Lo sguardo degli altri

bianciardiSulla copertina di un numero di Pulp c’è un bel primo piano di Bianciardi. Si dice sempre quant’è bella la faccia di Beckett, così particolare, severa, ma io preferisco quella del grossetano, gonfia e triste, con gli occhi liquidi e sporgenti. E’ una faccia che non sta mai in posa. E’ una faccia senza tralalà.

Non sapevo cosa fosse il tralalà. Poi ho letto su Repubblica un saggio inedito di Milan Kundera che parlava di un brano di Céline, tratto dal libro Da un castello all’altro (Einaudi, pag.131-133). E’ l’episodio della morte di Bessy, la cagna di Céline. Céline amava gli animali. Il gatto Bebert, il pappagallo Toto, i vari cani. A loro dedica la sua ultima opera, Rigodon. In Céline a Meudon, images intimes 1951-1961, di David Alliot (Ramsay), è ritratto spesso in loro compagnia, sembra un clochard con fissa dimora. L’adorata cagna Bessy era stata trovata in Danimarca. A Meudon si ammala di cancro, sta per morire:

«Non volevo farle una puntura… nemmeno darle un po’ di morfina … avrebbe avuto paura della siringa… non le avevo mai fatto paura… è rimasta in fin di vita almeno quindici giorni… oh non si lamentava, ma io vedevo… non aveva più forze… dormiva accanto al mio letto… a un certo punto, un mattino, ha voluto uscire di casa …volevo stenderla sulla paglia… non ha voluto … voleva stare da un’ altra parte … nel posto più freddo della casa, sui sassi… si è allungata dolcemente … ha cominciato a rantolare … era la fine … me l’avevano detto, io non ci credevo … ma era vero, si era distesa in direzione del ricordo, da dove era venuta, dal nord, dalla Danimarca, il muso a nord, rivolto a nord … una cagna estremamente fedele, fedele ai boschi dove fuggiva, Korsor, lassù … fedele anche alla vita atroce … i boschi di Meudon per lei non significavano niente … è morta dopo due, tre rantoli… oh, molto discretamente … senza nessun lamento … con una postura davvero molto bella, slanciata, in fuga; … ma su un fianco, stremata, finita … il naso verso le sue foreste in fuga, lassù da dove veniva, dove aveva sofferto … Dio sa quanto! Oh, ne ho viste di agonie … qui, là … dappertutto … ma mai nessuna così bella, discreta … fedele … quello che danneggia l’agonia degli uomini è il tralalà… l’uomo, malgrado tutto, è sempre su un palcoscenico … il più semplice».

Questo brano famoso lo conoscevo bene già prima di rileggerlo grazie a Kundera. Mi era piaciuto molto, ma non ero rimasto così impressionato come dopo questa lettura, e il merito è sia di Kundera che di Massimo Rizzante, il traduttore. Nel libro Einaudi con la traduzione di Giuseppe Guglielmi, al posto di “tralalà” si dice “mostra”. “Ciò che nuoce all’agonia degli uomini è la mostra!” Non rende altrettanto bene. Le pseudoparole come tralalà invece, quei neologismi che non significano nulla, che per veicolare un concetto si affidano unicamente all’onomatopea, hanno un’efficacia semantica molto maggiore. E in più tralalà rispetta fedelmente l’originale.

Ma è proprio così? L’uomo, anche il più semplice, si sente sempre su un palcoscenico? E la posa e l’affettazione hanno bisogno necessariamente dell’altro per manifestarsi o si può recitare anche per un pubblico inesistente, si può essere pubblico di se stessi? La fortuna dei programmi di candid camera nasce dalla curiosità di osservare come si comportano le persone quando non sanno di essere guardate, di coglierne la spontaneità sempre più rara, dato che molti pensano e vogliono essere continuamente osservati, la c.d. vetrinizzazione sociale. Perfino il timido convinto che tutto cospiri contro di lui, che il mondo intero rida al suo minimo inciampo, è in questo senso parente stretto del narciso: sono entrambi vittime di un soggettività esasperata, gli estremi di una coscienza infatuata di se stessa.

Stando a DeLillo non solo le persone cambiano al contatto con lo sguardo altrui. Nel primo capitolo de L’uomo che cade si narra l’attacco alle Torri Gemelle:

“Fece in tempo a udire il rumore del secondo crollo. Attraversò Canal street e cominciò a vedere le cose, per qualche motivo, in modo diverso. Non parevano pregnanti come al solito, le strade lastricate, i fabbricati in ghisa. C’era una qualche mancanza cruciale nelle cose intorno a lui. Erano incompiute, per così dire. Erano inosservate, per così dire. Forse era quello l’aspetto che avevano le cose quando non c’era nessuno che le vedesse.”

Nell’installazione di Alberto Garutti intitolata Che cosa succede nelle stanze quando gli uomini se ne vanno, realizzata per il PAC di Milano qualche anno fa, gli arredi acquistano una luminescenza particolare in assenza di sguardi, ma tutto ciò si può capire solo quando il museo chiude e i visitatori escono.

Lo sguardo delle persone altera le cose, le opacizza invece di illuminarle perché conserva un nucleo di personalismo ipocrita e sentimentale, come in quel formidabile apologo di Rumore bianco, “il fienile più fotografato d’America”, in cui i turisti fanno “fotografie del fare fotografie”, finendo in pratica per cartolinizzare la realtà. Il turista è un agente di kitschizzazione del mondo, su tutto ciò che guarda si stende un implacabile velo di falsità. Il problema è che il turista è sempre l’altro, non diversamente da quelle vacanze all’estero in cui ci si lamenta che “c’erano troppi italiani”.

11 Risposte to “Lo sguardo degli altri”

  1. emma Says:

    Ciao Sergio,
    il testo di Kundera che citi fa parte di una raccolta di saggi, sempre di Kundera, appena pubblicata da Einaudi (“Un incontro”, Adelphi). Fra questi ce ne sono due bellissimi, uno su Francis Bacon e l’altro su Curzio Malaparte, che ti consiglio vivamente. I saggi di Kundera (“L’arte del romanzo”, “Il sipario”, “I testamenti traditi”) sono una delle letture più piacevoli e intelligenti che conosca.

  2. monica vannucchi Says:

    Bel pezzo, grazie Sergio! e grazie anche a Emma per la segnalazione… corro a leggere il saggio su Bacon, poi magari ne riparliamo!

  3. linnioaccorroni Says:

    caro serghei,
    non voglio fare sfoggio di pedanteria filologica o di ermenutica della traduzione, ma nel libro di kundera, citato da emma, il’tralalà’ che anche a me aveva colpito nell’anticipazione su repubblica, viene inopinatamente cambiato dallo stesso rizzante in un anodino ‘ ciò che nuoce nell’agonia degli uomini è l’esibizione'( pag.35). una ripulitura che priva la frase della sua forza espressiva:come se qualcuno, per farlo lavorare meglio, avesse riassettato lo studio di bacon:-)
    perchè rizzante abbia fatto questo è un mistero non troppo gaudioso.
    chiaro che mi piacerebbe conoscere a questo punto ciò che scrive davvero céline, la cui petit musique in italia ha conosciuto spesso pessimi interpreti ( penso alla traduzione di ferrero del voyage).
    la faccia di bianciardi,cmq,è bellissima: un esempio da manuale di ontlogia dei volti.

  4. antonio lillo Says:

    una cosa simile a quella del tralalà mi è capitata leggerla una volta in una traduzione di rimbaud, ma non ricordo più di chi… c’era una frase delle stagioni del male che a memoria faceva più o meno così “recentemente, sul punto di fare l’ultimo crack! ecc…” e il traduttore non metteva crack! che era la cosa più semplice e bella traduceva in “caduta”, e io continuavo a chiedermi, ma perchè non crack! ha più senso… ma se cambi anche quello che non serve quella è ancora traduzione?

    poi un aneddoto su bianciardi che sono sicuro ti piacerà, verso la fine della guerra o poco dopo bianciardi ha vissuto per un poco nel mio paese (lo cita pure di sfuggita nella vita agra) e a quanto pare arrivò accolto come una sorta di eroe, rappresentate della vera cultura “internazionale” in questo borgo arretrato del sud e se ne fuggì di notte alla chetichella perchè nel frattempo aveva inguaiato una donna sposata e il marito lo cercava per sparargli…

  5. Gina Says:

    Il problema delle traduzioni è complesso. Se mi si consente una piccola difesa della categoria, il traduttore è invisibile quando è bravo, improvvisamente cospicuo quando scivola su una buccia di banana.

