Idolatrie letterarie

atteone_thumbnailSul rapporto fra autori e lettori J. M. Coetzee ha riflettuto a lungo, soprattutto nel libro intitolato Elizabeth Costello. La protagonista è un’anziana e celebre scrittrice australiana, una sorta di alter ego del narratore sudafricano, che gira il mondo per tenere conferenze e ricevere premi; e due delle sei lezioni in cui è diviso il testo trattano appunto la questione della relazione ancìpite che s’instaura fra uno scrittore famoso e il suo pubblico.

Nella prima di queste dissertazioni, riguardante la questione del realismo in letteratura, Elizabeth Costello esprime la diffidenza che nutre verso le folte schiere dei suoi estimatori. Questi vengono da lei chiamati, con una delle frequenti metafore zoomorfe cui Coetzee ci ha abituato, “pesci rossi”, perché all’apparenza sono piccoli e innocui, ma in realtà risultano invadenti e voraci, in quanto desiderosi di spartirsi le spoglie della “balena morente”. Nella quinta lezione la prospettiva s’inverte, rivelando che spesso i ruoli sono interscambiabili, ed Elizabeth Costello ci mostra il punto di vista capovolto di lei lettrice, quando non aveva ancora scritto nulla e sognava di essere la moglie dell’illustre poeta Robert Duncan. “Non le sarebbe dispiaciuto farci un figlio, diventare una di quelle donne mortali del mito ingravidate da un dio di passaggio”.

 Già un secolo fa Gustave Le Bon segnalò, nella Psicologia delle folle, la natura religiosa del rapporto fra idolo e ammiratore, e oggi più che mai lo star system è diventato il vero pantheon della mitologia contemporanea. Certo, l’idolatria morbosa si manifesta in modo più marcato in altre espressioni artistiche, tipo la musica o il cinema, che vantano maggior popolarità rispetto alla letteratura; e casi limite, come quello del fan Mark D. Chapman che assassinò John Lennon nel 1980, è improbabile che si verifichino fra gli appassionati dei libri, che restano ancora figli di un dio minore. Tuttavia i meccanismi psicologici, come la proiezione sul divo delle proprie aspirazioni frustrate, il fanatismo isterico e la spirale amore-odio-aggressività, alimentata dall’esasperazione della sua assenza fisica da un lato e dall’ossessiva presenza mediatica dall’altro, sono i medesimi anche in letteratura.

Misery, il romanzo di Stephen King da cui fu tratto il film con James Caan e Kathy Bates, è una formidabile parabola sul rapporto fra autore e lettore, analizzato proprio nelle sue ossimoriche componenti di amore e odio. In maniera meno truculenta di King ma con anticipo notevole sui tempi, pure Joseph L. Mankiewicz aveva illustrato lo stesso tema nel film Eva contro Eva. L’ambiente trattato era questa volta il teatro, e Bette Davis, l’interprete principale della pellicola, si mostrava consapevole del fatto che per gli appassionati del genere il teatro era un tempio e i grandi attori le loro divinità. Ma le capziose strategie adulatorie di un’anonima ammiratrice facevano ugualmente breccia nella sua iniziale sospettosità, finendo per palesare il reale intento dell’ambiziosa arrampicatrice, ossia quello di scalzarla dal piedistallo. La chiusa speculare, inoltre, suggeriva come del medesimo tranello possa essere vittima anche chi ne era stato a sua volta artefice.

Quando era una semplice lettrice, Elizabeth Costello voleva essere molto attraente “perché agognava il contatto col dio” Robert Duncan, aspirava a “colmare il vuoto che separa i due diversi ordini dell’essere”. La devozione tradisce un desiderio, seppur frustrato, di possessione fisica. Sempre nel libro di Coetzee, si cita a questo proposito il film Frances (ispirato alla biografia dell’attrice Frances Farmer), in cui Jessica Lange interpreta la parte di una diva di Hollywood che, ancora giovane e bella, per un esaurimento nervoso viene internata in manicomio e lobotomizzata. Gli infermieri, cioè proprio coloro che dovevano prendersi cura di lei, approfittando dello stato vegetativo la violentano a turno, e uno di questi afferma trionfante “voglio proprio scoparmi una star del cinema!”; esplicitando così l’orrido rovescio dell’idolatria: il risentimento omicida.

In questo senso, oltre alla finzione esistono pure aneddoti storici significativi, come quello su Santa Elisabetta d’Ungheria. Divenuta presto vedova del re Ludovico IV, Elisabetta donò ogni suo avere ed entrò nell’ordine francescano, da allora in poi vivendo in assoluta povertà e prestando assistenza ai bisognosi e agli infermi. Agonizzante ma già in odore di santità, alla sua morte, avvenuta nel 1231, la cattedrale di Marburgo fu invasa da una folla di devoti esaltati che lottarono fra loro come furie e ne spolparono il cadavere per accaparrarsi una sua reliquia.

