Nous est un autre

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Alla conferenza stampa che precedette l’inaugurazione della mostra su Christo e Jeanne-Claude, allestita tempo fa al Museo d’Arte Moderna di Lugano, la maggior parte delle domande rivolte dai giornalisti alla celebre coppia di artisti concerneva la suddivisione dei ruoli. Sebbene siano ormai trascorsi più di dieci anni dalla dichiarazione pubblica in cui entrambi rivelavano l’assoluta condivisione di tutte le scelte creative dei loro progetti, dal concepimento fino alla realizzazione, ancora persiste il pregiudizio di voler assegnare alla moglie dell’artista bulgaro il sessista e riduttivo compito di musa ispiratrice, tutt’al più dandole atto di possedere una certa abilità nello sfruttare appieno le potenzialità dei mezzi di comunicazione e nel suscitare consenso e reperire finanziamenti per le idee del marito. Il riconoscimento della paternità congiunta di quei lavori, che risaliva già agli 60, fu molto tardivo perché – come ebbe a dire Jeanne-Claude – “sarebbe stato difficile cercare di spiegare che si trattava di opere d’arte fatte da due artisti”, oltretutto legati pure sentimentalmente. 

Al di là della goffa misoginia che quelle interrogazioni denunciavano, è pur vero che per molta critica l’atto creativo resta di per sé un momento di solitudine, che sembra escludere a priori qualsiasi tipo di relazione. Nous est un autre, il pregevole e originale saggio di Michel Lafon e Benoît Peeters pubblicato di recente in Francia da Flammarion (pp.348, euro 22), ribadisce sin dall’incipit che da questa prevenzione non sono esclusi i libri, perché “uno strano tabù ricorre nella storia della letteratura: la scrittura in collaborazione. Nonostante le scuole e i gruppi, le influenze e le correnti abbiano interessato a lungo accademici, critici e biografi, perdura l’idea che un’opera degna di considerazione debba emanare da una sola persona. L’autore unico continua ad essere parte di questo dogma, e le coppie letterarie vengono sistematicamente ignorate o disdegnate”.

Non si tratta tanto di un libro teorico, dato che non potrebbe esistere una sola teoria delle coppie letterarie, ma di una galleria di storie, una per ognuno dei diciassette capitoli di cui è composto il saggio. Si va dai fratelli Goncourt a Deleuze e Guattari, passando per Flaubert-Maxime Du Camp, Willy-Colette, Erckmann-Chatrian, Marx-Engels, Boileau-Narcejac e Borges-Bioy Casares, fino a sconfinare nel cinema e in altre espressioni artistiche, nelle quali spesso la collaborazione è la norma, o perlomeno un’eccezione diffusa che non suscita alcun tipo di preconcetto perché l’opera stessa è necessariamente il frutto di competenze diverse. Si pensi, per rimanere in ambito cinematografico, alla coppia Powell e Pressburger, ai fratelli Coen, ai Taviani o ai Wachowski di Matrix.

Ma al di là dei differenti codici linguistici, che legittimano nel cinema la presenza di una pluralità di figure professionali mentre la escludono in letteratura, forse il pregiudizio sulla scrittura in collaborazione nasce soprattutto dall’approccio biografico del lettore e del critico, che cercano di rinvenire nel testo i riflessi di una psicologia e di un vissuto personali attraverso i quali ricostruire la precisa fisionomia dell’identità dell’autore. In questo caso, si potrebbe allora affermare che gli scrittori si mettono in società anche per arricchire e complicare la propria biografia intellettuale con nuovi personaggi e nuove storie. E’, in sostanza, la rivelazione di una nuova identità che si ottiene grazie all’occultamento o al camuffamento dell’identità precedente, un po’ come succede negli edifici e nei monumenti impacchettati da Christo e Jeanne-Claude. I sodalizi artistici inoltre depistano il critico-lettore, confondendogli le coordinate canoniche di interpretazione e, allo stesso tempo, invitandolo a concentrarsi sulla pura grammatica della creazione. Un processo, fra l’altro, che viene previamente sottoposto alla verifica del lettore, giacché ciascuno dei due autori è lettore dell’altro.

