Libere associazioni

moleskine

Theodore Sturgeon era un autore di libri di fantascienza. Durante un’intervista la giornalista gli chiese perché uno scrittore bravo come lui sprecava il suo talento con un genere letterario di serie B, che per il 90% è merda. Lui rispose: “Il 90% di qualsiasi cosa è merda”. Quando riferisco questo aneddoto mi accorgo che piace, gli amici mi sorridono complici. Siamo tutti d’accordo sul fatto che il 90% di qualsiasi cosa è merda, e tutti siamo certi di appartenere al restante 10%. Lo snobismo di massa, tanto inconsapevole quanto diffuso, trova la sua massima espressione nel rigetto verso i propri connazionali all’estero, i vacanzieri cafoni ritenuti responsabili delle peggiori nefandezze.

“Il turismo della realtà”. E’ questo che bisogna evitare, secondo Christian Raimo. Nella sua prefazione a Il corpo e il sangue d’Italia, una raccolta di reportage edita da minimum fax, quello è il difetto principale e il limite più evidente di molte inchieste giornalistiche. Il turismo della realtà è superficiale, enfatico, sensazionalistico. Riduce ogni fenomeno a folklore, degrada la testimonianza sociale a souvenir antropologico, l’importante è mantenere il distacco. “Si cerca il capro espiatorio della settimana: può essere il presunto affiliato ad Al Qaeda, il pitbull, il lavavetri, il pirata della strada ubriaco, il pedofilo, in una teoria infinita di uomini neri che dovrebbero rappresentare il lato oscuro che spieghi il male della società.”

La soluzione la fornisce Antonio Pascale nel saggio intitolato “Il responsabile dello stile”. Prende a pretesto un racconto di Moresco, “I maiali”, incluso nella raccolta Patrie impure. Qui il mantovano si cala nei panni di un ucronico Alfredino Rampi che rifiuta la mano dei soccorritori per denunciare il voyeurismo morboso dei tanti guardoni che si assiepano all’imboccatura del pozzo. Ma “per contestare i maiali guardoni, è più scandaloso assumere il punto di vista (eroico) di un puro ragazzino di 5 anni (allontanandosi così dal maiale che è in noi), oppure quello di un vecchio maiale che sta nei pressi del buco a guardare?”

Su Tuttolibri del 12/1/2007 ci si lamenta che, a parte La casta, l’ultima volta che un titolo di saggistica scalò le classifiche fu con La rabbia e l’orgoglio della Fallaci, ossia nel 2002. C’è niente da fare, Gomorra passerà alla storia dei generi come opera di finzione, o perlomeno come un testo in cui gli elementi di invenzione prevalgono sui documenti. Genna sarà contento, lui che si era “speso tanto con Mondadori” affinché quel libro venisse esposto nel reparto “narrativa”. All’epoca tutto quello sbattimento mi colpì, soprattutto perché proveniva da chi si era sempre dichiarato a favore del meticciato dei generi, delle scritture ibride. Stefano Bartezzaghi, commentando la presenza di Saviano a Che tempo che fa, nota le curiose preoccupazioni del presentatore e dello scrittore, “che sembravano ansiosi di evitare anche il minimo sospetto che possa trattarsi di un saggio: tanto ansiosi da arrivare alle soglie del vietissimo «si legge come un romanzo»”. Poi su Repubblica esce un pezzo intitolato “Ritorno a Gomorra”, in cui Roberto racconta di un suo viaggio a Casal di Principe. Qui l’ostilità dei suoi detrattori si sposa con le tesi dei suoi più fervidi estimatori. Alcuni ragazzini che lo circondano, difatti, gli si rivolgono con dei complimenti: “bello il romanzo che hai scritto, proprio nu’ bellu romanzo”; intendendo sottolineare del libro l’aspetto della finzione, della storia inventata, che vanificherebbe il suo valore di denuncia.

“Il Caravaggio disse che tanta manifattura gli era a fare un quadro buono di fiori, come di figure”. Così scrisse ai primi del ‘600 il marchese Vincenzo Giustiniani, suo collezionista, al cardinale Borromeo. Ecco, se fossi un autore di genere, tipo Sturgeon, probabilmente mi appellerei all’autorità del Merisi invece di rifugiarmi nel solito 10% di happy few.

