio. All’uscita della fermata di Alésia della linea 4 mi accorgo che piove forte. Tiro su il cappuccio della felpa e m’incammino. Attraverso l’incrocio immortalato da Henri Cartier-Bresson nel ’61 (vedi foto), sono bardato in modo simile ad Alberto Giacometti. Passo davanti al 46 di rue de Hippolyte Maindron, dove nel 1938 Giacometti aveva il piccolo studio-abitazione e faceva i primi esperimenti scultorei di scarnificazione che in seguito lo avrebbero reso celebre (vedi La femme qui marche I). In rue Bénard 23 non c’è alcuna targa, e neanche negozi. Una tranquilla via residenziale. Solo dei cartelli di affittasi sul portone, magari proprio l’appartamento di Benjamin. Anche in questa occasione mi fermo qualche minuto a osservare l’entrata. Una signora apre il cancello di fretta per la pioggia e mi guarda male, sospettando brutte intenzioni.

L’appuntamento con C. è alla vasca ottagonale dei Giardini del Lussemburgo. Qui, fino al 1995, quando morì, veniva a passeggiare quotidianamente Emil Cioran. Lo faceva di preferenza all’alba, rigorosamente da solo, e fu per continuare a passeggiarvi senza essere riconosciuto che declinò l’invito di Bernard Pivot a partecipare al programma culturale Apostrophe. Il rumeno abitava al quinto piano di una mansarda lillipuziana nella vicina rue de l’Odéon, al 21. La guida del Touring afferma che rue de l’Odéon fu la prima via di Parigi a dotarsi di marciapiedi, mi sembra dunque perfettamente logico che lì vivesse uno dei più instancabili camminatori della letteratura francese del Novecento. Rue de l’Odéon è famosa per i suoi antiquari librai, veri e propri farmacisti dello spirito che vendono anche manoscritti autografi. Francesco mi fa da interprete, chiede per me se hanno qualcosa di Céline, Cioran o Benjamin, ma la risposta è sempre la stessa: solo lettere di Céline, e quasi sempre del periodo danese, quando era internato e protestava la propria innocenza. I prezzi vanno dai 1000 ai 2000 euro, e sono giustificati dal fatto che, pur essendocene tante, la scrittura epistolare nel francese ha lo stesso sapore di quella dei suoi libri, è la medesima, sublime petit musique che si ascolta nei suoi capolavori.

Louis-Ferdinand Destouches abitò al 98 di rue Lepic dal 1929 al ’31. In quelle stanze scrisse di sera il Viaggio al termine della notte, rubando tempo al sonno e al suo lavoro, e amò intensamente Elizabeth Craig, la ballerina americana alla quale dedicò il libro. Dopo la pubblicazione cambiò tutto. Col successo smise di fare il medico, diventò Céline e si separò da Elizabeth. Oggi non esiste traccia di quel passaggio. Nessuna targa o lapide commemorativa, e così anche per tutti gli altri luoghi celiniani, dal 67 del Passage Choiseul al 4 di rue Girardon, dalla villa di Meudon dove morì alla Rampe du Pont di Courbevoie che gli diede i natali. Ogni iniziativa in questo senso, tipo quella intrapresa dalla proprietaria dell’appartamento al 4 di rue Girardon (5° piano a sinistra guardando il portone), ha incontrato l’opposizione sia delle amministrazioni pubbliche che di privati cittadini, come dimostrano le minacce ricevute per lettere anonime. Sono le maledette Bagattelle, la causa di questa lunghissima e infruttuosa damnatio memoriae, e difatti nella megabiblioteca voluta da Mitterand, che pare contenga 10 milioni di libri, lo scandaloso pamphlet non esiste, né in volume e neppure in microfilm.

C’è talmente tanta memoria storica, a Parigi, che a volte si sovrappone, e la più recente finisce per cancellare quella più vecchia. E’ il caso dell’abitazione di Céline in rue Lepic 98, che in realtà si trovava molto all’interno del cortile di quell’edificio, tanto che è meglio visibile da rue d’Orchampt, piuttosto che da rue Lepic. E’ facile capire qual è esattamente, perché c’è una vistosa targa commemorativa, solo che tace di Céline e nomina la cantante Dalida, che in quella stessa casa si uccise la notte fra il 2 e il 3 maggio del 1987 ingerendo dei barbiturici.

Céline, Cioran e Benjamin non hanno molto in comune, oltre al fatto che mi piacciono molto. C’era un periodo in cui sfogliavo i nuovi saggi in libreria controllando per prima cosa l’indice dei nomi finale, perché solo se i miei autori venivano citati spesso li acquistavo. Comunque qualcosa in comune l’avevano. Vissero tutti a Parigi nello stesso periodo, cioè dal ‘38 al ‘40. Benjamin in rue Dombasle 10, Céline in rue Girardon 4, con Lucette Almansor e il gatto Bebert, e Cioran in rue du Sommerard 13, all’Hotel Marignon, prima sua residenza parigina come novello borsista di letteratura francese. Che mi risulti non si incontrarono mai, e probabilmente solo Céline era noto agli altri due per via della grande popolarità. Tutti e tre avevano l’abitudine di scrivere appunti su dei taccuini neri, non so se Moleskine o no logo. Céline sin da quando fece il militare durante la Prima Guerra Mondiale, vedi il cahier noir del corazziere Destouches, sua prima prova letteraria. Per Cioran si tratta invece dei 34 quaderni neri che confluirono nell’omonimo libro postumo curato dalla sua compagna Simone Boué. E per Benjamin lo sappiamo da Hannah Arendt, che ne Il pescatore di perle ricorda che negli anni 30 lui girava sempre con questi taccuini neri, dove custodiva la sua collezione di mirabilia.

