Ton sur ton

benedettiIo non sono bravo nei rapporti personali, non ci so fare con la gente. E’ questione di tono. Magari mi apprezzano per quello che dico o scrivo, ma poi alla minima controversia rovino tutto, esco con qualche frase stonata e l’amicizia va a farsi benedire. Volendo ora affrontare una questione delicata, che coinvolge persone che stimo, proverò per quanto mi è possibile a usare un tono appropriato, e cercherò di non essere offensivo o sarcastico come spesso mi capita.

 Cinque anni fa, più o meno ai tempi del mio esordio cartaceo di critico letterario, conobbi Carla Benedetti. Dovevo intervistarla per Stilos, che allora era l’inserto culturale settimanale del quotidiano La Sicilia. Venni a sapere che potevamo vederci a Milano, la contattai e così ci incontrammo. Dopo l’intervista iniziammo a frequentarci: una mostra d’arte, una cena in pizzeria e in mezzo tante discussioni sui libri. Per come la ricordo era una donna affascinante, coltissima, dolce e mite; credo che mi piacesse anche un po’, sebbene non gliel’abbia mai detto. Su certe questioni la pensavamo in modo diverso, per esempio io non ero un ammiratore di Moresco come lei, ma il confronto era sempre civile, e da lei imparavo moltissimo. Poi su Nazione Indiana ci fu un aspro dibattito intorno alla c.d. Restaurazione. Inutile riassumerlo qui, se ne parlò molto anche sui giornali. In estrema sintesi potrei dire che si trattava di una riedizione del tema dell’impegno dell’intellettuale nella società, che lei auspicava fosse duro e diretto (la famosa “attitudine da combattimento e di sogno”) e che io invece vedevo più defilato e per vie traverse.

Più ancora che la differenza delle nostre posizioni, credo che la nostra breve amicizia finì per il tono sguaiato dei miei interventi, in rete e su carta, tant’è che con altre persone che non condivisero il suo pensiero, ma che espressero i loro distinguo in modi più rispettosi, sia lei che il gruppo che la seguì (ossia quelli che fondarono Il Primo amore) continuarono ad avere dei rapporti cordiali.

Vabè, tutta questa lunga premessa per dire che ieri ho letto proprio sul Primo amore un suo articolo. Il tema all’incirca è lo stesso: Carla Benedetti denuncia lo stato comatoso della cultura italiana, i meccanismi dell’assegnazione dei premi letterari come lo Strega pilotati dai grandi editori, il fatto che un tempo si premiava la qualità (Pavese, Moravia, Morante, Volponi) e oggi invece si privilegiano i dati di vendita, si va incontro al gusto del grande pubblico che vuol essere rassicurato e consolato. Tutto questo lo argomenta con la consueta passione ideale che tutti le riconoscono, e io stesso l’ho condiviso parola per parola, tranne giusto l’accenno a Moresco come vittima sacrificale per eccellenza di questi “clan che funzionano come mafie, elargiscono visibilità a chi si sottomette, ed esclusione e criminalizzazione per chi si ostina a stare in un’altra dimensione”.

Il vero punto debole del suo discorso a mio avviso è alla fine dell’articolo, anzi lo si legge solo dopo che è finito l’articolo. E’ l’avvertenza fra parentesi che “questo articolo è uscito su L’Espresso n°17 con il titolo Idea: aboliamo i premi“. Perché secondo me è un punto debole? Perché chiarisce, anche a chi non sapesse chi è Carla Benedetti, che l’autrice del pezzo fa parte dello stesso establishment che critica: è una professoressa universitaria e scrive stabilmente per uno dei maggiori e più diffusi settimanali culturali italiani. Ora, un’obiezione sensata è quella di dire che solo da dentro si possono cambiare le cose. Gramsci affermava infatti che per dirottare un aereo bisogna salirvi a bordo. Giusto. Quella stessa voce non potrebbe avere altrettanta forza se parlasse dal Gazzettino di Parma anziché da l’Espresso.