E’ un po’ che non leggo narrativa, sarà un sintomo di vecchiaia. Libri di foto, taccuini, diari, memoriali, epistolari, autobiografie, qualsiasi cosa ma non la finzione. Mi suona falsa, come ai guappi di Casal di Principe. Ricerca frustrata, naturalmente. Lo scarto fra l’intenzione di ricostruire fedelmente una vita e la vocazione apologetica del sé è irriducibile. Si può mettere alla berlina l’io del passato, molto più difficile e coraggioso è prendersela con l’io attuale. E’ che ci si sforza di dare un senso, una coerenza logica retrospettiva a un ammasso di eventi slegati e accidentali. Anche questa è a suo modo una manifestazione del “tralalà”, un imbellettamento cosmetico della vita. Il rifiuto del tralalà mi ha spinto fino a Vincenzo Rabito, il bracciante semianalfabeta siciliano autore di Terra matta (Einaudi), la sua sgrammaticata e picaresca autobiografia. Qui l’autore sta sporgendo querela. E difatti lo stile, sin dall’incipit, è quello di una denuncia ai carabinieri, in cui “il sotto scritto” bestemmia e impreca dichiarando le sue generalità, la residenza e lo stato civile, per poi additare il vero colpevole di tutte le sue disgrazie, quel “Patreterno, che quelle che voglino vivere onestamente in vece di aiutarle li fa morire”. E’ una lettura commovente e spossante, al termine si rischia il ricovero dal logopedista.

La libreria Utopia di Milano ha pubblicato un libriccino inedito di Giorgio Manganelli, da alcuni considerato apocrifo. Si tratta di Intervista a Dio, una delle sue “interviste impossibili”. Fu rifiutata sia dai dirigenti radiofonici che dall’editore perché ritenuta blasfema. Dev’essere per quella frase a pag.39, in cui l’altissimo confessa il suo disgusto nei nostri confronti. Dice: “Non vi amo, ma odiarvi è troppo faticoso. Io direi che mi fate schifo”. Bah, perché blasfema? Sono le stesse parole pronunciate da Giovanni Paolo II nel dicembre 2002, quando commentò il cantico di Geremia (14, 17-21): “Oltre alla spada e alla fame c’è una tragedia maggiore, quella del silenzio di Dio, che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dell’agire dell’umanità”.

A Travale, un piccolo paese toscano al confine delle province di Grosseto e Siena, il prete era un brillante oratore. Bianciardi lo ricorda con affetto ne Il lavoro culturale (Feltrinelli, pag.23). Dice che “durante la settimana di Pasqua faceva la sua predica sulla Passione e la morte di Gesù, e le donne, a un certo punto, nel sentir raccontare così bene la flagellazione, la tortura, la corona di spine, i chiodi conficcati nelle mani, si misero a piangere, tutte. Al buon sacerdote dispiacque di aver provocato tanto dolore, e così si interruppe, e rivolgendosi direttamente alle fedeli, fece:«Via, figliole, non piangete così. Quello che vi ho raccontato è successo tanto tempo fa, e forse non è nemmeno vero.»

15 Risposte to “Libere associazioni”

  1. luigi weber Says:

    Finale magnifico, Sergio. Impressionante.
    Accipicchia, mi dispiace che non leggi più narrativa, era da un po’ che serravo le mascelle per impedirmi di chiederti di dare un’occhiata al mio… ok, ok, come non detto.
    Rabito inizia in modo folgorante, ma a me puzza di falso. Non so perché, da un certo punto di vista Einaudi non lo credo davvero un editore che si faccia pigliare per il naso, né sono più tempi che simili operazioni (il letteratissimo sotto travestimento di analfabeta, già pronto, magari tra qualche anno, a gettare la maschera) abbiano margine di credibilità o d’interesse. Eppure a me il bracciante che scrive mille paginette densissime iniziando con una requisitoria contro dio mi pare troppa grazia per non essere un’invenzione…
    Se ne avete, accetto lumi in merito.