Tornando alla letteratura e alle piccole divinità che popolano il provinciale olimpo italiano, un certo interesse ha destato un recente e pruriginoso articolo di Camillo Langone apparso su Il Giornale. Intitolato “La maledizione del lettore maniaco”, il pezzo raccoglieva diverse confidenze sul tema mostrando il dietro le quinte dei rapporti fra scrittori e fan. Si va dalla lettrice di Giuseppe Montesano che, durante una presentazione del libro, prese il microfono e lo accusò di aver recluso in manicomio un personaggio che lei pretendeva di incarnare; all’ammiratrice di Alberto Bevilacqua, che lo assilla da dieci anni inviandogli lunghe lettere con cadenza settimanale senza mai ricevere risposta; fino al caso clinico del tale che contattò Tullio Avoledo presentandosi come l’Anticristo, e imputando al narratore friulano di aver saccheggiato la sua biografia personale per redigere L’elenco telefonico di Atlantide. Langone cita inoltre esempi di incontri sessuali a cui un giovane scrittore di grande notorietà non si sottrasse, con il prevedibile strascico di minacce e insulti pubblici da parte dell’ammiratrice inferocita per essere stata prontamente liquidata dopo la consumazione. Dal che si ricava che i reading, gli incontri ai festival letterari e le presentazioni di libri sono la consumazione di una vendetta, o un rito espiativo. La presenza fisica dell’autore risulta indecente, provocatoria, perniciosa; una kenosi inaccettabile. L’unica relazione possibile fra scrittore e lettore resta quella platonica.

Il mito di riferimento di queste vicende sembra dunque quello di Diana e Atteone, in cui viene ribadita l’impossibilità di “colmare il vuoto che separa i due diversi ordini dell’essere”. Nella versione narrata da Ovidio nelle Metamorfosi (e illustrata dal Parmigianino negli splendidi affreschi di Fontanellato), il figlio di Aristeo, durante una battuta di caccia in compagnia dei suoi cani, scorse la dea mentre faceva il bagno nuda a una fonte. Diana allora lo punì trasformandolo in cervo e facendolo sbranare dai suoi stessi cani. La voracità dello sguardo di Atteone, che non rispetta l’intimità dell’altro, trova qui una risposta simmetrica nella voracità dei cani. In pratica, Atteone è divorato dal suo stesso desiderio.

Ma se scrivere (nel senso di pubblicare e diventare personaggi pubblici) significa darsi in pasto, bisogna pur ammettere che sovente quell’improvvido contatto è incoraggiato dagli stessi autori; forse desiderosi di incontrare il loro lettore ideale (cioè colui che intenda al volo ogni impercettibile ammiccamento del testo), o forse solo bisognosi di conferme sul proprio valore. Non si spiegherebbe altrimenti la decisione di molti scrittori (come Andrea G. Pinketts, Emanuele Trevi e Matteo B. Bianchi) di inserire nei loro libri i propri numeri di cellulare o indirizzi e-mail. Insomma, viene il sospetto che l’ignara e pudica Diana in realtà provochi scientemente. Scelta più che legittima, s’intende, e per certi versi perfino encomiabile, basta che poi non vada a lamentarsi da Langone.

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14 Risposte to “Idolatrie letterarie”

  1. gianni biondillo Says:

    “relazione ancìpite”? perché mi fai questo, che male ti ho fatto?
    😉

    Al di là della battuta: pezzo bello assai. E’ da un po’ che vorrei ragionarci su questo tema e direi che questo tuo sia un buon punto di partenza.

    Il bagno di Diana e la sbirciata di Atteone è, per me, sopratutto il gruppo scultoreo in fondo al parco della Reggia di Caserta.

  2. dario Says:

    si, bel pezzo, non ho letto il libro di coetzee di cui parli ma credo proprio che lo cercherò…
    io credevo che mozzi fosse un’eccezione, con quel suo mettere l’indirizzo di casa sui risvolti di copertina dei suoi libri, invece esiste addirittura chi pubblica il suo numero di cellulare (la cosa mi fa un po’ impressione, posso dirlo?)

  3. Francesca Bertazzoni Says:

    Per me invece, caro Gianni, Diana e Atteone sono proprio questi di Sergio, questi del Parmigianino.
    E’ curioso, Sergio. Avevo in testa quest’opera proprio qualche giorno fa, ma pensavo soprattutto alla delizia del desiderio di Atteone, alla sua attesa – o meglio alla speranza dell’attesa. Al bicchiere mezzo pieno della vicenda, insomma.
    Anche a me fa impressione l’idea di pubblicare indirizzi di casa e numeri di telefono. Questo…svelamento totale mi fa pensare alla pagina delle soluzioni in fondo alla Settimana Enigmistica.
    Spero di non risultare blasfema.

  4. sergiogarufi Says:

    ciao gianni, hai ragione, “ancipite” è altezzoso ma non mi veniva in mente un sinonimo più semplice e diretto. grazie dei complimenti. tu non hai qualche caso divertente di stalking di ammiratori da raccontare? il gruppo scultoreo che citi non lo conosco, proverò a dare un’occhiata su google.
    ciao dario, grazie. anche a me fece un po’ impressione quella estrema disponibilità. tornando alla versione parmigianinesca (?) del mito di diana e atteone, direi che forse quegli scrittori dovrebbero dare un’occhiata al monito che trascrisse il mazzola, ossia respice finem, calcola le conseguenze.
    ciao francesca, in effetti anche a me colpì molto la versione di fontanellato. è un mito che consente molteplici letture: il destino spietato che colpisce l’innocente, oltre all’impossibilità del rapporto fra ordini diversi. e poi c’è la storia della committente, che scelse quel tema per ricordare il figlioletto morto. mi piace il tuo parallelo con la settimana enigmistica, non lo trovo per niente blasfemo 🙂

  5. gianni biondillo Says:

    Ambigua? Ambivalente? Anfibia? Bah…
    E comunque, sì, ne ho. E una la conosci pure tu (e Francesca), non far finta di non ricordare…
    😉

  6. lisa Says:

    Quando qualche anno fa lessi “L’amante” mi prese una specie d’innamoramento nei confronti del Cinese, personaggio del romanzo della Duras. Mi parve un giorno di scorgerne una sua raffigurazione reale in una fugace immagine di un atleta cinese alle olimpiadi che si svolsero in quegli anni, ma fu tanto fugace da non lasciare una effettiva concretezza ,e il Cinese rimase dunque una figura che nulla aveva a che fare col mondo reale. Quando però anni dopo lo vidi assumere le sembianze Tony Leung Ka Fai ( controllato su internet perché assolutamente non ne sapevo il nome…mi volevo dare un tono 🙂 ) nel film tratto da quel romanzo qualcosa si spezzò. Rilessi in seguito “L’amante” ed era un bel romanzo.
    Credo accada un po’ lo stesso nella relazione fra scrittore- lettore. In questo rapporto l’uno è il Mito dell’altro finché questo rapporto resta in un certo senso “immateriale”. Un Mito non ha forma.
    Nel momento in cui si decide di abbatterlo lo si deve rendere umano, riportarlo ad una condizione di nostra somiglianza e quindi anche di fallibilità, bisogna togliergli il potere che esercita su di noi, e ognuno sceglie un modo per farlo.
    Credo che questo valga più o meno anche per lo scrittore stesso, il suo modo è quello di offrire lui stesso le “armi”( telefono,indirizzo e-mail etc) con cui potrebbe essere demitizzato. In realtà sa che così facendo indebolisce il lettore e la “paura” che egli ha nei suoi confronti perché destinatario di ciò che il Mito produce e di se stesso più ammira, lo fa dunque togliendogli la sua dimensione astratta, lo rende umano, e il lettore, cercando questa corrispondenza, non fa che confermargli il suo essere Mito.
    A questo punto ho paura anche a rileggermi 🙂

    ciao
    lisa

  7. Francesca Bertazzoni Says:

    “Un Mito non ha forma”.
    Sono d’accordo, Lisa, nella misura in cui il Mito coincide con l’Idolo. L’idolatrìa annulla la personalità ed è un momento benedetto quando l’Idolo crolla, perché nulla ne resta. Mentre il Mito accetta la metamorfosi, esiste nel tempo.
    Gianni scherza (?) sulla sua esperienza di stalking, ma proprio per averla seguita un poco da vicino, e perché per qualche tempo ha sfiorato anche il mio quotidiano, confesso che mi terrorizzava la capacità proteiforme della persona in questione di aderire allo stile (e pure ai contenuti!) del Mito di turno. Io l’avrei fatta aderire volentieri ad una secchiata di pece.
    (Sergio, scusa se approfitto dell’ospitalità.)

  8. fem Says:

    stavo pensando proprio ora, al ritorno a casa, che devo intervistare un autore che seguo da anni, nel senso che ho letto quasi tutti i suoi libri e li ho amati molto. E pensavo che la cosa migliore sia una intervista via e-mail, senza contatto. E’ pazzesco, ma all’idea di conoscerlo sento un grande imbarazzo, come se fosse cosa inadatta e “perniciosa” come ben dici tu. Mah.
    In contemporanea, per esser in contraddizione, rimpiango di non avere nessuna possibilità di conoscere autori ormai scomparsi!

    Fino a poco tempo fa davo per scontato l’impossibilità pratica di conoscere gli autori dei libri che leggevo. Adesso con i blog, NI, ecc. si è tutto espanso, magari domani incontro Biondillo al bar, ti rendi conto??? 🙂 [per non dire del mitico, questo sì, FK!! Che infatti ho conosciuto con grande piacere] E quando il blog di tash/Pecoraro era ancora aperto ai commenti, io ero una commentatrice assidua e penso per lui anche molesta (ce lo disse chiaramente quando chiuse i battenti). Adesso mi succede magari di leggere il libro di un autore per curiosità dopo averlo “conosciuto” in rete, perché magari si è letto qualche suo post o ci si è scambiati qualche commento…

    Situazione intricata e alimentata dall’odierno star-sistem, già. Io da adolescente degli anni ’80 ne ho subito in pieno il fascino, ma ora ne vedo ovviamente i limiti.
    Sono sempre dell’idea che sia meglio distinguere la persona dal libro, anche se non è così semplice come ad esempio per la musica (a sedici anni mi innamorai di un ragazzo perché sapeva suonare bene Chopin, ma capii subito la differenza fra la vita e l’arte!! O forse fui solo sfortunata!) perchè la musica è senza parole, mentre un libro esprime volente o nolente il pensiero dell’autore.

    Ho una quarantina di tuoi post in arretrato da leggere, prima o poi riuscirà a dilettarmi, non cancellare nulla, mi raccomando! (conoscendoti….)

    baci

    fem

  9. gianni biondillo Says:

    FEM,
    io ero quello che t’ha pestato il callo in metropolitana l’altro ieri!
    😉

  10. sergiogarufi Says:

    ciao gianni, l’unico caso che mi viene in mente è lacustre, ti riferivi a quello?
    ciao lisa, sono d’accordo. aggiungo solo che questo tipo di corrispondenza su due livelli vale anche in ambiti più prosaici. sono convinto che certe relazioni virtuali fra uomo e donna, su facebook, newsgroup o blog vari, instaurino le medesime aspettative spesso frustrate dall’incontro. ci si fa un film, insomma, che la realtà immiserisce spietatamente. si potrebbe quindi ipotizzare che il carteggio non sia propedeutico alla conoscenza, ma miri in verità a scongiurare la presenza fisica dell’interlocutore, a contenere l’urgenza di vita che incarna, creandosi un’idea dell’altro a immagine e somiglianza dei propri desideri.
    ciao francesca, la tua riflessione sul mito è molto brillante e condivisibile, d’altronde è un tema che conosci perfettamente. quindi non c’è proprio niente di cui scusarsi, lo spazio dei commenti ha senso se il post stimola una discussione ancora più interessante, come questa per esempio.
    ciao fem, il tuo ragazzo che suonava bene chopin era difficile che non ti deludesse, la musica è l’arte per eccellenza, pura forma, tutte le altre tendono a questo linguaggio perfetto, per cui l’ingombrante e carneossea figura che le dà vita risulterà sempre inadeguata rispetto a quanto è capace di trasmettere suonando. grazie dei complimenti, non cancellerò questi post, però ogni tanto mi piacerebbe cancellarmi…:-)

  11. elena Says:

    Io sono molto scettica sulla presunta disponibilità di questi autori che mettono indirizzo, e-mail e numero di telefono sui loro libri. Qualcuno ha mai provato a scrivere o telefonargli? Non ci credo che provino tutto questo desiderio di disponibilità e di incontro verso il lettore.
    Io la vedo solo come una ulteriore strategia di vendita: faccio vedere quanto sono aperto e alla mano, tanto poi sono sempre in tempo a decidere se rispondere o meno.

  12. antonio lillo Says:

    io invece credo che dipenda dal lettore… per esempio se io fossi un altro, cioè un autore… fra un lillo che mi scrive del mio libro e, che ne so, una a caso, belen, risponderei a belen e ignorerei lillo… in questo modo il principio di apertura al lettore rimane inalterato, ma non rischierei di concedermi a tutti come una qualsiasi mignotta letteraria… e poi sai che palle rispondere a tutti i lilli della terra!!!

  13. sergiogarufi Says:

    elena, io credo, come dice antonio, che siano adescamenti mirati, sembrano rivolti a chiunque ma poi la selezione avviene. la disponibilità c’è effettivamente, sebbene non per tutti.

  14. James Lee Burke Says:

    PInketts mette il numero nella speranza di trovare ancora qualcuno che gli paghi da bere, almeno per un altro po’.

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