E’ il caso, per esempio, dei racconti polizieschi di Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, scritti intorno agli anni 40 e firmati a volte con lo pseudonimo di H. Bustos Domecq (Sei problemi per don Isidro Parodi, Due fantasie memorabili), e altre volte con quello di B. Suárez  Lynch (Un modello per la morte). Solo pochi avvertiti lettori come il messicano Alfonso Reyes individuarono, dietro la fittissima e sovraccarica ragnatela di giochi verbali, digressioni e trame inverosimili, l’autentico valore di testimonianza sociale e di critica del linguaggio di quei testi. Più che personaggi letterari, difatti, quelli di Borges e Bioy Casares erano vere e proprie figure linguistiche che svelavano il tentativo di creare una narrazione solo per mezzo della parodia della forma. Un universo puramente linguistico e fabulatorio insomma, il cui motore immobile ma ubiquo è l’ironia, onde l’intero meccanismo narrativo non avesse a patire l’oltraggio di un’esegesi tignosa e ultimativa. Ma quando i lettori scoprirono che quegli autori non esistevano, pensarono che tutti i racconti fossero soltanto delle burle, degli scherzi ingegnosi che non meritavano particolare attenzione.

In realtà, con Bustos Domecq e Suárez Lynch era nato un nuovo autore, una terza figura indipendente che non si limitava ad un solo pseudonimo e che non era la semplice somma di Borges e Bioy Casares. Di più, come ha evidenziato Umberto Eco nel saggio L’abduzione in Uqbar (incluso in Sugli specchi e altri saggi), questi scritti innovavano profondamente anche rispetto al genere, perché nei confronti delle regole codificate dai teorici del romanzo poliziesco come S.S. Van Dine la loro struttura congetturale risultava totalmente “eretica”. Il fallimento di questo progetto letterario, che per certi versi dava forma all’utopia artistica di un panteismo estetico che potesse prescindere da un’unica figura autoriale storicamente accertabile e identificata, è l’ennesima riprova dell’inveterato tabù denunciato da Michel Lafon e Benoît Peeters in Nous est un autre. Da noi, la lunga e fruttuosa collaborazione di Fruttero e Lucentini incontrò forse miglior sorte, tuttavia si dubita fortemente che i loro testi troveranno in futuro asilo nel canone delle antologie scolastiche. Restano da chiarire i motivi per cui quasi tutte le scritture in collaborazione s’inquadrino sovente negli schemi rigidi del genere, forse per imbrigliare all’interno di strutture fisse una fantasia altrimenti incontrollata; anche se questo in parte spiegherebbe l’ostinata ritrosia di molta critica a considerarle “vera letteratura”.

12 Risposte to “Nous est un autre”

  1. antonio lillo Says:

    per come la vedo io tendenzialmente l’autore è già una coppia in una sola persona… c’è lo scrivente (in carne ed ossa ed esperienze) e c’è la persona che lo scrivente vorrebbe essere (proiettandosi nell’opera): entrambi si confrontano nella scrittura del testo e giungono a una mediazione attraverso quella… dico scrivente ma va bene per quasiasi pratica artistica… insomma una continua lotta col nemico interiore (come lo chiamava bob dylan, che manco a farlo apposta è del segno dei gemelli)…

    spero di non essere stato troppo vago… non sono bravo a mettere nero su bianco questo genere di riflessioni…

  2. sergiogarufi Says:

    no invece, sei stato molto bravo, è una bella idea quella dello sdoppiamento dell’autore, e con quello che ho scritto ci sta perfettamente, grazie antonio.

  3. lisa Says:

    Un quesito che non mi ero mai posta, e questo me lo rende ancora più interessante perché amo le domande più che le risposte ( se riuscissi a scrivere un libro sarebbe imperniato sulle domande dalle mille risposte plausibili e quindi senza risposta).
    Non ho letto nessun libro a quattro mani quindi non so di preciso come questa scrittura proceda ma nel considerare la domanda avanzerei anche un’ipotesi partendo proprio da Christo e Jeanne-Claude nel senso che non escluderei che anche nella letteratura non di genere non ci sia una effettiva scrittura a quattro mani che però resta occulta, non dichiarata, forse non riconosciuta come tale neanche dallo stesso scrittore. Non parlo di editing ma di una vera partecipazione nella fase del work in progress, ma a cui si attribuisce il ruolo di musa, ma che di fatto entra a pieno titolo nel corpo della scrittura ma non compare come autore o autrice.
    Non so, è una supposizione. non sono brava nelle risposte.

