Voyerismo e flânerie

acconciIn un’intervista recente, parlando a proposito del suo ultimo libro intitolato Finestre di Manhattan, Antonio Muñoz Molina ha detto che “la situazione perfetta per uno scrittore è quella di poter vedere senza essere visto. Io non mi stanco mai di stare alla finestra o di passeggiare”. La frase dell’autore andaluso non è particolarmente arguta o memorabile, e tuttavia ha il pregio di indicare due tra i più diffusi modelli rappresentativi del Realismo nell’arte e nella letteratura contemporanee. Gli incunaboli di questi modelli risalgono più o meno agli stessi anni (1835-40), e sono dei racconti ambientati a Londra opera di scrittori americani. Si tratta de L’uomo della folla di Edgar Allan Poe e di Wakefield di Nataniel Hawthorne.

Al primo viene comunemente ricondotta la nascita della figura del flâneur, che sarà in seguito esaltata da Baudelaire e codificata da Walter Benjamin nel Passagenwerk. Nel racconto di Poe un uomo è seduto al bar e osserva dalla vetrina gli anonimi passanti indaffarati. Dapprima il suo interesse è indifferenziato, rivolto alla folla in generale e al suo movimento collettivo; in seguito invece si sofferma su un individuo particolare, un anziano che lo colpisce per “l’assoluta idiosincrasia della sua espressione”. Spinto dal desiderio di conoscere la sua storia, l’io narrante decide così di seguirlo per strada, ma il lungo pedinamento protrattosi per un giorno e una notte non porterà ad alcun risultato, e terminerà proprio là dove era iniziato, cioè nei pressi del bar in cui era avvenuto il primo incontro. L’epilogo è l’ammissione di una sconfitta: l’essere è inconoscibile, si sottrae ostinatamente ad ogni possibile lettura («er lässt sich nicht lesen», cioè “non si lascia leggere”, come recita l’ultima frase in tedesco). La narrazione di Poe può anche essere vista come un racconto edipico, nel senso che la sua struttura circolare suggerisce che forse il protagonista sta indagando inconsapevolmente su se stesso, come nella tragedia di Sofocle.

In ogni caso, l’affioramento dell’individualità nella massa risulta spesso eversivo, perché scardina i luoghi comuni e le generalizzazioni, costringe ad un ripensamento. Steven Spielberg, per esempio, adopera un espediente cromatico per illustrare la conversione di Oskar Schindler, colorando di rosso il cappotto della bambina ebrea deportata; unico elemento non in bianco e nero di tutto il film. Nell’iperrealista Duane Hanson, invece, l’indagine analitica sull’individuo produce effetti opposti. Tanto più l’americano si adopera, con meticoloso scrupolo, per ottenere il massimo di verosimiglianza col modello, non tralasciando neppure il dettaglio fisico più insignificante, quanto più ci restituisce stereotipi, cliché, uomini-massa indistingibili l’uno dall’altro se non per l’avvilente identificazione con il mestiere svolto.

Per molti artisti realisti, la fiducia nella corrispondenza mimetica – garantita da una sintassi logica della narrazione isomorfa a quella del mondo – non è mai venuta meno. Ancora una volta, l’osservazione il più possibile oggettiva e imparziale della realtà è ritenuta il mezzo più adatto per trasmettere una veridicità documentaria. Come Poe prima di lui, Marco Lodoli confessa, in un’intervista inclusa nel volume di Fulvio Panzeri intitolato Senza Rete, che “per un senso di maggior autenticità mi sono trovato a cominciare a scrivere dei racconti seguendo per la strada alcune persone”. Opera di pedinamento, una tra le prime performance di Vito Acconci, documenta fotograficamente l’artista mentre pedina una serie di soggetti per strada, interrompendosi ogniqualvolta questi entrano in uno spazio chiuso. Il comportamento dell’artista dipende così dai movimenti delle persone seguite, la sua volontà viene annullata nell’attimo stesso in cui si lascia guidare da chi cammina davanti a lui. Questo esautoramento della funzione autoriale si rispecchia nella metafora dell’arpa eolica inventata da Coetzee: l’artista è solo uno strumento ricettivo che suona ciò che gli elementi gli dettano. Per fare questo gli è necessario il contesto urbano, che garantisce la condizione di anonimato e l’immersione nel numero. La metropoli è un perfetto tableau vivant della modernità, fornisce uno scenario, una mise en scène nella quale osservare “il flusso della vita che scorre, maestoso e abbagliante”, come scrisse Baudelaire. L’istanza realista lo spinge ad una investigazione scientifica della realtà, simile a quella di un distaccato antropologo, di un testimone imparziale del proprio tempo. L’illusione è quella di aderirvi il più possibile, di restituire alla memoria (perché tutte le arti sono figlie di Mnemosine) una tranche de vie fedele fino all’oggettività e alla trascrizione, sfuggendo alla maledizione di Eraclito.

