Houellebecq

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L’impressionante battage pubblicitario che precedette l’uscita de La possibilità di un’isola, l’atteso romanzo di Michel Houellebecq, se da un lato contribuì in modo considerevole a favorirne la diffusione presso il grosso pubblico, dall’altro indispettì diversi critici letterari, costretti a confrontarsi meno con un libro che con un fenomeno mediatico e di costume. La tentazione di rimandarne la lettura a polemiche sopite, o addirittura di liquidarlo preventivamente con la celebre battuta di Scheiwiller (”non l’ho letto e non mi piace”) sulla base delle sole anticipazioni giornalistiche, sedusse molti lettori di professione. Si sarebbe però fatto un torto non tanto all’opera quanto all’autore, uno dei pochi ancora in grado di confutare la snobistica equazione secondo la quale consenso uguale a disvalore. Vargas Llosa ha affermato di recente che “nell’attuale letteratura schizofrenica, i romanzieri pare si siano divisi il lavoro: ai migliori tocca il compito di creare, rinnovare, esplorare e spesso annoiare; agli altri, i peggiori, quello invece di mantenere l’antico scopo di questo genere: stregare, incantare, intrattenere”. A Houellebecq si deve almeno riconoscere il merito di aver abbattuto questa rigida barriera, riassumendo in sé il meglio di entrambe le categorie.

Ma veniamo al libro. Frutto di una lunga gestazione durata quattro anni, La possibilità di un’isola è un romanzo articolato e ambizioso, strutturato secondo la fortunata formula del dittico, in cui l’avvincente narrazione alterna i resoconti paralleli della vita di Daniel, comico di successo, acuto e cinico fustigatore dei giorni nostri, con i commenti di Daniel24 e Daniel25, i suoi cloni neoumani che vivono duemila anni dopo la loro matrice. Tante sono le analogie con Le particelle elementari, la sua opera più riuscita, a tal punto da far sospettare che si tratti dell’ennesima glossa di quel capolavoro. Innanzitutto lo stile gelido e spietato, da referto autoptico; poi la visione patologica e mortificante del sesso, unico motore di una società che sollecita “i desideri fino all’insopportabile” e, al contempo, “rende la loro realizzazione sempre più inaccessibile”. E ancora le frequenti digressioni sociologiche, filosofiche, letterarie, scientifiche e religiose, che spiegano come il declino morale e culturale dell’epoca di Daniel abbia poi generato le devastazioni che fanno da sfondo al finale fantascientifico, in cui si aggirano come selvaggi i pochi esseri umani sopravvissuti, osservati con distacco o ripugnanza dai “neoumani”.

In questo senso, non si può non ammettere che lo scrittore francese si ripeta, giri intorno alla stessa idea centrale, rimugini la medesima ossessione apocalittica che innerva, con alcune significative varianti, anche i libri precedenti; vedi l’aziendale esordio de l’Estensione del dominio della lotta e il lirico Piattaforma. D’altronde è lui stesso ad ammetterlo, quando, volendo motivare l’impasse creativa del protagonista, scrive: “le persone si fanno conoscere con una o due produzioni di talento, non di più; è già abbastanza che un essere umano abbia una o due cose da dire”. Già, ma è il voltaggio espressivo, la capacità di modulare quell’unica nota, ciò che fa realmente la differenza. E la variazione sostanziale viene svelata da una citazione distratta, quasi accennata, a Disgrace (il titolo originale del libro da noi tradotto con Vergogna) di J.M. Coetzee. Houellebecq ha letto il sudafricano e ne ha assimilato lo sguardo da etologo, l’analisi lucida e impietosa dei comportamenti umani come azioni dettate da istinti bestiali, miranti al mero soddisfacimento dei propri bisogni. In ambedue i romanzi (e si potrebbe iscrivere in questo filone pure Mammiferi di Mérot), le uniche figure positive e innocenti sono i cani, le sole creature capaci di amore incondizionato, forse perché privi di autentico amor proprio. Tutti gli altri vengono descritti, con insistenza percussiva, quali animali che si contendono il cibo e le femmine, primati in lotta per la supremazia; come ad esempio il profeta della setta degli elohimiti, “il maschio dominante assoluto”, “la scimmia numero 1″.