    ciao
    lisa

  4. Ghega Says:

    Esempio italico, baciato da un successo di vendite, Bice Cariati e Nullo Cantaroni: Sveva Casati Modigliani.
    Partendo da qui, non so se il successo sarebbe comunque arrivato con i due nomi in copertina, dubbio che suppongo si portino anche i coniugi che, a svelamento avvenuto, preferiscono non rinunciare allo pseudonimo.
    Credo ci sia un modo viziato di vedere le collaborazioni e il vizio, secondo me, sta nell’attribuzione di un deficit: “se avete bisogno di quattro mani è perché due non bastano”. I due nomi, anziché trasmettere l’idea di completezza, di sperimentazione, di voglia di approfondire nuove scritture, sembrano rimandare a una manchevolezza, a un’ incapacità del singolo. Può essere che proprio per dimostrare la bontà della collaborazione, il ‘genere’ rappresenti un approdo sicuro (anche per limitare critiche speculative). Altra ipotesi, la letteratura di genere è spesso considerata divertente da chi scrive, disimpegnata e, se proprio vogliamo metterla giù terrena, economicamente redditizia; in quest’ottica non mi sento di escludere che due abilità differenti possano dialogare intorno a “tu pensi alla trama, io ai personaggi, le ambientazioni le costruiamo insieme”, per esempio.
    Il pregiudizio del deficit, come ogni buon pregiudizio, nasce da qualche dato di realtà, ma gli altri dati li crea per portarli a conferma, altri dati ancora li allude lasciando che risuonino amplificati in chi si troverà a utilizzare il pregiudizio per costituirsi una propria opinione.
    E’ curioso come tale pregiudizio non agisca per i testi di saggistica e verso le inchieste giornalistiche, lì la collaborazione è considerata fruttuosa, ricchezza quantificabile in una somma di informazioni. Il dato quantitavo, in questo caso, diventa dato qualitativo, dando all’assunto “se avete bisogno di quattro mani è perché due non bastano” una valenza positiva.

    Ciao.

    Ghega

  5. sergiogarufi Says:

    ciao lisa, cosa intendi per scrittura a quattro mani parlando di “musa”? che l’ispirazione esterna concorre alla formazione dell’opera quasi come un altro autore?
    ciao ghega, mi sembrano molto pertinenti e brillanti le tue osservazioni. sicuramente alla base del pregiudizio sui testi di genere in collaborazione c’è l’idea che l’aiuto di un altro sopperisca a un’incapacità; e che si tratti di un pregiudizio, come osservi giustamente, lo denuncia il fatto che, per quanto riguarda la saggistica, la collaborazione di due studiosi invece è considerata quasi un di più.

  6. lisa Says:

    Quello che intendo è che nella stesura di un romanzo può esserci una collaborazione non intesa come tale ma che di fatto esiste. Ad esempio se io trasferisco conversazioni reali in forma scritta all’interno di un romanzo l’altro assume la veste di personaggio ma in realtà è un inconsapevole co-autore, o anche se io avessi come punto di riferimentoun’unica persona e con cui mi confronto giorno dopo giorno pagina dopo pagina, poi c’è il caso segnalto da Ghega in cui viene usato uno pseudonimo per celare il doppio autore, non escludo neanche che possano esserci casi simili di cui non si è a conoscenza ( non a tutti può interessare avere la patente ufficiale di scrittore).
    Insomma non credo che scrivere a quattro mani sia legato esclusivamente alla letteratura di genere, e condivido quello che dice ghega riguardo le ipossibili ragioni che rendono quest’ultima più propensa a dichiarare la collaborazione rispetto a quella non di genere, mi chiedevo anche che destino avrebbe una poesia scritta a quattro mani…

    ciao
    lisa

  7. Ghega Says:

    Ciao Lisa, la poesia scritta a quattro mani ha un ottimo destino, quest’anno va su tutto😉
    A parte la battuta, vedo fiorire partecipazioni a quattro mani nella poesia e non mi pare ci siano sintomi d’orticaria, però non me ne intendo, le fioriture mi pare siano su singole composizioni.
    Rispetto ai co-autori non ho nulla da aggiungere, se non una suggestione: talvolta, un co-autore inconsapevole diventa consapevole di botto… arrabbiandosi, quando ciò accade può capitare di scoprire prima del tempo chi si celi dietro a uno pseudonimo come J.T.Leroy. Sto calcando un po’ la mano, alle cronache non risulta che l’uomo della scrittrice fosse un co-autore inconsapevole, ma è divertente fantasticarlo, data la natura del personaggio creato.

    Ciao Sergio, grazie🙂

    Ghega

  8. sergiogarufi Says:

    ciao lisa, spiegazione chiarissima, scusa se non avevo capito. sì, in effetti non mi ricordo casi di poesie a 4 mani, strano no? nella saggistica è un pregio, nella narrativa è considerato un handicap, in poesia è molto raro, boh… ghega, che esempi conosci di poesie in collaborazione, giuro che non me ne ricordo…
    e grazie a voi per i commenti, che spesso sono più interessanti dei post.