  2. sergiogarufi Says:

    Luigi, se non mi fai leggere subito il tuo ecc mi offendo a morte!

  3. lisa Says:

    “Ecco, se fossi un autore di genere, tipo Sturgeon, probabilmente mi appellerei all’autorità del Merisi invece di rifugiarmi nel solito 10% di happy few.”

    Una chiave e un punto di riferimento potrebbe essere quel famoso specchio convesso che dovresti acquistare prima o poi.

    Proprio ieri sera leggevo la poesia di John Ashbery che porta il titolo di quel quadro del Parmigianino e leggendo ora questo tuo post riflettevo sul fatto che una forma letteraria come la poesia si regge invece, incontestata e indisturbata, proprio sulla deformazione della realtà , ma non solo poiché come in “autoritratto in uno specchio convesso” l’artista deforma anche se stesso per dimostrare la sua capacità di cogliere la realtà che così ci appare reale proprio perché ci viene mostrata deforme.
    Ma è poesia. Una sorta di vezzo interiore a cui viene concessa un specie d’immunità dalla realtà stessa, e se vogliamo anche quel suo “tralala”.
    Ma forse il punto è chiedersi quanto la narrativa riesca a discostarsi da tutto questo, quanta capacità ha di contenere in sé narrazione e realtà e di generare una realtà in cui l’una non prevalga sull’altra deformandola?

    ciao
    lisa

    p.s se riesci a decifrare cosa ho scritto diventi il mio mito perché ho seri dubbi sulla sensatezza di quello che ho scritto 🙂

  4. antonio lillo Says:

    non so se ho capito bene il discorso (magari ho frainteso) ma io direi che è il contrario, cioè che il tuo discorso va molto meglio per la prosa che per la poesia di oggi, perlomeno molta poesia giovanile più che sulla deformazione della realtà si regge sulla sua rappresentazione nuda e cruda, senza alcun effetto iperrealistico (giochi verbali a parte)…
    questa è garante di un realismo che invece in prosa non esiste più ed è persino rifiutato come poco appetibile, poco commerciale, incapace di stimolare i sensi dei lettori più smaliziati… e infatti la poesia, con tutte le sue semplici verità offerte al mondo, non se la legge più nessuno… al massimo le poesie d’amore, lì non c’è imperrealismo che tenga…

  5. antonio lillo Says:

    ps. ovviamente il mio commento era rivolto a lisa e non al suo pezzo, mr. garufi…

  6. dario Says:

    …Qoelet addirittura alza la percentuale di merda al 100%…

    (complimenti, tra l’altro, per aver riconosciuto la citazione del papa da manganelli…ma com’è andata, ascoltavi l’angelus alla radio ed hai avuto la folgorazione “azz, ma questo è manganelli!”? …e come sempre, grazie per questi frammenti).

    dario

  7. fernando coratelli Says:

    “Dopo i 18 anni scrivono poesie solo i poeti e gli idioti” ammoniva Croce e gli faceva eco De André al microfono di Mollica.
    Fra il 90% di merda e gli idioti rischiamo il collasso di qualsiasi arte. O il collasso è già avvenuto? Saviano ha scritto un romanzo, no Saviano ha scritto un reportage, ma no è un romanzo. Si può andare avanti così all’infinito. E allora mi viene da pensare che nella querelle tra fiction e faction, troppi fingono di farlo e pochi si fanno. C’è stata un’era dell’eroina, ma oggi eroi non se ne vedono.
    Vabbè, fra il serio e il faceto, visto che non leggi più narrativa giovedì ti regalo la mia storiaccia così poi avrai ottimi motivi per non aprire mai più un romanzo. ;-P

  8. lisa Says:

    ciao antonio.
    Direi che parlando di “molta poesia giovanile” in un certo senso definisci un genere o una fase di un percorso poetico che deve giungere ad una maturazione. Non escludo che sia io a sbagliarmi perché leggo poesia ma non sono un’addetta ai lavori, ma la mia sensazione è che in poesia l’iperrealismo goda ancora di ottima salute, ed è ben difeso, forse proprio per non farla rientrare nei meccanismi della narrativa affinché conservi una sua autonomia come forma letteraria, d’altra parte il poeta non cerca il lettore ma il poeta, cioè colui che vive la realtà nella sua stessa distorsione e nelle sue stesse lettere maiuscole (Io, Amore, Morte etc) tanto che di fatto la poesia ha un suo spazio dominante quasi esclusivamente nei suoi grandi rappresentanti. del passato ( o sul punto di appartenergli🙂 ), e anche se un poeta parla del suo spazzolino da denti non è detto che stia facendo del realismo poetico
    né che lo spazzolino riesca a rappresentare la realtà.
    Quello che volevo anche dire è che se anche c’è, soprattutto nei giovani poeti, una ricerca di aderenza alla realtà, questa è quasi irrilevante poiché se così non fosse, gli stessi interrogativi che la narrativa si pone dovrebbero investire anche la poesia e soprattutto i poeti.

    grazie e se riesci a decifrare anche questo sarò in grossa difficoltà…si può avere più di un mito???🙂

  9. cristiano Says:

    anche a me la maggior parte delle opere di finzione (letteraria) suona falsa. faccio fatica a leggere racconti o romanzi a meno che non siano capolavori assoluti.
    è una specie di malattia che abbiamo contratto. la sospensione dell’incredulità funziona male e raramente. personalmente credo che la cosa sia da far risalire al modo in cui le narrazioni contemporanee (soprattutto televisive, cinematografiche, pornografiche) si sono impossessate della realtà, e al fatto che ci siamo attestati su dosi di realtà/verosimiglianza sempre maggiori. bret easton ellis lo ha capito benissimo e, infatti, nel primo capitolo del suo ultimo libro – lunar park – scrive un trattato di trentacinque pagine sul rapporto tra letteratura e verità che è, al tempo stesso, un grande esempio di narrazione seduttiva e una riflessione su quanto questa seduzione per essere esercitata debba per forza di cose essere sciacallesca.
    di qui a cascata la moda dell’autofiction che, con risultati molto più modesti, se si eccettua siti, ha contagiato anche le patrie lettere. così oggi, sembra cioè che gli scrittori per suonare “veri” debbano costruire le loro storie intorno a un personaggio che abbia il loro stesso nome e cognome e che interagisce con altre persone con nomi e cognomi che possiamo riconoscere. più che convincere il lettore, pare che debbano convincere innanzitutto loro stessi. lo dico senza nessuna polemica e mi scuso per l’estrema sintesi.

  10. gianni biondillo Says:

    Pare che con Sturgeon la cosa andò così: lui stava parlando in un incontro pubblico in una biblioteca quando alzò la manina una vecchia sciura indignata che disse: “ma insomma, la fantascienza è (non disse”merda”, disse qualcosa come) indecente”. E lui (carognissimo): “signora mia, il 90% della SF è merda (alla signora venne un coccolone); ma in fondo il 90% di tutto è merda!”
    Inter nos: io ho una certezza nella vita: che sopravviverò alla mia opera. Invecchierò dimenticato da tutti, i miei libri saranno un lontano e privato passato quando io mi cambierò il catetere. Vecchissimo, però! Ché a me, lo confesso, della gloria postuma (da buon ateo materialista) non me ne fotte una cippa. Preferisco una vita allegra. Come già ti dissi non voglio entrare nella storia della letteratura, ma dalla letteratura voglio delle entrature!
    Su Moresco: bello e comprensibile il ragionamento di Pascale, ma perché, comunque non sarebbe lecito lo sguardo eroico? Proprio oggi, quando lo sguardo del maiale è quello che ha vinto? (lo chiedo senza polemica, sapendo che questa tua citazione ha a che fare con un atteggiamento generale di Moresco).
    Come sai anch’io sono un lettore entusiasta di Rabito. Ma negami nella sua scrittura un gusto letterario (grezzo e istintivo quanto vuoi), fatto di colpi di scena, agnizioni, digressioni, etc.
    Insomma, qualcuno mi spieghi dove sta il “realismo” e mi spieghi questa ossessione pro o contro il “realismo”: certe volte è una parolaccia, altre un toccasana.
    Scrivi un libro di quelli che avrebbero fatto indignare la sciuretta di Sturgeon e subito ti dicono che fai intrattenimento (come se un libro non “intrattenga” per suo statuto!), che la realtà è un’altra cosa. Tu dici: no io volevo raccontare una storia e ti rispondono: “realismo thrillerista! Dov’è l’immaginario?” Decidiamoci: sono uno che immagina o uno che fa reportages?
    Sai qual è la verità? E’ che io faccio scrittura profetica: ogni volta che scrivo qualcosa che mi immagino, POI ACCADE! Vuoi qualche esempio?
    Uno lo conosci già: il commissariato di Polizia da me inventato che poi viene davvero inaugurato, l’altro è di questi giorni: il morto ammazzato nel bar di Quatto Oggiaro: il bar che io descrivo ESATTAMENTE nel mio secondo romanzo.
    Come al solito la realtà si adegua sempre alla fantasia!
    😉 G.

