Salud

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Mia zia Salud viveva al Poligono Canyelles, un ampio blocco di edifici popolari alla periferia nord-est di Barcellona. Erano case dignitose e pulite, molto diverse dalle nostre. La vita di quartiere era piacevole. Il bar sotto casa, il campo da bocce, il circolo per gli anziani. Ricordo il concerto degli uccellini in gabbia, presenti in quasi ogni balcone, una cosa a cui non ero abituato, sembrava di stare alla Rambla de los pajaros la domenica mattina. Col marito Gines ebbe due figli e condusse un’esistenza simbiotica, erano sempre assieme rimbrottandosi di continuo. Dopo la vedovanza usciva solo per la spesa e per portare a spasso il cane. Era la sorella di mia madre. Non sapevo che fosse analfabeta. Da bambina non l’avevano mandata a scuola perché doveva badare alle sorelle minori, e in seguito iniziò a lavorare al banco del pesce col padre. Solo le sorelle più piccole come mia madre godettero del relativo benessere raggiunto dopo la guerra civile e poterono studiare. Amava chiosare spesso un discorso con un proverbio. I più gettonati erano il consolatorio “No hay mal que por bien no venga” e il freudiano “Dime de que presumes y te diré de que careces”. Al funerale mia cugina Encarna mi disse che aveva lasciato qualcosa per me: i suoi libri. Erano una ventina di classici del Novecento, tipo La colmena di Camilo José Cela. Le ho chiesto che se ne faceva dei libri, se non sapeva leggere, e sua figlia mi ha risposto che se li faceva raccontare dalla libraia, con la scusa di un consiglio. C’è un personaggio, un ebreo analfabeta di nome Baruch, in Ogni cosa è illuminata, che prendeva i libri a prestito in biblioteca non per leggerli ma “per pensarli”. Forse faceva così anche lei. Encarna mi ha detto che pure all’ufficio postale si vergognava di ammettere la sua condizione, e così fingeva di essersi dimenticata gli occhiali per farsi compilare il bollettino di pagamento. L’impiegata lo sapeva benissimo e stava al gioco. Salud Tejedor – così si chiamava – fece una vita che non si era scelta, per il bene della famiglia e perché le toccarono in sorte anni difficili. Fu una crisalide che non diventò mai farfalla. Mia madre ebbe maggior fortuna. Studiò, viaggiò molto, andò a vivere all’estero e realizzò il suo destino nominalistico, lavorando con i tessuti (tejedor significa tessitore).

8 Risposte to “Salud”

  1. elena Says:

    E’ bellissima questa storia della zia Salud che compra i libri pur non sapendo leggere. E chissà quanti espedienti, oltre a quello dell’ufficio postale, si era inventata per non dover mai confessare di non sapere leggere e scrivere. C’è dentro un romanzo qui.

  2. franz krauspenhaar Says:

    sono d’accordo. è un dado di romanzo. al lavoro, pigrone!

  3. CalMa Says:

    Stavolta ti motivo le mie lodi. Quello che ti riesce da dio, in questi “tranches de vie”, è rimanere leggero, intensamente leggero pur mantenendo viva, lucidamente viva l’attesa per quel che sarà il plot, la vicenda, il suo istmo. La scorrevolezza, la naturalezza della tua prosa sembrano fluire da una mente e da una penna che non fanno alcuno sforzo sicché questo pezzo (tributo che, peraltro, ovunque sia, qualunque cosa sia adesso tua zia, sta sorridendo) dà l’idea di un morso, di un inizio, l’incipit d’un romanzo o d’un racconto più lungo. E’ un peccato atterrare decollando. Mi conforta non esser l’unico a pensarla così (ma anche se fosse cambierebbe nulla).

  4. maria luisa Says:

    scrivi! e non è un invito…

  5. Marina Pizzi Says:

    mia madre ha frequentato la terza elementare e ha litigato con i libri. la sua rarissima scrittura mi fa piangere. per esempio mozza le parole. ha fatto la sarta e ho indossato per anni i vestiti cuciti da lei. io non so tenere un ago in mano.

  6. sergiogarufi Says:

    ciao elena, è vero, chissà quanti espedienti si sarà dovuta inventare, e chissà se ha trovato sempre persone gentili come quell’impiegata che non glielo facevano pesare. forse lì c’è un romanzo, ma come in quasi tutte le storie penso, il difficile è estrarre e svolgere in parole tutta la vita che pulsa lì dentro. franz e maria luisa sono sempre generosi nel loro incoraggiamento, mi spronano a fare il salto, ma ho molti dubbi sulla mia tenuta, ci sono bravi centometristi che non hanno il fiato per la maratona. come minimo dovrei portarmi appresso il ventolin🙂 dice molto bene mauro (calma), io sono un aereo che decolla e atterra nello stesso aeroporto, compio brevi viaggi con la fantasia e i ricordi che però mi riportano subito da dove sono venuto.
    ciao marina, proprio l’altro giorno leggevo i tuoi bellissimi versi con un’amica, ne apprezzavamo il ritmo e la spigolosità che non concede nulla al poetese. credo che tua madre sarebbe orgogliosa di te.

  7. elena Says:

    Quante storie! Quante scuse ci si inventa per non scrivere.:)
    Ma non dico la maratona, ma i cinquemila metri li avrai pure fatti. E pure i diecimila. E a leggerti, non ci credo che ti sei portato dietro il ventolin.
    E poi Mauro CaLMa, non dice che sei un aereo che decolla e atterra nello stesso aereoporto, bensì che è un peccato atterrare decollando.
    E ha ragione.

  8. Francesca Says:

    Ciao Sergio,

    come ti dicevo l’altra sera, hai più fiducia nelle parole altrui che non nelle tue. Intendevo esattamente questo.
    Però, come sono belli i romanzi vagheggiati e mai scritti…

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