Insomma, l’uomo è esattamente ciò che sembra essere, “una specie animale discesa da altre specie animali con un processo di evoluzione tortuoso e penoso”; nient’altro che materia destinata a decomporsi, in cui non rimarrà “più alcuna traccia di attività cerebrale, né qualcosa che possa essere assimilato a uno spirito o un’anima“. La causa di questa regressione irreversibile, e insieme il cuore di tenebra del racconto, è la morte dell’amore, inteso come sentimento altruistico di annullamento dell’individualità, il cui decesso è dovuto alle eccessive complicazioni, ai sacrifici e alle responsabilità che esso comporta. “Siamo solo corpi desideranti”, dunque, e ai corpi invecchiati, senza più attrattive per gli altri – tipo quello di Daniel1 – non resta altro da fare che togliersi di torno, con il suicidio o con il mesto isolamento dal gruppo. La vita di un essere umano si può così sintetizzare alla stregua di quella di un bovino da supermercato: “Nato e vissuto in Francia. Macellato in Francia”. Riconosciuta la suprema impostura della procreazione, che ci incatena ancora una volta alla ciclica condanna delle cause e degli effetti, l’unica possibilità di salvezza risiede allora nello sposare il progetto degli elohimiti: estinguere la razza umana facendosi clonare e rinascendo privi di aspirazioni e di passioni.

Ma nella splendida chiusa, la memoria dell’identità del lontano predecessore umano, riversata nel clone da lui derivato, spingerà Daniel25 a disertare la sua missione di replicante, affrontando un lungo e solitario viaggio alla ricerca delle proprie radici attraverso una Spagna sconvolta da cataclismi naturali e post-nucleari. In questo deserto assiologico e fisico si compirà il fallimento di ogni speranza. Giunto in una landa desolata senza traccia di vita e privo della compagnia del cane Fox, ucciso dagli umani, Daniel25 si rende infine conto di non provare più alcun desiderio, compreso quello di perseverare nel suo essere. Ora l’inanità del mondo non gli sembra più accettabile. Capisce quindi di dirigersi verso “un nulla semplice, una pura assenza di contenuto”. Anche per lui, come per il suo remoto progenitore e per chiunque, “la felicità non è un orizzonte possibile”.

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7 Risposte to “Houellebecq”

  1. SundanceKyd Says:

    Cito: “Vargas Llosa ha affermato di recente che “nell’attuale letteratura schizofrenica, i romanzieri pare si siano divisi il lavoro: ai migliori tocca il compito di creare, rinnovare, esplorare e spesso annoiare; agli altri, i peggiori, quello invece di mantenere l’antico scopo di questo genere: stregare, incantare, intrattenere”. A Houellebecq si deve almeno riconoscere il merito di aver abbattuto questa rigida barriera, riassumendo in sé il meglio di entrambe le categorie” – più che altro riassume in sé le due categorie, un po’ dell’una e un po’ dell’altra: necessariamente il meglio di entrambe? Non so. Io ho letto con partecipazione e adesione pressoché totale “Le Particelle Elementari” e … e … in questo momento non riesco a ricordarmi il secondo romanzo, anzi il primo però da noi tradotto dopo, poi le poesie con cd audio (che ho spulciato) e gli altri romanzi (che ho annusato in libreria e in cui poi ho rinunciato a imbarcarmi) non mi hanno attratta più molto. Non so, c’è un nichilismo sprezzante in questo scrittore che si è aggravato col tempo (perlomeno così è parso a me) nel quale non mi ritrovo più se non con disagio e desiderio di fuga … Bel Blog!!

  2. SundanceKyd Says:

    Il titolo che mi manca è nel tuo articolo, per fortuna.

  3. sergiogarufi Says:

    ciao dani, bello ritrovarti qui! di houellebecq hai letto il meglio, io non giudico così scadente il resto della sua produzione ma di certo le particelle è il suo miglior romanzo, anche a detta sua. grazie del complimento.

  4. SundanceKyd Says:

    Certo Houellebecq è uno scrittore interessante. A me piacque molto, mi parve una scoperta (diciamo così) tra le migliore fatte da Bompiani, cioè da Elisabetta Sgarbi. Ora le ‘scoperte’ mi paiono un po’ in flessione …. Evviva! Ma quel racconto che ti mandai per NazioneIndiana ‘DUE’ lo hai mai visto? E come mai sei uscito da NI? Non per causa mia spero …

  5. sergiogarufi Says:

    Sì, l’avevo letto e mi era piaciuto, poi uscii da Nazione Indiana e non potei pubblicarlo. Perché me ne andai? C’era uno insopportabile, che mi stava sui coglioni: Gianni Biondillo 🙂

  6. SundanceKyd Says:

    Sta sui coglioni anche a me, benché non lo conosca personalmente. A naso mi sembra insopportabile, e poi è un presenzialista o sbaglio?

  7. sergiogarufi Says:

    altro che se è presenzialista, lo trovi dappertutto, perfino qui! 🙂 (si sta scherzando, ovviamente, x me gianni era un valido motivo per restare in NI)

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