  9. Ghega Says:

    Sergio, ricordo di aver letto qualcosa su ‘la poesia e lo spirito’, su un altro sito dedicato solo alla poesia e sul sito personale di una giovane poetessa (Chiara Daino). Non avendo mandato a memoria nomi e titoli nello specifico, (soffro di una distrazione quasi patologica) sono andata a cercarli con il motore di ricerca più in voga del secolo e, con sorpresa, non ho trovato le poesie in questione, poiché avevo inserito nella casella di ricerca la dicitura “poesie a quattro mani” (dicitura non sufficiente), in compenso mi si è aperto un mondo e ho scoperto un fenomeno tutto da indagare.
    Pare che le collaborazioni siano amate da chi non tema di aprire il proprio universo espressivo a un diverso ‘sentire’ espressivo; superato l’inevitabile narcisismo, lo scambio di immagini e la contaminazione tra esse, rappresentano un portato di disponibilità e apertura all’ ‘altro’, e non l’ausilio di una stampella. Credo rappresenti un movimento proveniente dal basso che presto intaccherà sfere più istituzionalizzate, questa la sensazione che ne ho ricavato e, in quanto tale, personale e discutibile, ma tra qualche anno ciò che ho scritto risulterà quasi profetico.;-)
    Se questa visione delle collaborazioni dovesse prender piede, c’è speranza che anche in letteratura si possa cambiare rotta, liberando il campo da influenze pregiudiziali che sì, sono comunque da ascoltarsi, ma che finiscono spesso per “buttarla in vacca”, grazie anche a considerazioni che hanno poco a che fare con la costituzione e l’essenza di un gesto creativo.

    Riflettevo sul termine ‘contaminazione’, sul suo uso, è un concetto mediato dalla biologia organica e depurato dalle sue valenze infauste attraverso un atto di appropriazione e decontestualizzazione. In ambito artistico acquisisce un significato positivo, diventa matrice di senso, nell’augurio che due entità espressive differenti si incontrino, relazionandosi. Ciò è chiaro e leggibile quando arti fortemente caratterizzate provano a dialogare tra loro, la contaminazione elimina in un sol colpo l’idea di stampella, riportandoci a uno scambio alla pari non per povertà di mezzi, ma per vivacita e curiosità esperienziale. Chiedo, è altrettanto chiaro quando non sono due arti distinte a dialogare, ma due rappresentati di una stessa arte? Le differenze in parte si stemperano, la contaminazione svanisce, l’azione diventa di mutuo soccorso (tranne nelle forme d’arte per così dire corali, o che hanno la coralità insita nella propria natura). Se nella poesia siamo portati, a seguito della nostra storia culturale, a riconoscere il primato di una soggettività espressiva (con la creazione di nuovi linguaggi sempre più aderenti e funzionali a quell’ ‘io’), e, quindi, siamo portati a considerare il poeta come ‘soggetto assoluto’, un ‘tutto’ contaminabile anche da un altro poeta (narcisismo permettendo), in letteratura ammiriamo una prolungata acerbità. Mi spiego, lo scrittore è considerato un ‘tutto’ nella sua accezione di ‘classico’, l’arte è riconosciuta totalmente in lui solo se gli si attribuisce piena e completa rappresentanza dell’arte stessa. Quando uno scrittore ritenuto ‘classico’ collaborerà con un collega di altrettanta levatura, lì si parlerà di contaminazione, di due entità talmente grandi, rappresentative e distinte, da evocare l’incontro tra due arti differenti. O di due Mondi.

    Nella saggistica e nelle inchieste giornalistiche la somma matematica degli apporti è qualità? Forse perche non le si considera arti. Un’apparente vantaggio mostra in realtà la presenza di un preconcetto assai più penalizzante in fase di conferimento dei significati.

    Ghega

  10. Ghega Says:

    Scusate gli errori, diventati tali per la sostituzione dei termini ai quali si riferivano.😛

    Ghega

  11. sergio garufi Says:

    cazzo, dovrei riscriverlo tutto quell’articolo, a partire dalle mille sollecitazioni e riflessioni che avete offerto tu e lisa. a la poesia e lo spirito collaboravo fino a poco tempo fa, poi ne sono uscito obbedendo alla mia naturale vocazione a segare i rami su cui sono seduto. per la verità non mi ero accorto di poesie a 4 mani annunciate lì, in ogni caso concordo che possa essere un esperimento interessante, anche per mettere a freno l’egotismo ipertrofico di molti poeti🙂 contaminazione è un vocabolo rinato, come dici tu nasce con la tabe scientifica e si riabilita in ambito umanistico, curioso. altro che errori, grazie mille ghega…

  12. Ghega Says:

    🙂

    Ghega

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