Il tennis

johnmcenroe1

Giorni fa, durante l’ennesima colica ispiratrice (ognuno ha le muse che si merita), pensavo a Cortellessa e il tennis. Non sapevo che fosse un appassionato. Le poche volte che ci siamo visti o scritti si è sempre parlato di libri, al massimo di arte. E’ stato bello scoprire che piace anche a lui, che abbiamo questa passione comune. Quando iniziai a scrivere, cioè nel 99, perché fino ad allora mi limitavo a leggere, conobbi una persona speciale. La conobbi virtualmente, su un newsgroup letterario. Scriveva in un modo incredibile, ancora oggi non saprei definire bene il suo stile: uno strano miscuglio di Céline, Manganelli e Agamben, la chiarezza, l’eleganza ed economia espressiva di quest’ultimo unite all’umor nero del francese e ai paradossi del tapiro. Qualsiasi tema affrontasse: il calcio, la politica, le donne, la letteratura, riusciva a dire qualcosa di originale e intelligente. Non gli ho mai visto scrivere non dico una banalità, ma un automatismo verbale, quelle espressioni che capitano a tutti, quando si accompagna un sostantivo a un aggettivo in modo meccanico e soprapensiero. Ci scambiavamo lunghe telefonate serali e, una volta, facendomi una metafora tennistica, scoprii che anche lui amava questo sport. Mi pare che stessimo parlando di Simenon, che lui adorava. Gli raccontai che avevo appena letto un pezzo che lo liquidava sbrigativamente, e lui ebbe un moto di stizza, inusuale in un tipo di solito molto pacato. Disse qualcosa tipo “Simenon non ti sponsorizza”, intendendo che spesso ci si fa belli coi grandi nomi, e chi vuol brillare di luce riflessa cita sempre Céline, Bernhard o Kafka; mentre Simenon non ti dà lo stesso lustro, forse a causa della sua grafomania o della riduttiva etichetta che gli è stata appiccicata di scrittore di genere. Aggiunse che la riprova di questo è che Simenon piaceva moltissimo a Benjamin, Céline, Gide, ossia a chi non ha bisogno di sponsor. Disse anche che i suoi libri sono come delle ottime racchette da tennis, da sole non ti fanno vincere la partita.

Più volte, in questi anni, l’ho pregato di scrivere per qualche giornale. Io ero e sono nessuno, ma un paio di contatti che mi davano retta se segnalavo qualcuno li avevo. Lui nicchiava, rimandava di continuo con scuse improbabili; in un’occasione, per non farmi andar oltre, si dichiarò “uno scrittore non praticante”, che in fondo è una definizione nella quale mi riconosco anch’io. Ad ogni modo niente, non ci fu verso. Le sue perle generose e brillanti venivano elargite a me solo, oralmente, e non nascondo che più di una volta me ne appropriai per farmi bello.

A quei tempi seguivo Andrea Cortellessa attraverso i suoi articoli su Alias e su L’Indice, per me erano come le briciole di Hansel e Gretel: guida e nutrimento insieme. Non ci eravamo mai incontrati e nemmeno scritti. Non so bene dire quando di preciso gli attaccai bottone, credo sia stato intorno al 2005, per chiedergli l’autorizzazione a pubblicare un suo pezzo su Nazione Indiana. Lui rispose in modo molto gentile e da lì iniziò una rada corrispondenza, fino all’incontro al festival letterario di Cuneo, dove partecipavamo alla stessa conferenza. Il suo amore per il tennis l’ho scoperto con questo suo articolo su McEnroe, e allora mi son chiesto che c’entra il tennis? Perché con le persone che più stimo, quelle con le quali sento delle forti affinità, condivido la passione per il tennis?

Da ragazzo fui un piccolo campioncino. Leggendo David Foster Wallace e i suoi trascorsi tennistici mi sono identificato molto. Anch’io giravo le città vicine per partecipare a dei torneucoli regionali, ebbi qualche foto su Match ball, la rivista del settore, e infine toccai il vertice della mia carrierina a Eastbourne, nel 1977, a 14 anni, quando fui spedito a spese della federazione per giocare un torneo sull’erba in cui arrivai in finale. Ricordo che ci allenava Lombardi, che oggi fa il commentatore per Sky. Vidi qualche partita di Wimbledon, anche se ne ricordo solo una, un doppio surreale con quello zingaro di Nastase e Connors che facevano i pagliacci, e poi vidi pure la finale del Trofeo Colgate femminile, con le immancabili Evert e Navratilova all’inizio della loro lunga carriera. Dopo allora smisi di giocare. Gli altri del mio gruppo non fecero neppure le superiori, il tennis diventò il loro lavoro ma non ebbero il successo sperato.

In quel periodo il mio idolo era Borg. Io usavo come lui la Donnay allwood, vestivo Fila, mi lasciavo crescere i capelli biondi lunghi per poter mettere la fascia in testa, ero una sorta di clone in scala 1:12. L’amore per McEnroe subentrò più tardi, e raggiunse il suo picco il 10 giugno 1984, quando si disputò la più bella partita della storia, la finale del Roland Garros fra McEnroe e Lendl. Per usare un’espressione di Cortellessa, mi vien da dire che fu una partita “inaggettivabile” (che è un modo molto elegante per aggettivarla con un superlativo). I primi due set dominati da McEnroe furono qualcosa di incredibile, che non si era mai visto. Da subito, con Lendl in battuta, lui si posizionò molto avanti nel campo, come se dovesse ricevere il servizio debole di uno scarso, mentre quello di Lendl era una botta piatta. McEnroe riusciva a rispondere semplicemente dimezzando il movimento di apertura, usando il suo corpo e la forza dell’avversario la ributtava corta di là. Lendl era disorientato e perse i primi due set. Dopo di allora il trucchetto all’americano non riuscì più. Troppo dispendio di energie, troppa concentrazione e prontezza di riflessi per poter durare a lungo. Al quinto set McEnroe capitolò, ma fece vedere quello che non si era mai visto. Se, come dice Cortellessa, il genio è chi rivoluziona le regole, lì, più che in qualsiasi altro suo match, McEnroe fu geniale. Un genio perdente e superiore al suo vincitore.

Un altro radicale sovvertitore di regole che meritava di essere ricordato fu Boris Becker. E’ difficile spiegare a parole il “timing”, il tipo di tennis che lui inaugurò e che oggi è largamente praticato. Come tutte le invenzioni geniali, aveva in sé qualcosa di ovvio che fino ad allora era stato bellamente ignorato. Ossia che la potenza del colpo è data principalmente dalla frustata del polso, non dalla velocità del movimento del braccio, pur supportato dallo spostamento del peso del corpo da una spalla all’altra. Il timing si chiama così perché abbreviando il movimento del colpo, anzi riducendolo quasi alla frustata del polso, diventava determinante la precisione millimetrica. Tutto si giocava in uno spazio ristrettissimo e in frazioni infinitesimali di secondo, e questo permetteva di occultare all’avversario le intenzioni di gioco, cioè la direzione del colpo e l’effetto impresso alla palla, fino all’ultimo. All’opposto, il servizio di Becker col timing necessitava di una torsione innaturale del polso, che andava contro la direzione che avrebbe normalmente preso il braccio nel proseguimento del movimento; anche questo per nascondere fino all’ultimo le intenzioni di gioco e per imprimere la massima potenza. Per far capire quanto ciò fosse rivoluzionario, bisogna spiegare che nelle scuole giovanili di tennis di allora, quelle più avanzate e curate dalla federazione (Palagano, per es.), il polso doveva restare sempre rigido. Io che suonavo la batteria fui vivamente invitato a smettere, e lo stesso accadeva con chi giocava a ping pong. In ogni caso non mi stupisce la dimenticanza di Becker, il fatto che non lo si consideri un campione epocale come altri. E’ che McEnroe e lui furono campioni dimezzati, gente da erba più che terra rossa, e chi passa alla storia sono quelli che dominano qualsiasi superficie.

Oggi che non lo pratico e seguo quasi più, e che vengo perfino sconfitto e irriso dai nipotini al tennis virtuale della wii, continuo a considerarlo uno sport fuori dall’ordinario, per spiriti eletti. Credo che la ragione risieda nel fatto che è uno dei pochissimi sport in cui non sempre vince chi fa più punti. Per capirci: è come se nel calcio vincesse chi prende 3 gol e ne segna 2, o se nel basket i Los Angeles Lakers battessero i Boston Celtics per 78 a 92. Il tennis è uno sport elitista e allergico alla demagogia populista: i punti non sono tutti uguali, i punti pesano. Nel tennis non vince chi fa più punti, vince chi li fa nel momento giusto, quello che conta. E al contempo, come dimostra la finale del Roland Garros del 1984, dai più autorevoli commentatori indicata come la miglior partita di sempre soprattutto per quei formidabili primi due set, a volte vince addirittura chi perde. Quando mi rammarico per il talento muto del mio amico newsgrupparo, o quando mi dispiaccio perché gli articoli di Cortellessa, l’intellettuale più preparato e brillante della mia generazione, non sono ospitati dal Corriere o da Repubblica al posto dei tanti che occupano quei giornali senza merito, in quei momenti penso che sono dei tennisti, e in quanto tali non possono essere giudicati con i normali criteri di vittoria o sconfitta.

13 Risposte to “Il tennis”

  1. antonio lillo Says:

    mi viene quasi da pensare, leggendoti, che il tennis non abbia nulla (o quasi) a che fare con la vita… ma forse sono un pò cinico io…

    ‘sto cortellesa però (che non conosco, ma del resto io conosco veramente pochi) mi sta simpatico..

  2. sergio pasquandrea Says:

    Beato te, Sergio.
    Io ho avuto sempre un pessimo rapporto con i miei arti. Non ho quella che si chiama intelligenza cinestetica (le mie braccia e le mie gambe vanno per conto loro e finiscono sempre per trovarsi nel punto sbagliato) e neanche l’intelligenza spaziale (quindi, negli sport di squadra, spedisco regolarmente la palla dove non c’è nessuno a riceverla).
    Essendo alto 1 metro e 90, mi mettevano sempre a giocare a basket, ma ero incapace di palleggiare e scarso nel tiro; se andava bene beccavo qualche schiacciata oppure riuscivo a ostacolare gli avversari per motivi di pura massa corporea.
    L’unica in cui riuscii decentemente era il nuoto (per via di mani e piedi grandi, credo), ma mi stufai dopo qualche mese.
    Si vede che non era destino.

  3. dario Says:

    ciao sergio… mi hai fatto pensare al bel “terra rossa”, il romanzo d’esordio di roberto ferrucci, la storia di un inconcludente pigro con la passione per bjorn borg (e per parigi, in più…)
    io credo di non essermelo gustato abbastanza per via della mia ignoranza tennistica.

  4. matilde Says:

    Che bel pezzo, Sergio! E bellissimi i focus su McEnroe e Becker: quasi ‘lenticolari’ pur nella loro resa immediata.

  5. emma Says:

    Sergio, sei meglio di Rino Tommasi, Ubaldo Scanagatta e Gianni Clerici messi insieme!
    Il tennis è da sempre il mio grande amore non corrisposto, nel senso che darei un dito (magari il mignolo, ecco) per giocare non dico bene, ma almeno dignitosamente. Invece sono una giocatrice scarsissima, la cui ancora di salvezza sono il classico “drittone” lungo linea, e talvolta (quando lo spirito scende su di me) qualche volée del tutto fortunosa. Il mio servizio è talmente scarso da risultare più veloce e incisivo quando servo dal basso. Da piccola e fino alla metà degli anni Novanta l’ho sempre seguito, poi quando le dirette dei tornei sono diventate privilegio di pochi spettatori paganti non sono più riuscita a tenere il polso della situazione. John McEnroe per me rimane uno dei più straordinari talenti tennistici di sempre, e il tennista che più ho amato in assoluto. Insieme a Rod Lever e Björn Borg ha rivoluzionato il tennis moderno, basti pensare a quel rovescio giocato di contro balzo, al servizio in torsione “a catapulta”, alla risposta in “chip & charge” e, sopratutto, a quelle prodigiose volée che sembravano disegnate. Quando giocava sul campo centrale di Wimbledon la Bbc imbavagliava i microfoni per timore delle sue intemperanze verbali. É proprio questo che amavo: trasformava il campo da tennis in un teatro e la partita in una guerra personale contro gli avversari, contro gli arbitri ma, principalmente, contro se stesso.
    La storica finale fra lui e Lendl al Roland Garros me la ricordo eccome (all’epoca avevo dodici anni), ricordo persino l’atmosfera, la luce, il caldo estivo di quel pomeriggio trascorso a casa di mia zia a vedere la partita di oltre quattro ore insieme a miei cugini. Al termine dell’incontro McEnroe abbandonò infuriato il palco della premiazione senza dire una parola tra i fischi assordanti del pubblico.
    Tuttavia, nelle interviste McEnroe ha spesso affermato che la partita più memorabile da lui giocata resta la finale di Wimbledon del 1980 contro Borg, persa al quinto set dopo uno dei “tie break” più epici della storia del tennis.

  6. krauspenhaar Says:

    io rimango con borg. la difesa a oltranza, il colpo di maglio – e di grazia- per sfinimento dell’avversario, l’eleganza e la forza. e la bancroft di legno (sui circuiti americani, la mia racchetta del cuore.)

  7. CalMa Says:

    La Donnay di Borg ce l’ho ancora da qualche parte e ricordo (d’altronde, come dimenticare?) la finale del Roland Garros del 1984. Tifavo Lendl, indipendentemente dal gioco (il suo dritto, il lungolinea, quel top spin a uscire pure lo annovererei tra le pietre miliari; fu uno dei primi a giocarlo d’anticipo, tecnica poi sviluppata magistralmente da Agassi). Tifavo Lendl perché McEnroe era un buffone. Un talento straordinario, questo è innegabile. Ma era un buffone. Lendl stava sul cazzo a tutti. Mi era simpatico per questo motivo. E non è vero che era un pallettaro. Ricordo infatti che ridicolizzò McEnroe l’anno seguente agli U.S.Open. E lì si giocava sul duro.
    Gran pezzo, come sempre.

  8. amare Says:

    molto interessante e ben scritto, ma mi permetterai un paio di precisazioni. nella cosiddetta catena cinetica del movimento, il polso non è un elemento di spinta, come la mano del resto. il polso al momento dell’impatto è fermo, si può tranquillamente vedere in qualunque filmato alla moviola. il timing è il tempo personale che ogni giocatore ha per colpire, non una invenzione del buon becker; boris usando nel servizio una preso vicina a quella del diritto, era costretto a utilizzare un pò il polso per rimediare ad una non corretta rotazione dell’avambraccio. accorciare il movimento è la capacità di modularlo a seconda della palla che arriva. diversa è l’anticipazione motoria, capacità di ridurre il tempo in cui fare il medesimo movimento, detto in parole povere farlo pirma!
    andrea villa
    http://www.puramentecasuale.com

  9. lisa Says:

    Non per adulazione ma credo che chiunque dopo aver letto qualcuno dei tuoi testi si trovi come me a porsi la stessa domanda… nei tuoi confronti, ma come tu dici il tennis è uno sport fuori dall’ordinario.

    ciao
    lisa

  10. sergiogarufi Says:

    mi fa piacere scoprire che ci sono ancora tanti tennisti in giro, temevo fossero quasi estinti. Vi ringrazio per l’attenzione per i miei testi, che non finisce mai di stupirmi, per i complimenti esagerati di mauro, matilde, emma e lisa, che forse però vuol farsi perdonare la promessa non mantenuta della visita alla lapide🙂, e infine per il preciso e documentatissimo cazziatone di andrea; è che ho scritto di cose che non pratico più da tanti anni. emma mi ha fatto inoltre ricordare come per me, da ragazzo, la bella stagione venisse cadenzata proprio dai grandi tornei (la primavera di Montecarlo, Poi Roma, Parigi, Wimbledon e infine le vacanze). Non conoscevo il libro segnalato da dario, che m’incuriosisce molto, ed ora so pure che con pasquandrea è meglio non litigare, visto quanto è grosso🙂 ad antonio vorrei dire che il tennis ha a che fare con la vita perché insegna molto su come vanno le cose. grazie ancora.

  11. amare Says:

    caro sergio, il mio non voleva essere un cazziatone, sono una doverosa precisazione. è vero, ci sono ancora tanti tennisti in giro, ed è proprio questo motivo che bisogna sempre trattare la materia con attenzione! anche io a volte cado in qualche inesattezza, meno male che c’è sempre qualcuno pronto a correggermi. come forse avrai visto, ho un piccolo sito sul tennis, non tecnico, piuttosto tenta di avere un taglio esistenzialista, mira forse troppo alta per le mie capacità di scrittore! il tennis è uno sport molto particolare, con tante chiavi di lettura, ed interpretazioni; persino i giocatori in varie epoche hanno dato l’impressione di reinventarlo, di renderlo diverso, seppur sempre uguale: ecco il fascino di questo gioco.
    a presto!
    andrea villa
    http://www.puramentecasuale.com

  12. clara Says:

    Giocassimo adesso, non avrei chance alcuna. Probabilmente dovresti anche portarmi al pronto soccorso a fine incontro, invece che a Forte dei Marmi in motocicletta a scovare poesie di Hikmet.
    Bel post.
    C.

  13. sergiogarufi Says:

    Non credo proprio, l’ultima volta mi hai umiliato! Bella quella serata…
    un bacio e grazie del complimento.

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