Però questa storia dell’invisibilità e dell’esclusione di Moresco, unico nome che lei cita a sostegno della propria tesi, per quanto ancora andrà avanti? E’ approdato a Mondadori con i suoi Canti del caos, il maggior editore italiano, e mi è toccato leggere un’esagitata recensione di Massimiliano Parente che non salutava questo come un successo o una consacrazione, ma si lamentava ancora una volta del fatto che l’hanno fatto esordire solo all’età di 46 anni, e comunque adesso da Mondadori per un libro di 1000 pagine ha percepito soltanto 8.000 euro di anticipo, 8 euro a pagina, neanche una colf…

A me non è mai capitato di leggere cose simili, un tanto a pagina; e poi l’età dell’esordio, ci sono un sacco di casi illustri che hanno pazientato molto di più. E comunque: cosa sazierebbe questa fame infinita di legittimazione? Cosa decreterebbe finalmente la sua definitiva accettazione nel club? Il coro unanime della critica? L’assegnazione dello Strega? Il Nobel? Un successo di vendite planetario, tipo Il Codice da Vinci? Temo niente di tutto questo, perché ad ogni riconoscimento seguirebbe un’ulteriore recriminazione. Il vittimismo è la sua stessa ragion d’essere, ciò che lo autorizza a incarnare il paladino di tutti gli incompresi, ma allo stesso tempo il vittimismo è una forma di arroganza, una delle peggiori perché subdola, soprattutto quando è smentita dai fatti. Per me Moresco è già riuscito nel miracolo di pubblicare due libri che parlano dell’impossibilità di pubblicare, in futuro magari compirà anche quello di professare la figura dell’escluso dagli schermi di Rai1 e nell’orario di massimo ascolto.

Tutto questo mi ricorda alcune mordaci considerazioni di Jean-Paul Aron (nel pamphlet I moderni) riguardo alle sottili pratiche di potere da parte di Michel Foucault, che sulla demistificazione del potere ci costruì una carriera. Ma più ancora che le parole con cui Carla Benedetti in questo articolo difende il valore letterario di Moresco, ciò che non mi convince assolutamente è la sensazione che tutta la denuncia sia “in funzione di”, quasi che Moresco sia l’ipostasi della vittima del sistema, e questo per me si evince dal tono usato, un tono apologetico, lo stesso che fu evidenziato dai neutralissimi gestori di Wikipedia a proposito della voce enciclopedica che riguardava proprio Carla Benedetti (e che oggi è stata fortunatamente modificata). Si dirà che la responsabilità è dell’estensore, cioè di un suo fanatico estimatore, eppure questo alone di santità altrove non si riconosce, perlomeno in ambito letterario, per cui evidentemente viene trasmesso, Moresco e i suoi sodali si sentono delle vittime del sistema e come tali si esprimono.

Una volta un amico mi ha detto che in giapponese non esistono le parolacce. Non ho verificato e spero che non sia una cazzata. Ad ogni modo gli chiesi come facevano allora ad insultarsi, e lui mi rispose che era una questione di tono. Il tono acceso faceva capire all’interlocutore che lo si stava offendendo. Ragionai un po’ sulla cosa e pensai che forse era un’eredità dell’ursprache, la lingua originaria, il modo con cui comunicavano i nostri primitivi antenati prima di aver concepito un vero e proprio linguaggio. Per cui tutte le principali emozioni o gli stati d’animo: paura, affetto, allarme, conflitto, venivano comunicati attraverso l’intonazione dei grugniti. Daniel Pennac, in un brano di Ecco la storia, commentando il film Il grande dittatore di Chaplin scrive che questi, parodiando Hitler, “non parla tedesco, ma ne imita il suono, il tono di voce, mettendo le parole ai ferri corti, il tono che è l’unica verità del discorso, l’esatto rumore che fa l’intenzione di un uomo”.

Annunci

11 Risposte to “Ton sur ton”

  1. antonello delfino Says:

    caro garufi, certo che ti si potrebbe rivoltare contro la stessa critica. sembra che quello verso moresco per te sia un accanimento terapeutico e che, di tanto in tanto, ti alleni davanti allo specchio a modulare quel particolare grugnito anti-moresco.
    non ti parlo più da suo fan, che ormai di anni ne sono passati e credo di aver sviluppato una certa imparzialità a riguardo. eppure, pur ammettendo l’incompiutezza dei canti del caos – quella terza parte grida vendetta – ci sarebbero tanti suoi libri che invece hanno tutte le carte in regola per restare nella storia della letteratura nostrana. perché il fatto straordinario è proprio questo, che nonostante i difetti moresco resti un grande, soprattutto in un panorama letterario come il nostro.

    p.s. se invece il tuo discorso era relativo alla claque dei suoi ultrà, beh, davvero, per quanto meno molesta ogni scrittore ha la sua.

  2. Luca Tassinari Says:

    Funziona così anche da noi, tant’è che parolacce come “stronzo” o “bastardo” possiamo usarle sia come offesa che come complimento.

    Sul punto delle amicizie rovinate, dipende anche dalla dotazione di autoironia dell’interlocutore. A giudicare da quel che si vede in rete, sembra che gli intellettuali italiani ne siano affatto sprovvisti.

  3. gianni biondillo Says:

    Le obiezioni di Parente sono demenziali: allora perché non considerare gli anticipi già ricevuti per i canti del caos 1 (feltrinelli) e 2 (rizzoli)? Ad essere maligni vien da dire che Moresco ha ottimizzato al meglio il suo guadagno. S’è fatto pagare 3 volte per lo stesso libro!
    Ma io non sono interessato alla malignità. Mi spaventa l’idolatria. Ho come la sensazione che Antonio non se la meriti tutta questa attenzione smodata e fanatica.

  4. sergiogarufi Says:

    ciao antonello. naturalmente è possibile che io sbagli di grosso, ci sono tanti estimatori di moresco più autorevoli di me, come per esempio carla benedetti o tiziano scarpa, però certe obiezioni le respingo. tipo l’accanimento monomaniacale verso di lui, che mi è stato rimproverato pure da molti fan dei wu ming nei confronti dei loro idoli oppure dagli estimatori di loredana lipperini, che ho spesso criticato per il suo veterofemminismo esasperato. insomma, come monomaniacalità il mio accanimento antimoreschiano ha diverse facce, oppure non è tale. devi convenire con me però che il suo caso è obbiettivamente particolare: viene definito “il più grande scrittore italiano vivente” (sia da Scarpa che dalla Benedetti che da Parente ed altri), per cui quella grande esposizione comporta anche dei rischi uguali e contrari, e comunque gli giova perché contribuisce a creare “il caso”, fa sì che se ne parli e se ne discuta, quando il pericolo peggiore per uno scrittore è soprattutto il silenzio, l’indifferenza. gianni, che non ha mai sposato i miei toni duri, fa notare l’evidenza imbarazzante di quanto fossero deliranti le argomentazioni di parente a favore di moresco. e io credo che proprio quel presentarsi come la vittima e l’incompreso favorisca questi toni accesi, ne sia in qualche modo responsabile.
    ciao luca, è proprio così, il mio discorso più in generale voleva sottolineare come spesso si faccia maggior attenzione al tono che al cosa viene detto. in spagna per esempio per dire che una cosa è molto bella si dice che è “de puta madre”.

  5. antonello delfino Says:

    ma sì, non dico di no. però te la spiego anche così (e pure da juventino convinto). né l’inter né i suoi tifosi mi stanno particolarmente simpatici – e uso un eufemismo – però è indubbio che, per tutta una serie di ragioni, sia la più forte squadra di questo campionato.
    io dico che in italia ci sono buoni e anche ottimi scrittori ma quelli che poi tentino qualcosa o che dicano davvero qualcosa sono poi pochi. moresco è uno di questi e tutta questa supposta sovraesposizione mediatica resta all’interno della “critica” (anche quella 2.0) e in ogni caso non toglie niente al suo valore di scrittore, né poi gli fa vendere molte copie in più. chi assaggia moresco resta scottato il più delle volte (e come dare loro torto) e non credo proprio che abbia mai venduto molto. se avesse una newsletter non raggiungerebbe nemmeno lontanamente il numero di iscritti di quella dei wuming, per dire. il fatto che continui a fare la “vittima” anche dopo anni – in cui bazzica l’editoria vera che già criticava ben prima di pubblicare – dovrebbe far riflettere.
    comunque niente di personale, un semplice fatto di gusti e prospettive. grazie delal risposta

  6. arendo Says:

    Salve e piacere, Garufi!

    Perché non lasciamo cantare e risplendere Moresco, la sua opera complessiva, che è quella di un dis-integrato, al fondo.

    Maggior specie suscitano, invero, gli integrati che fanno la parte del dis-integrato, vale a dire ce la si canta e ce la si suona, ci si lamenta pure all’interno di un meccanismo di “riconosciuti” per casta. Ci sono scrittori che dietro alla polena Moresco si sono rifatti la verginità, il naso…

    Che razza di piffero si suona? Il piffero del moralismo.

    Vale, alla resa dei conti, la divisione del campo, tu qua, noi là, io là, voi qua. Tanto la Benedetti quanto Faletti, per dire, sono degli “autorizzati”: professionisti, censori e notai. Il mestiere stila il canone.

  7. monicavannucchi Says:

    Caro Sergio, dopo avere letto con attenzione e più di una volta il tuo pezzo e i commenti relativi, ho in testa tre pensieri. Il primo: che caratteracci che avete voi letterati! ma siete tutti così? Il secondo: beati voi che almeno avete i premi, ancorchè pilotati e appaltati dalle case editrici, e avete case editrici, per dire, e persino, incredibilmente in questo Paese, qualche lettore. Noi poveri danzatori, coreografi, teatranti in genere, nulla avemmo mai di tutto questo; nè concorsi, o vetrine, o peggio pubblico ( nelle poche occasioni ufficiali si vedono in giro da venti anni le stesse facce, e sembrerebbe quasi che il pubblico sia formato solo e sempre dagli addetti ai lavori).Terzo: non conosco Moresco. Sarà vero che è emarginato o sono io che sono un’ignorantona patentata? con grande stima, come sempre…

  8. franz krauspenhaar Says:

    Mondadori è contro il sistema. Come dicono i Wu Ming, è tutta una lotta “dall’interno”.

  9. cristiano Says:

    sergio, mi sa che la benedetti deve dare al sottoscritto una percentuale dei suoi diritti d’autore. la battaglia contro la cultura ufficiale l’ho iniziata io! 🙂

  10. sergiogarufi Says:

    ciao antonello, ecco forse è quello, che sono milanista, che me lo rende antipatico 🙂 a parte gli scherzi, grazie a te di essere intervenuto.
    ciao arendo, piacere mio! non ho capito niente di quello che hai scritto ma mi piaceva molto, tipo la storia del dis-integrato…moresco in effetti è un po’ apocalittico e insieme dis-integrato, ma attenzione col martirologio dell’eremita, ci sono eremiti che sanno a memoria l’orario dei treni, conoscono tutti i vernissage importanti a cui poi non andranno…
    ciao monica, hai ragione, noi letterati siam gentaglia, ma non temere non siamo pericolosi, ci spariamo fra di noi, come i mafiosi 🙂
    franzone, qui è tutto un pigia pigia di carabinieri a cavallo che recitano la parte degli anarcoinsurrezionalisti, lotte intestine nel senso che il dissidio è interno, fra sé e sé.
    ciao cristiano, è vero, qui non si riconosce più la primogenitura, ci si appropria delle denuncie altrui, è una vergogna…:-)

  11. arendo Says:

    Caro Garufi, la dietrologia non serve. C’è un’opera che mi pare annullare i tanti afflati piccolini sopravviventi, ed essere già morta. Ragione per cui piuttosto dovremmo smascherare le epigonalità in qualsivoglia campo si muovano, le restituzioni dell’imene, la cianfrusaglia libraria. Se vogliamo coglionare, invece, coglionate…

    Un cordiale saluto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: