Le età dell’uomo

giorgione

Circa tre anni fa mi rivolsi a un’agenzia immobiliare di soli affitti per cercare una nuova casa. La volevo vicina al centro, per poter andare a lavorare a piedi, e con due camere da letto. La prima che mi mostrarono fu quella che scelsi, e dove sono ora che sto scrivendo. Era un appartamento molto più bello di quanto pensassi di potermi permettere. E’ una casa indipendente, con la sua entrata autonoma dalla strada, una scala interna che conduce a un terrazzo circondato per tre lati dall’appartamento (il bagno, la lunga sala e la cucina), e sull’ultimo lato la vista sul grande giardino di una scuola. Feci un’offerta leggermente inferiore che venne subito accettata e la presi senza esitazioni.

Ora che sono tornato a viverci dopo la separazione mi sono reso conto che anche la via dove si trova la mia casa è speciale. Si chiama via Raiberti. E’ una piccola strada di 200 mt. ma in questo breve tratto c’è tutto, una sorta di aleph, un microcosmo in sé e per sé completo. Dal lato opposto al mio c’è una cortina ininterrotta di palazzi, mi pare sei, alcuni della fine dell’800 e i più recenti degli anni 40. Dalla mia parte invece c’è un edificio con l’entrata principale e un piccolo portone secondario, quello dove sto io, poi un caseggiato basso con la corte a U intorno a un giardino e infine una scuola elementare, però con il fronte arretrato rispetto alla strada a causa del parchetto.

E’ una via speciale perché in momenti diversi diventa un palcoscenico dell’eterno e ciclico spettacolo della vita, puoi vedere le varie età dell’uomo e le sue diverse condizioni esistenziali. Verso le due del pomeriggio escono nel parchetto i bambini della scuola. Di solito è quando scendo all’intervallo di pranzo per buttare la spazzatura. Mi piace guardarli mentre giocano a nascondino o a un-due-tre stella! Sarà pure la generazione tecnologica che a casa si ipnotizza davanti a uno schermo, ma nei giochi all’aperto ripetono gli stessi gesti ed azioni di sempre. Fumo una sigaretta e li osservo dall’inferriata. Una bambina di circa 6 anni dice a un bambino “facciamo che io muoio e tu mi cerchi”, lui è un po’ interdetto, non coglie subito la richiesta di attenzione. Dopo poco noto lo sguardo allarmato delle maestre, che evidentemente temono che io sia un pedofilo, a tanto siamo arrivati con questa cultura del sospetto.

La notte invece è dei ventenni che affollano il locale che sta di fronte a me quasi all’angolo della via. Si chiama Tridente, non sapevo che fosse il must per quei ragazzi. Soprattutto d’estate c’è un casino assordante, perfino cori da stadio, e con le finestre aperte per il caldo è impossibile non sentirli. Anche parcheggiare una di quelle sere diventa un problema. Di solito c’è sempre posto, ma il week-end devi girare intorno all’isolato più volte per lasciare l’auto. Poi si ubriacano, si fermano sotto le finestre a parlare a voce alta, pisciano contro il muro oppure vomitano, e mi sa che è per questo che casa mia costava meno del previsto. Certe volte mi vien voglia di tirargli una secchiata d’acqua, poi mi ricordo che alla loro età io facevo lo stesso e lascio perdere.

Infine il piccolo caseggiato con giardino che confina con casa mia ospita l’Opera San Vincenzo De Paoli, un istituto di carità che dà vitto e alloggio agli homeless. Verso mezzogiorno si nota un gruppo eterogeneo di alcolizzati ed extracomunitari che si accalcano di fronte al portone per ricevere un pasto caldo gratis. Fra questi c’era pure Francesco, un barbone conosciuto in città per il suo abbigliamento a strati, l’inseparabile carrello strapieno e il carattere scontroso, forse riflesso di questo nome composto da ben tre spigoli consonantici.

Anni fa, durante un inverno particolarmente rigido, mia madre gli offrì di dormire una notte nel magazzino riscaldato del suo negozio. La cosa non mi fece piacere. Le contestai che c’erano cose di valore e avrebbe potuto rubarle, ma mi rispose che era stato chiuso dentro, la custode aveva le chiavi e la mattina seguente gli avrebbe aperto controllando che non mancasse niente. Il giorno successivo, all’apertura del negozio, la portinaia ci disse che se n’era già andato alcune ore prima. Resosi conto che era bloccato aveva fatto un casino d’inferno, lei allora gli aveva aperto e lui era uscito bestemmiando incazzato. Naturalmente non era stato preso nulla, i miei sospetti erano infondati. Francesco aveva preferito una gelida libertà al confortevole tepore di una cella.

Poi per lungo tempo non lo rividi più, finché ai primi di aprile lo scorsi in fila qua sotto a mezzogiorno. Siccome ogni tanto vado a portare ai preti del cibo per i loro ospiti, una volta chiesi se lo conoscessero, e così mi raccontarono la sua storia. Non era vecchio come credevo. Aveva solo 58 anni. In passato era stato un professore di liceo a Genova, di chimica o qualcosa del genere. Si era ridotto in questo stato dieci anni fa, dopo la morte della moglie. Non aveva figli e non dormiva mai lì.

Ieri notte stavo fumando alla finestra quando ho visto arrivare un’ambulanza. Ha caricato qualcuno dall’Opera San Vincenzo e se n’è andata con le sirene accese. Oggi prima di andare a lavoro sono passato da lì e ho chiesto cos’era successo. Mi hanno detto che è morto Francesco. Da due giorni aveva accettato di rinunciare alla propria libertà e si era fermato anche per la notte, sembrava solo affaticato. E’ stato un attacco cardiaco. Fuori c’era il suo carrello vuoto con l’euro infilato nella fessura, il suo obolo di Caronte.

15 Risposte to “Le età dell’uomo”

  1. kalle Says:

    gran bel pezzo, Sergio.

  2. luigi weber Says:

    Struggente. E istruttivo. Il dolore spesso rende egoisti, o incita al trallalà, come dicevi nel post precedente, cioè a quell’indomabile bisogno di confessarsi, raccontarsi, mettersi in scena, farsi compatire.
    Ma è vero anche il contrario: quando si soffre, si hanno gli occhi più sensibili, e si diventa capaci di vedere la sofferenza altrui.

  3. sergio pasquandrea Says:

    Io certe volte mi scopro a chiedermi che cosa farei se perdessi mia moglie e mia figlia, e finisco sempre per pensare che farei esattamente quella fine lì.

  4. franz krauspenhaar Says:

    sì, struggente. grazie sergio.

  5. emma Says:

    Un pezzo davvero toccante. E’ bello come riesci ad ampliare lo spettro delle riflessioni partendo da te stesso per approdare all’altro. il tuo Francesco mi ha ricordato il personaggio di “El Chivo”, il barbone ex-filosofo di “Amores perros”, il film di Iñárritu.
    Ne vogliamo ancora di pezzi così!

  6. gianni biondillo Says:

    http://maps.google.it/maps?hl=it&rls=GGLD,GGLD:2004-06,GGLD:en&um=1&ie=UTF-8&q=Via+Giovanni+Raiberti,+11+-+Monza&fb=1&split=1&gl=it&cid=0,0,1028229002780268197&ei=4bsWSsMly-v8BqiZ7IcN&sa=X&oi=local_result&ct=image&resnum=1

  7. emma Says:

    @ Gianni: come vanno le “passeggiate” sul quel percorso (non citabile) così ostico e inadatto al clima stagionale? Hai già avuto le visioni?

  8. monicavannucchi Says:

    Bello Sergio, pezzo delicato e molto empatico. La storia di Francesco mi ha ricordato quella di Angelino, barbone del rione mio e del Presidente Napolitano. Angelino sta invecchiando; forse dovrei raccontare di lui, mi sa che lo farò prima o poi. Grazie di cuore!

  9. gianni biondillo Says:

    Emma, lasciamo perdere…

  10. sergiogarufi Says:

    grazie.

  11. Gunale Says:

    Un bel pezzo, grazie.

  12. CalMa Says:

    Sei bravo tu, sei bravo

  13. sergiogarufi Says:

    grazie anche a gunale e a mauro.

  14. enar Says:

    E’ strano ma pare di conoscerti da una vita

  15. matteo ciucci Says:

    Eccezionale.

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