Al Louvre sfodero anch’io il taccuino nero d’ordinanza. Mentre me lo dico intuisco l’altra faccia della medaglia, la natura ostile del pellegrinaggio letterario, nutrito dalla speranza (non priva di malizia) di “trovare” lo scrittore nel suo più prosaico e indifeso succedaneo: la casa in cui ha vissuto. Armato delle migliori intenzioni, per carità, e tuttavia armato, anche se solo di un taccuino (non a caso “d’ordinanza”, in quanto strumento poliziesco, e “sfoderato” in quanto strumento d’offesa). 

Nella sala della Gioconda C. scatta una foto al pubblico, che guarda estasiato la Monna Lisa o la fotografa a sua volta. Sarà autentica ammirazione, quella che traspare dalle espressioni stupefatte, o semplice teatro emozionale? Anche Giacometti con gli anni spostò la sua attenzione dai quadri alle persone (”Un tempo andavo al Louvre e i quadri o le sculture mi davano un’impressione sublime… Oggi [nel 1962] non posso resistere a guardare la gente che guarda le opere. Il sublime adesso per me è nei volti”).

Il gran caldo ha spinto molti visitatori del museo a indossare un abbigliamento da spiaggia: canotte, bermuda e infradito che ciabattano stancamente per le interminabili sale di questo lager di capolavori. L’ostentazione di tutti questi piedi nudi in prossimità de La Morte della Vergine di Caravaggio mi colpisce. Lui che fece scandalo mostrando i piedi nudi e sporchi oggi assiste alla standardizzazione delle sue provocazioni. Ancora due generazioni fa, ai tempi di mia nonna, si dovevano usare sinonimi meno indecenti, tipo “le estremità”; oppure se li si menzionava ci si doveva scusare (”i piedi, con licenza parlando”). Distrutti dalla fatica ci avviamo verso l’uscita, ripassando per le antichità egizie. Diceva bene Manganelli, l’opera simbolo del Louvre è lo scriba, il Louvre è il catalogo del mondo.

Su consiglio di Francesco andiamo a rilassarci al fresco del bar presso la moschea, dove fanno un buon tè e c’è pure il bagno turco. E’ la zona di Georges Perec, vicino ai Jardins des Plantes: passiamo da rue de Quatrefages 5, dove visse con Paulette Pétras, e infine da rue Linné 13, dove morì prima di compiere 46 anni. Anche lui, come Benjamin, Cioran, Céline e Giacometti, era a Parigi nel 1938, ma aveva solo 2 anni. E pure lui, come Benjamin, amava Paul Klee. Ho sempre creduto che fosse un segno del destino, il fatto che lo scrittore più tassonomista della letteratura vivesse in rue Linné. Evidentemente, il desiderio di sentirsi parte di un disegno intelligente non appartiene solo agli antievoluzionisti. E’ che non ci si rassegna facilmente alla propria insignificanza. Io stesso, pur sapendolo falso, ho imparato quasi a memoria il meraviglioso apologo di Borges tratto da L‘Artefice, dove dice che “un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”.

I pellegrinaggi letterari terminano sempre nelle case dove lo scrittore di culto è morto, è tradizione. Succede lo stesso in Estate a Baden Baden, di Leonid Cypkin, riguardo a Dostoevskij. Ma se con Céline e Cioran mi sembra di essere giunto a destinazione, con Benjamin temo di aver girato a vuoto. Forse nemmeno visitare il mausoleo di Dani Karavan sul mare, o la stanza n°4 al II piano della casa Vilarrasa (l’ex Fonda Francia) a Portbou, o ripercorrere la route Lister, l’impervio sentiero attraverso i Pirenei, mi darà la sensazione di averlo davvero trovato. Sarà la sua leggendaria inclassificabilità, a impedirne una collocazione definitiva?

La sera prima di tornare in Italia rileggevo per l’ennesima volta il mio libro-viatico, lo splendido saggio biografico di Tilla Rudel (L’angelo assassinato, excelsior 1881), e pensavo che Benjamin potesse nascondersi fra le sale della Bibliothèque Nationale, che fu la sua vera casa in quei tribolati anni di continui spostamenti. Oppure chissà, potrebbe addirittura essere in un luogo dove non andò mai: la Gerusalemme che ora custodisce la sua cosa più preziosa, l’angelo di Klee, la Gerusalemme dove sarebbe dovuto andare accettando i ripetuti inviti di Scholem. Oppure no. Magari Benjamin siamo noi, tutti i suoi anonimi, devoti e insignificanti lettori sparsi in giro per il mondo. Come disse Auden nel ‘39 in memoria di Yeats: ogni grande scrittore, una volta morto, diventa i suoi ammiratori.

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2 Risposte to “Tentativo di esaurimento di un pellegrinaggio parigino”

  1. beppe sebaste Says:

    ehhh, caro sergio, troppo vicino per esprimere commenti… un bel camminare. grazie. beppe s.

  2. sergiogarufi Says:

    ciao beppe, beato te che ci hai vissuto in quella città stupenda, chissà quanti aneddoti avresti da raccontare oltre a quelli che hai scritto per le tue bellissime panchine… e grazie per l’attenzione.

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