In questo senso, Wakefield di Hawthorne è un’opera esemplare. Quando, circa 5 anni fa, ricorse il bicentenario della nascita dell’autore, gli addetti alla manutenzione del mito riservarono scarsa attenzione a questo racconto, concentrando i loro studi soprattutto sul suo testo più celebre, La lettera scarlatta. Fu un peccato, perché Wakefield non rappresenta solo l’archetipo del voyeurismo letterario, che ha ispirato una galleria infinita di personaggi indimenticabili, ma è anche uno sguardo postumo, testamentario, ottenibile solo grazie a una condizione di autoesilio dalla vita. Il protagonista del racconto è un uomo sposato che vive a Londra. Un giorno, col pretesto di partire per un breve viaggio, costui saluta la moglie e sparisce per più di vent’anni. In realtà, all’insaputa di tutti, ha preso alloggio di fronte alla sua vecchia abitazione, da dove osserva la moglie col tempo rassegnata alla propria condizione di vedovanza. Infine, senza alcuna ragione particolare, un bel giorno torna dalla consorte, e la narrazione s’interrompe proprio sulla soglia di casa, ritraendo sul volto di Wakefield lo stesso ineffabile sorriso col quale si era accomiatato dal coniuge vent’anni prima.

L’autore non ci svela le emozioni suscitate da quell’improvviso rientro, né ci riferisce le motivazioni della scelta del suo personaggio. Analogamente a Wakefield, che pone distanza fra sé e il mondo, anche Hawthorne si rifiuta di colmare quel vuoto, lasciando al lettore il compito di riscattare quel silenzio. In questo, i finali dei racconti di Hawthorne e Poe denunciano il medesimo scacco ontologico, sono la rappresentazione impietosa di una rinuncia che rinuncia innanzitutto a se stessa, revocando ogni possibile ipoteca sul proprio oggetto. Perché la rinuncia a qualcosa di dato può essere facile, e dolce, e lucrativa, ma nel momento in cui tu non sai se hai davvero rinunciato a qualcosa, ammetti pure che quel qualcosa abbia rinunciato a te.

7 Risposte to “Voyerismo e flânerie”

  1. Marco Rossari Says:

    Ciao Sergio,

    bel pezzo. “Wakefield” (outcast of the universe) è sì uno dei racconti più enigmatici e belli della storia. Sulla stessa falsariga ti segnalo il cosiddetto “caso Flitcraft” che appare nel “Falcone maltese” di Dashiell Hammett e “La notte dell’oracolo” di Paul Auster, variazioni sul tema della fuga nella folla, del dropout in senso letterale (che forse in realtà risale al Rip van Winkle di Washington Irving).

    Ciao! M

  2. antonio lillo Says:

    ah! dunque si dice flanerie, non lo sapevo! e pensare che l’ho praticata per anni, mettendomi dietro alle turiste tedesche con lo scopo di indagarne i numeri telefonici e dell’anima!😉

  3. sergio pasquandrea Says:

    Auster ci ha costruito un sacco di racconti su questo archetipo, ad esempio i tre di “Trilogia di New York” (Citta di vetro, Fantasmi, La stanza chiusa), tutti giocati sul tema dell’inseguimento, del doppio, della perdita di sé.

  4. Marco Rossari Says:

    @ Sergio P.

    Sì, sì. È decisamente una sua ossessione, ma è anche un tema che innerva gran parte della letteratura americana.

  5. sergiogarufi Says:

    Ciao Marco, grazie della visita. Mi vergogno un po’ ma non ne ho letto uno dei titoli che hai fatto, cercherò di riparare. Spero di rivederti presto, la pizzata l’altra sera mi è piaciuta molto.
    Ciao Antonio, se è quella mi sa che siamo in tanti allora. Acconci non ha inventato niente🙂

  6. cristiano Says:

    “Gli scrittori tendono a essere una razza di guardoni. Tendono ad appostarsi e a spiare. Sono osservatori nati. Sono spettatori. Sono quelli sulla metropolitana il cui sguardo indifferente ha qualcosa dentro che in un certo senso mette i brividi. Qualcosa di rapace. Questo è perché gli scrittori si nutrono delle situazioni della vita. Gli scrittori guardano gli altri esseri umani un po’ come gli automobilisti che rallentano e restano a bocca aperta se vedono un incidente stradale: ci tengono molto a una concezione di se stessi come testimoni.
    Ma allo stesso tempo gli scrittori tendono ad avere un’ossessiva consapevolezza di sé. Dal momento che dedicano molto del loro tempo produttivo a studiare attentamente le impressioni che ricavano dallepersone, gli scrittori passano anche un sacco di tempo, meno produttivo, a chiedersi nervosamente che impressione fanno agli altri. Che aspetto hanno, che immagine danno, se per caso hanno la camicia che gli sbuca dalla patta dei pantaloni, se per caso hanno del rossetto sui denti, se per caso la gente che stanno fissando pensa di loro che è gente che si apposta e spia, gente che in un certo senso mette i brividi.”

    david foster wallace

  7. sergiogarufi Says:

    ciao cristiano. molto bello questo pezzo di wallace, lo conoscevo ma non me lo ricordavo più. inquietante quella cosa del chiedersi di continuo che impressione fai agli altri, mi ricorda certe ragazze che si specchiano in tutte le vetrine, oppure i divi malati come beckam e la moglie in tribuna a san siro, lui era appena stato acquistato dal milan. ogni gol dei rossoneri le telecamere li riprendevano e loro applaudivano guardando in alto, non verso il campo. guardavano il maxischermo dove sapevano di essere ripresi per controllare come venivano. roba da mettere i brividi, appunto. c’è una battuta sugli attori che forse si può applicare pure agli scrittori, quelli sempre in viaggio per presentazioni di libri e conferenze: “strana gente gli scrittori. girano il mondo e tutto ciò che vedono è solo uno specchio”🙂

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