Lessico e chiarezza espressiva

gadda“Fatti, non parole” è l’eterna e disattesa promessa dei politici di ogni schieramento. Una conferma di questo luogo comune viene dal recente invito ad abolire dal dizionario del centro-sinistra termini quali socialdemocrazia ed egualitarismo, retaggio di un passato imbarazzante di cui ora ci si vuole disfare come di una prova a carico. Forse è solo questione di moda, in fondo anche il lessico si aggiorna e si adegua ai tempi che corrono, con nuovi innesti e mesti accantonamenti. Da vent’anni il discorso è fermo perché più nessuno lo porta avanti, e stessa sorte è toccata a nella misura in cui, espressioni decedute per l’abuso e il conseguente sarcasmo che suscitavano. Archiviazioni più attuali riguardano i diminutivi che facevano tanto understatement (attimino, aiutino), con ogni probabilità perché viviamo in tempi massimalisti e preferiamo la frase piena, reboante, in cui un avverbio non si nega a nessuno. Chi è più disposto a rispondere con un semplice o no senza premettere assolutamente? E il piuttosto che usato non come gerarchia di preferenza ma come esposizione di alternative? O ancora il comunque posposto a perché, vero must di questa stagione al pari della sciarpa col nodo scorsoio e il cappotto corto e stretto.

Certi vocaboli sopravvivono solo nei dizionari, sono anziani problematici e non autosufficienti con cui nessuno vuole più avere a che fare. Valetudinario, ctonio, teratologico e bustrofedico pretenderebbero cure amorevoli e invece deperiscono tristemente nell’indifferenza generale. Perché abbandonare negli ospizi della paleografia etrusca l’aggettivo “bustrofedico”? Basterebbe prenderlo in affidamento e associarlo all’andatura di un ubriaco, o al trasformismo dei politici pronti a cambiare partito appena gira il vento, e rifiorirebbe sùbito. Ma a farlo si rischia l’accusa di snobismo, perché il lessico può essere classista, prevaricatore, farsi strumento del potere: come lo stile aulico, il linguaggio accademico, il latino dei preti e degli avvocati.

In una memorabile disputa con Manganelli, Moravia accusò il malinconico tapiro (e con lui Sanguineti, Balestrini e altri) di deliberata illeggibilità, al fine di conseguire prestigio presso le masse incolte, irretite e soggiogate da tanta oscurità che scambiavano per garanzia di qualità. Il lessico manganelliano era ricco e immaginifico, attingeva a piene mani alla tradizione barocca, ma la sua posizione marginale e sostanzialmente estranea all’establishment letterario dimostrava in modo inconfutabile l’opposto di ciò che asseriva Moravia.

Quando le terze pagine stavano dove dicevano di essere, sul Corriere della Sera apparve un articolo di Pontiggia il cui provocatorio incipit affermava: “nei primi anni di scuola mi insegnarono che tutte le volte che avevo intenzione di scrivere il verbo andare, dovevo sostituirlo con recarsi. Ci misi molti anni per capire che era vero il contrario”. Pontiggia era uno strenuo apologeta della trasparenza comunicativa e della chiarezza espressiva. I suoi modelli erano Cesare, che aborriva gli inaudita verba, e Renard col suo stile anolessico che rasentava il silenzio; tanto che Sartre disse che “era venuto a Parigi a tacersi per iscritto”. Eppure Pontiggia conosceva l’aureo insegnamento di Paul Valéry, che sosteneva che “chiarezza è niente più che abituale frequentazione di nozioni oscure”.

A quel pezzo replicò ironicamente Mariotti con un lungo elenco di verbi desueti che mai avrebbe rimpiazzato con altri più semplici e diretti; e infine intervenne in modo apparentemente risolutorio Citati, affermando che è il contesto a determinare il lessico più adatto. La sua riflessione servì a spezzare la mistificante dicotomia del di qua o di là, ma se esistesse un solo modo per descrivere una situazione, allora la lezione degli Esercizi di stile di Queneau si ridurrebbe a un ingegnoso rebus per indovinare il giusto registro espressivo da adottare volta per volta.

Anch’io credo fermamente nelle discussioni estetiche per gli stessi motivi per cui Talleyrand credeva nella Bibbia (“parce-que je n’y comprends rien“); tuttavia penso abbia ragione René Daumal, quando scriveva che “lo stile è l’impronta di ciò che si è su ciò che si fa”. Qualcosa che fa costitutivamente parte del nostro senso identitario, che è meno frutto di una scelta che un naturale riflesso del modo di essere di ciascuno. Ci si esprime come si mangia insomma, non a caso la massima istituzione in questo campo si chiama Accademia della Crusca.

Anche riguardo alla superstizione della chiarezza – ottenibile con un lessico elementare, e per la quale spesso s’invoca il saggio precetto della sprezzatura, ipostatizzato dallo “stile dell’anatra” di cui parlò La Capria – converrebbe correggere alcuni sillogismi falsi e fuorvianti. Il linguaggio è per sua natura ambiguo e metaforico. E’ il tentativo di tradurre verbalmente un pensiero o un’immagine che fa grumo e resiste; e che, per essere trasmesso, necessita di vocaboli che si fanno al contempo tramite e schermo. Il segreto non consiste soltanto nel trovare le parole acconce – per usare un’espressione di Roberto Longhi, che difatti traduceva testi figurativi in testi letterari -, perché la chiarezza non sta nei concetti o nelle parole, ma nel loro incontro.

Per alcuni, come Fortini, questo incontro è impossibile, perché “la chiarezza è come la verginità, la si possiede solo nel momento in cui la si perde”; mentre per altri, come Derrida, questo incontro non era neppure auspicabile. Ne Il gusto del segreto il francese dice chiaramente: “se la trasparenza dell’intelligibilità fosse assicurata distruggerebbe il testo, mostrerebbe che non ha avvenire alcuno, che non deborda il presente, che si consuma immediatamente; dunque una certa zona di misconoscimento e incomprensione è anche una riserva […] Se tutti possono capire subito ciò che voglio dire non ho creato alcun contesto, ho meccanicamente risposto all’attesa, ed è tutto lì, anche se la gente applaude, e magari legge con piacere; poi chiude il libro ed è finita”. Detto in modo un po’ complicato, il messaggio è: diffidate della semplicità. Quando un’argomentazione è semplice e lineare significa che c’è identità tra esposizione e pensiero, o piuttosto che le complessità sono state occultate, rimosse?

Per Neil Postman è colpa della televisione, ritenuta “costitutivamente inadatta a trasmettere conoscenze che abbiano un minimo di spessore o di complessità, e che impone modalità espressive che impoveriscono la vita di una democrazia”. Il suo linguaggio è spesso rassicurante e consolatorio, intende farci credere che il mondo è comprensibile e dominabile. Propone l’essere conformi come ideale di sanità, mentre è il tratto più evidente della malattia; perché “una vita che non si individua” – diceva Jung – “è una vita sprecata”. Questo linguaggio risulta offensivo perché miseramente apodittico; ci considera dei lobotomizzati ai quali spiegare perfino il truismo più ovvio. In questo senso, parlar difficile può voler dire rifiutare le facili dicotomie da tertium non datur, introdurre anticorpi di vigilanza critica all’interno del senso comune. Già nel 1923, il surrealista Robert Desnos provò, con Language cuit, a scardinare gli automatismi verbali, disarticolando e rovesciando le frasi fatte per vedere se il pensiero anchilosato ne uscisse di nuovo suggestivo e rivelatore; ma fu un tentativo isolato e, in gran parte, inascoltato.

L’omologazione al basso è egemone pure in letteratura. In molte opere della nuova narrativa trionfa il  linguaggio elettronico, facilmente identificabile perché iterativo, pleonastico e brachilogico; un balbettio sconnesso fatto di frasi tronche, di concetti basici ripetuti all’infinito, di continui punti e a capo. E’ uno stile che sa di scuola di scrittura creativa e conta parecchi estimatori, figlio delle teorizzazioni degli studiosi del Reader Response Criticism, quelli che definirono la figura del narratee; cioè il personaggio interno alla storia che svolge la funzione dell’utile idiota, a cui si spiega tutto pazientemente perché non si può dare del cretino al lettore; figura che la demagogia catodica in seguito attribuì ed estese indistintamente al pubblico televisivo. La denuncia di questo appiattimento fu fatta a suo tempo anche da Gadda, che ne I viaggi la morte scrisse: “le genti sazie ebefatte dimandano con ogni ragione delle buone e intelligibili scritture: legittima cosa, che il fratello attenda dal fratello una parola fraterna. Ma questa prepotenza del voler canonizzare l’uso-Cesira scopre di troppo il desiderio, e quasi l’intento, della Cesira medesima: il desiderio di avere tutti inginocchiati al livello della sua zucca”. E la Cesira era l’ur-casalinga di Voghera, l’ipostasi dell’italiano medio.

Erasmo scrisse: “non mi indigno se mi mettono davanti qualcosa che non capisco, ma gioisco che mi si offra l’occasione di imparare”; questo dovrebbe essere l’atteggiamento di chi si trova di fronte una parola difficile o un concetto complesso: una forma di gratitudine. La lingua non è – come postulano i nominalisti – un mero strumento di comunicazione, un arbitrario repertorio di simboli stabiliti per convenzione, bensì una visione del mondo, la mappa dell’universo; e per orientarsi nella sua oscurità a volte serve un trattato di retorica. Il più divertente, anche perché applicato al singolare lessico amoroso, ha 800 anni e lo scrisse Boncompagno da Signa. S’intitola Rota Veneris, e può anche essere letto come un manuale d’amore in forma epistolare. All’autore non preme tanto teorizzare sulla psicologia del sentimento amoroso: piuttosto egli osserva gli amanti e racconta cosa si scrivono e si dicono in privato; perché, come confessa nel finale, “a me sono sempre piaciute più le parole dei fatti”

(pubblicato su Stilos, l’inserto culturale del quotidiano La Sicilia, il 12/4/2005)

 

 

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16 Risposte to “Lessico e chiarezza espressiva”

  1. elena Says:

    Hai ragione, la sciarpa col nodo scorsoio l’avevo già guardata con un sentimento di schifìo, e subito inconsciamente associata ai portatori dell'”assolutamente”, i perentori assolutisti, sguardo fisso e diretto, quasi sfrontato, mento alto a ostentare sicurezza e un po’ cinica conoscenza di come va il mondo.
    Però, ora che ci penso, la sciarpa scorsoia è trasversale. La portano anche quelli che “lavorano sul territorio”, quelli delle “sinergie”, quelli che “danno vita a progetti” “e quant’altro”.
    oddio, divento sempre più intollerante…

  2. sergio pasquandrea Says:

    Gli odiosi cugini di Bassano si presentavano già due o tre anni fa con la sciarpa a cappio, tutti in fila uguali.

  3. sergio pasquandrea Says:

    A proposito, a me è capitato di dire “atrabiliare” e mi hanno guardato storto.

  4. sergiogarufi Says:

    ciao elena, mi hai fatto sorridere con tutti quegli esempi 🙂 a me l’assolutamente ricorda molto la h di rho, è l’horror vacui di se stessi. poi, al di là della formula assertiva o negativa (“assolutamente sì o no”), c’è una tendenza diffusa ad avverbializzare, forse da qui si è ispirato albanese col personaggio di cetto laqualunque quando dice “purtroppamente” ecc. (inter nos: la sciarpa a scorsoio la porto anch’io ogni tanto)
    scusa sergio, chi sarebbero i cugini di bassano?

  5. kalle Says:

    posso notare qui un paradosso, vale a dire che tu stesso in realta’ scrivi con grande chiarezza espressiva?

  6. Marina Pizzi Says:

    “a me sono sempre piaciute più le parole dei fatti”. è un innamoramento mortale, uccide anzitempo. anch’io…

  7. sergiogarufi Says:

    Grazie Kalle, spero che sia come dici tu.
    ciao Marina, sì, anch’io penso che sia una relazione pericolosa 🙂

  8. sergio pasquandrea Says:

    “scusa sergio, chi sarebbero i cugini di bassano?”

    Insopportabili parenti di mia moglie, sempre alla moda, sempre aggiornati sull’ultimo trend, addirittura in anticipo sulle mode del futuro.
    Incredibilmente stronzi.

  9. gianni biondillo Says:

    La sciarpa a cappio la portava il secolo scorso la Pivetti, sogno erotico perverso di molti maschietti di sinistra (giuro!). Ed era innegabilmente chic (oltre che innegabilmente “comoda” e rispondente alla funzione: coprirsi la gola).
    Negare che sia comoda e utile è negare l’evidenza. Che poi sia diventata di moda, à la page, fino ad essere troppo di moda e troppo à la page, dimostra un acceso snobismo di chi arriccia il naso. Paiono tutti usciti dalle pagine più acide di Proust quando discettava dell’altezza delle tube dei gentiluomini.
    Qui è facile cascarci: dire “da quando ci vanno tutti non ci vado più io” è snobismo, che inveitabilmente diverrà di massa. Lo snob non ama il popolo perché ci vede riflessa la filiazione delle sue dementi abitudini.
    Lo snob è l’avanguardia della stronzaggine popolare.

  10. gianni biondillo Says:

    Rammentiamo che snob è “sine nobilitate”.
    Al di là dell’implicito classismo d’origine del termine, per me, dal punto di vista “spirituale”, uno snob è sostanzialmente uno che maschera con una “nobiltà d’apparenza” il suo essere “senza nobiltà d’animo”. Chi ce l’ha, invece, porta la sciarpa a cappio e dice “quant’altro” senza che la cosa mi irriti. Mai.

  11. elena Says:

    Gianni dice che negare che la sciarpa a cappio sia comoda e utile è negare l’evidenza. Però anche portare la sciarpa arrotolata intorno al collo da un capo all’altro o ficcarci in mezzo la testa dopo aver fatto un giro è comodo e utile e protegge la gola. E pure farci un giro, intorno al collo, e far cadere i due lembi dietro sulle spalle è comodo e utile.
    Il fatto è che la sciarpa a cappio, come dire “quant’altro”, “piuttosto che” o “assolutamente sì/no” o legarsi il giubbetto in vita (solo per le donne) piegandolo in una certa maniera ad assecondare la curva dei fianchi, o portare il borsone a bandoliera basso a toccare le ginocchia, o altre amenità sono tutti simboli di appartenenza, e come tutti i simboli di appartenenza, variano con le stagioni e le mode. Appartenenza a cosa non so bene definirlo, non faccio l’antropologa. Sicuramente a una qualche tribù. Alla tribù dei figoni, delle figone, dei moderni, di quelli che sanno come si fa.
    Sarebbe comunque utile capire come distingui i detentori di nobiltà d’animo dai detentori di nobiltà d’appartenenza per non irritarti quando incroci un portatore di sciarpa a cappio.:))

  12. sergio pasquandrea Says:

    “”He who meanly admires mean things is a Snob.” (W. M. Thackeray)

    Per inciso, io la sciarpa a cappio la trovo scomoda. Preferisco un bel paio di giri stretti stretti intorno al collo. Da bravo meridionale emigrato, soffro il freddo.

  13. sergio pasquandrea Says:

    Comunque, per tornare a bomba con il post originale, i dettagli d’abbigliamento di cui parliamo seguono un po’ la stessa sorte delle locuzioni e delle frasi fatte.
    “E quant’altro” e “piuttosto che” erano à la page fino a poco fa (ricordo una professoressa universitaria che li usava a ogni pie’ sospinto), oggi si sta diffondendo un’insofferenza sempre più netta. Oggi li usano i giornalisti televisivi e i concorrenti dei reality (proprio ieri sentivo una ragazza a un quiz a premi raccontare che ricamava cuscini e poi li regalava “agli amici, piuttosto che ai parenti, piuttosto che ai colleghi d’ufficio, piuttosto che…”).
    Sono un po’ l’equivalente di quello che negli anni Ottanta era portare l’orologio sopra il polsino.

  14. sergiogarufi Says:

    Perfettamente d’accordo con elena e sergio, che mi sembra abbiano colto il punto. Qui si contestava il fatto che si scambia un riflesso pavloviano (il seguire pedissequamente una moda) per una scelta consapevole.
    A gianni: non mi sembra molto corretto attribuire ad altri cose che gli altri non hanno detto, e su questo poi imbastire una critica sarcastica. Nessuno qui ha “negato l’evidenza che sia utile” portare la sciarpa in quel modo, fra l’altro ho pure aggiunto che ogni tanto lo faccio anch’io, perché i condizionamenti delle mode esistono, ma sarebbe bene averne almeno ogni tanto contezza. Ma è altrettanto vero che per coprirsi la gola la sciarpa si può annodare pure in altri modi, assolve ugualmente quella funzione. E che sia “innegabilmente chic” è solo una tua opinione. A te non irrita sentire “quant’altro”, a me invece irrita la scorrettezza dialettica, che è poi il classico espediente retorico dei populisti di destra e di sinistra.

  15. gianni biondillo Says:

    Io poi la sciarpa la metto in un altro modo. E la metto così da sempre. Da sempre fuori moda, ahimè!
    😉

  16. ‘Una veridica istoria degli aggregati umani’ – Gadda da “Eros e Priapo” e Leopardi dallo “Zibaldone” | G I U S E P P E  G E N N A Says:

    […] due brani qui sotto riprodotti. Sul salto tra lingua e specie, si vedano alcuni impliciti nel bell'intervento di Sergio Garufi, rintracciabile qui. […]

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