Cerca di ascoltare anche chi tace

paul_celanTutte le storie d’amore felici si assomigliano, ogni storia d’amore infelice è infelice a modo suo. Se sia il principio di individuazione, l’estrema consapevolezza di sé, a farci sentire estranei ai nostri simili, o, più banalmente, se sia la snobistica arroganza del vittimismo a indurci a credere che il dolore non possa essere condiviso, a impedirci di riconoscere la sostanziale identità del destino di ciascuno, questo Tolstoj non lo spiegò nell’Anna Karenina. Come la scrittura ebraica, che non possiede vocali perché esse vanno integrate nell’atto della lettura, la grande letteratura è sempre un po’ sibillina, preferisce l’allusione all’espressione ed esige un interlocutore che colmi gli spazi vuoti e partecipi alla costruzione del senso dell’opera.

La passione per i libri e il dramma dell’olocausto fecero incontrare Paul Celan e Diet Kloos-Barendregt ai primi di agosto del 1949 a Parigi. A quel tempo lei era una giovane studentessa olandese in vacanza assieme a un’amica, e lui un promettente poeta e traduttore già autore di quel capolavoro che è Todesfuge. Entrambi reduci della furia nazista (lui scampò ai campi di concentramento e lei fu incarcerata per la sua attività nella Resistenza) e da dolorose separazioni sentimentali (lei era vedova di Jan Kloos, fucilato dai servizi segreti tedeschi; mentre lui si era da poco lasciato con Ingeborg Bachmann), Paul e Diet si conobbero sulla terrasse del Dupont, un caffè sul boulevard Saint-Michel, e il pretesto fu un libro: Mémoires d’un âne, di Sophie de Ségur, che lei aveva appena acquistato da un bouquiniste sulla Senna.

Le modalità dell’incontro ricordano quelle fra Céline e la ballerina americana Elizabeth Craig, avvenuto a Ginevra più di vent’anni prima. Anche qui galeotto fu un libro, e anche in questo caso la relazione fu breve, intensa ed estremamente proficua per lo scrittore. Forse, al di là delle differenze di età, di nazionalità e di professione, queste due donne appartenevano entrambe alla ristretta ed eletta categoria delle Muse, la cui funzione precipua non è tanto quella di rendere felice il poeta, bensì quella di ispirarlo, dettandogli le pagine che sopravvivranno al loro rapporto e alla loro stessa vita. Perché le muse non muoiono, e anche quando lasciano il poeta, sposano altri uomini, rientrano nei ranghi della vita e di quell’amore dimenticano tutto o conservano solo vaghi ricordi, il loro nome resterà per sempre associato al canto che hanno stimolato.

Cerca di ascoltare anche chi tace (Archinto, 15 euro, pagg.115) è il titolo del piccolo e prezioso volume che raccoglie il carteggio fra Paul Celan e Diet Kloos, composto da dodici lettere corredate da alcune foto, un bel saggio introduttivo e un pregevole commento finale dei curatori Paul Sars e Laurent Sprooten. Se si considera che la relazione durò un anno, non si può certo affermare che la loro corrispondenza fu particolarmente fitta. La responsabilità maggiore è di Celan, che in una di queste lettere si definisce “epistolografo indolente”, e tuttavia la prega con insistenza di essere “indulgente”, di continuare a scrivergli anche quando sembra starsene zitto. Non si tratta unicamente della sua proverbiale afasia. Le lettere sono prive di espliciti riferimenti ai travagli editoriali del giovane poeta, compreso il difficile rapporto, che inizia proprio in quel periodo, con lo scrittore ebreo alsaziano Yvan Goll e soprattutto sua moglie, ma vi compare qualche timido e significativo accenno “all’opprimente andar d’attorno per il mondo del pane quotidiano”. Egli è consapevole di trovarsi a un punto cruciale della sua esistenza, “il punto in cui mi scindo da me stesso, Dio solo sa a che scopo”; come quando accenna alla linea della vita della sua mano, che “s’interrompe due volte”.

Diet è la confidente ideale, perché come lui ha fatto l’esperienza del dolore, l’unica che consente di raggiungere un livello di coscienza più alto. Non mancano naturalmente allusioni in codice all’intimità sessuale, momenti di struggente lirismo (“di veli sottilissimi è fatto il cielo notturno sopra Parigi: ti chiude gli occhi con un soffio, e Sesamo si apre”), timidi slanci di fiducia nell’avvenire (“in fondo sono anche uno che, se svolta all’angolo di una strada, spera di trovare un piccolo arcobaleno”) e preghiere di comprendere i suoi lunghi silenzi, perché lui “vorrebbe avere voce, farsi sentire, solo che ancora non ci riesce”.

La pazienza di Diet per quel giovane uomo tormentato non durò a lungo. L’esile filo di queste poche lettere non bastò a tenere insieme il rapporto a distanza, e un anno dopo il loro primo incontro Diet e Paul si lasciarono. Il mesto epilogo è simile a quello del film Come eravamo, interpretato da Barbra Streisand e Robert Redford. Diet infatti torna nel 1953 a Parigi per motivi di studio e si reca all’albergo di Paul in rue des écoles per rivederlo un’ultima volta, ma lo scorge solo fuggevolmente e da lontano, mentre sta entrando in compagnia di una donna, con ogni probabilità la disegnatrice grafica Gisèle de Lestrange, che aveva conosciuto subito dopo la loro separazione e sposato alla fine dell’anno precedente.

Queste lettere di Celan, così come i suoi celebri versi, sembrano scaturire dall’afasia, da un linguaggio che anela al silenzio. Le sue parole non sono fatte per nominare le cose, ma per accomiatarsene, per tributargli l’ultimo pietoso omaggio. Forse Paul vide in Diet un’occasione per esprimersi e confidarsi con qualcuno che era in grado di capirlo, e le suppliche di continuare a scrivergli nonostante i silenzi avevano lo scopo di mantenere aperto quel dialogo, ma di mantenere intatte anche le distanze che li separavano. Si potrebbe insomma supporre che il suo carteggio mirasse in realtà a scongiurare la presenza fisica dell’interlocutrice, a contenere l’urgenza di vita che lei incarnava, a generare il vuoto in cui far maturare l’opera. E cioè, in sintesi, a trasformare una donna in una musa.

3 Risposte to “Cerca di ascoltare anche chi tace”

  1. Ghega Says:

    Dovessi scrivere il manuale per “la musa indolente”, non avrei dubbio alcuno: se musa vuoi restare non devi consumare.
    Anche perché le muse, per una determinata tipologia d’artista, sono temporanee e in moltiplicazione.
    La “musa indolente”, al contrario, è votata all’astinenza ‘artistica’ (mantenendo il suo mistero indiviso), ciò le conferisce un’aurea di trascendenza che la promuove a musa tra le muse.
    E’ una vita dura, fatta di disciplina e privazioni.🙂

    Ghega

  2. antonio lillo Says:

    sei stato illuminante!

    grazie🙂

  3. sergiogarufi Says:

    ciao ghega. hai ragione, la figura della musa in fondo è figlia dell’idealizzazione stilnovistica. spitzer parlava del paradosso dei trovatori dicendo che l’amore era tanto più intenso quanto più inappagato, sia fisicamente che artisticamente. che vitaccia infame…:-)
    ciao lillo, grazie a te!

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: