La pace finale

sergio piccolo 005

“Perche’ nessuno canta l’aurora? Perche’ ci attrae tanto la fine delle cose?” Questo si chiedeva Borges nei suoi ultimi anni. Non so dare una risposta precisa. Forse è perché lo consideriamo il mistero più grande e insondabile, crediamo che la morte sia un suggello, il principio romantizzante della vita, ciò che le attribuisce un senso; e la morte volontaria allora potrebbe essere il tentativo di trovarlo e riconoscerlo mentre ancora si è coscienti. Quando mio padre spirò non c’era nessuno con lui. Era in coma da un anno e mezzo e io, mia madre e i miei fratelli ci alternavamo al suo capezzale, stavamo con lui dalla mattina alla sera per poi tornarcene ognuno a casa propria. Nell’ultimo “turno” era presente mia sorella. Alle 7, quando uscì dall’ospedale, mi riferì che i medici avevano detto che le condizioni di salute di mio padre erano migliorate. Aggiunse che quel giorno aveva un bel sorriso e lo sguardo luminoso, come di un uomo felice. Non diedi grande importanza alla cosa, i pazienti in coma vigile da molto tempo spesso assumono delle espressioni che non corrispondono esattamente al loro stato d’animo. Poi, alle 3 di notte, fummo tutti avvisati al telefono del suo decesso. Ci ritrovammo all’ospedale e lui aveva ancora quel sorriso beato. In seguito un amico dottore mi disse che capitava spesso, in gergo lo chiamano “miglioria pre-mortis” o qualcosa del genere. Pare che succeda qualcosa di simile anche a chi sta per affogare. E’ definita “ilarità degli abissi”, uno stato di euforia che ti prende negli ultimi istanti di vita, come se ciò che ci uccide ci offrisse insieme un anestetico misericordioso. Pensavo a Kleist, alle sue ultime parole prima di ammazzarsi, quando scrisse “un vortice di beatitudine mai presentita mi ha afferrato”; oppure a Drieu La Rochelle, che parla de “l’ebbrezza dell’allontanamento”. Forse è quello il senso che cerchiamo, e che raggiungiamo solo nel momento fatale, subito prima del distacco. La pace finale, l’assoluzione per i nostri peccati, la liberazione da tutti i rimorsi, le viltà, i fallimenti, i sensi di colpa…

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4 Risposte to “La pace finale”

  1. Marina Pizzi Says:

    da stampare e imparare a memoria. grazie, ma non lo farò perché sono una tartaruga di cornicione. anche mio padre è morto solo, urlando di notte. non so se abbia avuto miglioria pre-mortis, a me disse soltanto “vogliatevi bene”. le sue ultime parole per me. questo che scrivi si narra spesso ed è cosa davvero consolatoria, fa parte delle meraviglie. viene voglia di provare.

  2. sergiogarufi Says:

    ciao marina, grazie, sei troppo buona, un giorno magari mi spiegherai cosa sono le tartarughe da cornicione, che non le avevo mai sentite. le ultime parole di una persona cara s’imprimono meglio nei nostri ricordi se sono semplici e dirette come quelle di tuo padre, e questo tuo commento fa capire che quell’insegnamento non è stato invano.

  3. emma Says:

    Senza parole. Riflessione straordinaria e, spero, vera.
    Anche mio padre è morto da solo, in una struttura paraospedaliera, soffocato dall’accumularsi di liquido nei polmoni. Non ricordo quali sono state le sue ultime parole, rammento solo il suo sguardo pieno di paura, paura di morire.
    Mi auguro che negli ultimi istanti abbia raggiunto anche lui quella “pace finale” di cui parli.

  4. sergiogarufi Says:

    ciao emma, grazie, sei sempre troppo buona con me. dici bene, speriamo che sia così, che tutti abbiano la loro assoluzione almeno alla fine.

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