  11. antonio lillo Says:

    a lisa
    ho capito quello che vuoi dire: solo perchè uno rappresenta l’attimo che lo ha colpito non significa che quell’attimo racchiuda tutto il mondo intorno, anche se è permeato di realismo, chiarissimo… in fondo sarebbe presunzione il crederlo… la speranza, almeno la mia, è quella di rappresentarlo in maniera così semplice diretta e ad ampio raggio che chiunque possa riconoscersi anche di sfuggita in quella situazione… ma non è detto che poi uno ci riesca davvero… ma tentare si deve!

    poi domanda: ma quell’esempio dello spazzolino ti è venuto pensando a valentino zeichen e alla sua poesia sullo spazzolino o era un caso?

    infine risposta: certo che si può avere più di un mito… come ci disse una volta che era del tutto ciucco il mio amico nannino il brasiliano, un grande misconosciuto che troppo ci manca: “io ho tre miti e sappiatelo! salvatore giuliano, giordano bruno e quell’altro che non mi ricordo il nome!”
    amen, nannino!

  12. lisa Says:

    antonio, eccerto che si deve, tra l’altro è tra quella “poesia giovanile” che trovo spesso la poesia che mi piace.

    risposta: no, è stato un mio “slancio creativo”🙂 per associazione d’idee e così mi sono trovata a scrivere spazzolino. non conosco quella poesia.

    grande quel tuo amico, in barba ad ogni egoismo selettivo salva forse se stesso ma anche tutti noi…anche biondillo🙂

    scusa sergio per la deviazione del discorso e dello spazio che mi sono presa.

    ciao
    lisa

  13. gianni biondillo Says:

    Be’, Nannino è un mito anche per me, ormai…😉

  14. sergiogarufi Says:

    ciao lisa, guarda che le vostre digressioni mi piacciono talmente che me ne starei qui in un cantuccio zitto a seguirle se non temessi di risultare sgarbato a non intervenire, ma certe volte non ho niente da aggiungere, avete detto tutto voi, e mi sorprendo come da quei pochi miei spunti si sia potuto avviare una conversazione così interessante. quindi grazie a te, cristiano, gianni, antonio, fernando e dario dei commenti, delle riflessioni e dell’apprezzamento. anzi pensavo, ricordate quel libro di pierre bayard che ebbe un discreto successo, pubblicato da excelsior 1881, che si intitolava “come parlare di un libro senza averlo mai letto”? ecco, forse bisognerebbe scriverne uno che spiega come sia possibile l’opposto, e cioè il negare di aver letto un libro perché non si crede di aver nulla di intelligente da dire in proposito…:-)

  15. Mauro Says:

    no è che ho letto libere associazioni e poi tutti i commenti, ho letto con piacere, davvero, volevo solo dire che rabito non è per nulla un “letteratissimo sotto travestimento di analfabeta, già pronto, magari tra qualche anno, a gettare la maschera” e lo dico perché ho visto con i miei occhi le pagine originali, quelle dattiloscritte, interlinea 0, un punto e virgola dopo ogni parola. ed ho anche visto altre cose cha ha scritto con la stessa macchina da scrivere, con lo stesso modo di battere sui tasti. nessun travestimento.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: