Hanson

han2Nel catalogo della mostra di Duane Hanson si legge una calzante citazione di Michel Houellebecq tratta dal romanzo Lanzarote, laddove dice che “il mondo è medio”. Difatti il soggetto principale di Hanson è la gente comune, sono i tipi ordinari, anonimi, quelli che nessuno nota, colti in pose statiche, durante le pause di lavoro, quando assumono quell’aria trasognata, lo sguardo spento, introspettivo o di banale vacuità. Appartengono preferibilmente a classi medio-basse, quelle che vivono con maggior rassegnazione la loro condizione sociale ed economica, senza più speranze di miglioramento; ed esprimono la malinconia e la pacifica disperazione di chi non ha più desideri, di chi ha accettato passivamente nella vita un ruolo di comparsa.
All’interno, disseminate nello spazio neutro ideato dall’architetto Gardella, incontriamo una trentina di sculture che riproducono due turisti con lo sguardo assente rivolto verso un invisibile tabellone delle partenze, un body builder annoiato sulla panca, un paio di bimbi intenti a giocare su un tappeto, una massaia con le borse della spesa, una cameriera, una guardia giurata, due muratori vicini a un ponteggio, un imbianchino imbrattato di vernice, una donna delle pulizie di colore.

Proprio quest’ultima è, a mio avviso, una delle figure più interessanti, con quella targhetta identificativa appuntata sul petto, emblema di un’America talmente spersonalizzata e massificata da aver bisogno del cartellino col nome per assegnare una minima parvenza di identità. Come nel caso della donna delle pulizie, ognuna delle sculture è riprodotta con i suoi attrezzi del mestiere e con gli oggetti di uso quotidiano che gli sono propri, contaminando così di arte ambientale l’iperrealismo di Hanson. I visitatori le scrutano da vicino, con attenzione, soffermandosi sui minimi dettagli, sorprendendosi ogni volta per la prodigiosa verosimiglianza di queste creature in fibra di vetro. Si capisce che l’artista gioca con lo spettatore, con lo sconcerto che la cruda schiettezza dell’aspetto ordinario delle sue figure provoca, e pure con la sensazione di estraniamento che suscita inserendole in un ambiente che non è il loro. C’è chi le rifiuta, vedendoci solo del trash involontario, robaccia da museo delle cere; e chi ne rimane affascinato, e ne percepisce il fondo morale.
Sui muri bianchi del PAC c’è una scritta interessante, un pensiero dell’artista. Dice: “Io non riproduco la vita, faccio una dichiarazione sui valori umani. La mia opera si occupa di persone che conducono un’esistenza di pacifica disperazione. Mostro il vuoto, la fatica, l’invecchiamento, la frustrazione. Queste persone non sanno reggere la competitività. Sono degli esclusi, degli esseri psicologicamente handicappati.”
 

Gli sguardi dei visitatori mostrano un distaccato interesse. Sono opere che provocano emozioni, e si avverte che proprio questo era l’intento dell’artista; ma allo stesso tempo ci si sente diversi, forse superiori, sicuramente non anonimi come quei modelli. Sarà perché si pensa, in genere, che l’appassionato d’arte possieda una cultura e una consapevolezza sulla propria condizione che a questi soggetti sembra mancare.

 

A un certo punto del percorso c’è l’inevitabile sosta per seguire il video, che assembla due filmati di epoche diverse. Il primo girato negli anni 70, quando Hanson cominciò a creare i suoi cloni in fibra di vetro; e il secondo verso il ’95, cioè poco prima che morisse. In quello più datato, privo di voice over, l’artista spiega le varie fasi della tecnica esecutiva: come sceglie i modelli, le posture, come realizza i calchi, li dipinge e li veste; mentre in quello più recente un Hanson invecchiato e ingrassato, curiosamente simile a molte sue creature, risponde con scarso interesse alle impertinenze di un intervistatore che pare un piazzista televisivo.
Particolare interessante, quanto più Hanson si adopera, con meticoloso scrupolo, per ottenere il massimo di verosimiglianza col modello, non tralasciando neppure il dettaglio più insignificante; tanto più ci restituisce stereotipi, cliché, uomini-massa indistinguibili l’uno dall’altro se non per l’identificazione – avvilente – con il mestiere svolto. Più che persone sembrano dati statistici, fasce di reddito, codici a barre. Le nonpersone di Duane Hanson paiono così figlie dei nonluoghi di Marc Augé; non a caso, come scriveva il francese, “lo spazio del nonluogo non crea né identità singola né relazione, ma solitudine e similitudine”.
L’opera migliore, a mio parere, è quella in cui un giovane biondo sta seduto al tavolo di un bar con una bottiglia di coca-cola in mano, mentre osserva fisso la persona davanti a sé, cioè una donna un po’ in là negli anni, sovrappeso, vestita in modo sciatto, che ha appena consumato una coppa di gelato ed è intenta a leggere una rivista popolare. Il giovane è lo stesso artista colto nell’attimo in cui, con un sorriso ineffabile, sceglie il prossimo modello. C’è una curiosità e un’attenzione verso l’altro, in quello sguardo, che pare racchiudere il fondamento stesso della vocazione artistica. In quest’opera l’iperrealismo diventa concettuale, Hanson ricorda il Velasquez de Las Meninas.

Sarà la suggestione della mostra, ma all’uscita si prova un piccolo brivido di irrealtà: ci si guarda intorno fra i visitatori stanchi e accaldati e ci si scopre così simili; nell’abbigliamento informale, nel fastidio per il caldo e l’umidità, nell’insofferenza per le borse pesanti contenenti il catalogo. Forse l’autentico insegnamento di Hanson è che l’omologazione è un processo graduale, irreversibile, che ci riguarda tutti indistintamente, a prescindere dalla cultura, dalla condizione economica, dalle classi sociali di appartenenza. Come nell’utopia di Tlon, la realtà sta cedendo alla finzione.

 

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4 Risposte to “Hanson”

  1. sergio pasquandrea Says:

    Nel 1971 Primo Levi aveva scritto un racconto intitolato “In fronte scritto”, in cui immaginava che le persone si facessero tatuare sul viso slogan pubblicitari, trasformandosi in cartelloni pubblicitari di carne.
    La settimana scorsa ho sentito al TG che l’idea è stata lanciata, mi pare in Australia: tatuaggi temporanei sulle guance o sulla nuca, oppure capelli rasati in modo da formare il logo dell’azienda.
    Ricordo un fumetto (forse era Scòzzari? boh) in cui il protagonista vendeva il proprio corpo a una società che lo avrebbe usato per procurare organi nuovi a ricchi che ne avevano bisogno; il racconto si concludeva con il protagonista, in sedia a rotelle guercio, monco, con un solo orecchio, pieno di cicatrici, che rifletteva: “In fondo mi toglieranno prima gli organi simmetrici; vivrò abbastanza a lungo; in fondo qui mi trattano bene…”, e un’inferiera lo portava via per l’ennesimo espianto. Due settimane fa a Singapore hanno legalizzato la vendita degli organi.

  2. sergiogarufi Says:

    sì sergio, hanson era profetico, ma allo stesso tempo traeva molti spunti dal passato. gli ebrei in spagna dopo la cacciata furono obbligati ad assumere il cognome dalle loro professioni. io stesso forse lo sono: i due cognomi di mia madre, che è spagnola, sono tejedor sabater, che significa tessitore ciabattino. dimensione pubblica e privata fuse insieme, i nomi non come elementi deittici, ma come funzioni sociali.

  3. lisa Says:

    Leggendo questo pezzo qualche giorno fa, ma soprattutto guardando l’immagine che lo introduce, mi è ritornata alla mente una poesia di Philip Levine, “Coming Close”. Se fossi più ordinata potrei anche metterne qui alcuni versi, ma non lo sono, comunque con l’opera di Hanson ha in comune il soggetto: una semplice donna delle pulizie che sta lucidando il pavimento. Levine in genere tende ad avere questo rapporto con le persone comuni, ne mette in risalto la condizione, e nel farlo ricorre ad immagini reali, crude, ma in un certo senso crea anche una sorta di straordinarietà che restituisce loro l’identità.
    Pensavo , a questo punto, al differente impatto che c’è fra immagine e scrittura, come quest’ultima finisce sempre ( credo) col creare alla realtà una patina che protegge da quel disagio di doverla guardarle troppo da vicino.

    lisa

  4. sergiogarufi Says:

    ciao lisa. non conosco quella poesia e nemmeno il poeta. non so se è proprio vero quello che dici a proposito di immagine e scrittura, così d’acchito mi veniva da darti ragione, però a ripensarci forse anche le immagini hanno perso la forza di persuasione che avevano un tempo, quella patina che dicevi temo che oggi non risparmi niente, ed è proprio contro di essa che lotta l’artista.

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