    Ma il vero problema è un altro: una traduzione pubblicata non è mai interamente farina del sacco del traduttore. Tra l’autore e il lettore si interpongono, oltre all’umile o al meno umile mediatore linguistico, come minimo un revisore e/o un editor e un correttore di bozze. E c’è sempre qualcuno che trova un passo poco scorrevole, un registro troppo “alto”, un neologismo inaccettabile, un termine spigoloso. La consegna per il traduttore è, troppo spesso, SCORREVOLEZZA. Con buona pace dell’accuratezza filologica e del rispetto della voce dell’autore, che tanto vengono predicati in tutti i corsi di traduzione.

    Non conosco il libro di Kundera che cita Emma, ma mi sorge spontaneo un dubbio: che la traduzione di Rizzante non sia stata da lui inopitamente cambiata in quest’occasione, ma dall’eventuale curatore, dal revisore, dal correttore di bozze, dalla donna delle pulizie… senza naturalmente interpellare il traduttore. Oppure, che il traduttore di Kundera abbia ritradotto il passo. Non conosco il caso specifico, ripeto, ma tutto è possibile.

    Quanto a Rimbaud, ricordo una bella lezione di Maurizio Cucchi sulla traduzione poetica. Si faceva l’esempio proprio di una poesia scritta da un Rimbaud sedicenne, semplice e fresca, che in italiano era stata tradotta in modo orribilmente pomposo e quindi stravolta. Evidentemente parole come tralalà e crac non sono ritenute degne di entrare nell’olimpo della letteratura…

  6. sergiogarufi Says:

    ciao emma, ho iniziato a leggere il libro di kundera che mi hai dato ieri, grazie. anche per me lui è un ottimo saggista.
    ciao monica, grazie dei complimenti e dell’attenzione.
    ciao linnio, molto bello il parallelo con il riordino dello studio di bacon. anch’io come gina, che è un’ottima traduttrice, sospetto che il cambiamento gli sia stato imposto. è un peccato perché tralalà oltre ad essere efficace era pure fedele, in originale difatti è uguale.
    ciao antonio, molto bello l’aneddoto bianciardiano, lo fa assomigliare al cagnacci, altro sciupafemmine geniale.

  7. Marco Rossari Says:

    “Tralala” è bello, ma resta una parola francese che ha un significato ben preciso: se guardi il dizionario trovi “pompa, sfarzo”. A questo punto sarebbe stato meglio trovare una parola italiana simile, che desse l’idea del mettersi in posa, dell’affettazione. Io proporrei “birignao”.

  8. Gina Says:

    Ma il birignao è tutt’altra cosa: un modo di parlare affettato, tipo quello delle doppiatrici degli anni 40…

  9. Marco Rossari Says:

    Sì, ma estensivamente pensavo a Gassman quando appunto si atteggiava. In più nel brano di parla appunto di “palcoscenico”. Almeno è una parola che ha un suono buffo, ecolalico. “Tralala” in italiano potrebbe voler dire qualsiasi cosa, mentre in originale vuol dire “pompa magna” ecc. La traduzione deve anche recuperare un suono.

  10. linnioaccorroni Says:

    il valore aggiunto del tralalà è anche dovuto al fatto che è molto usato nell’opera lirica( rossini and il barbiere,mozart and il flauto magico,la boheme, etc…)con tutti gli annessi e connessi del caso.
    ma céline amava le ballerine …

  11. sergiogarufi Says:

    la proposta di marco è interessante ma resto ugualmente con linnio e gina, tralalà mi pare la parola più adatta pur nei distinguo fra una lingua e l’altra.

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