Archive for maggio 2009

L’élan vers le pire

maggio 17, 2009

buriniCon l’antielitismo è finita l’era dei baroni ed è iniziata l’era dei burini.

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Nous est un autre

maggio 15, 2009

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Alla conferenza stampa che precedette l’inaugurazione della mostra su Christo e Jeanne-Claude, allestita tempo fa al Museo d’Arte Moderna di Lugano, la maggior parte delle domande rivolte dai giornalisti alla celebre coppia di artisti concerneva la suddivisione dei ruoli. Sebbene siano ormai trascorsi più di dieci anni dalla dichiarazione pubblica in cui entrambi rivelavano l’assoluta condivisione di tutte le scelte creative dei loro progetti, dal concepimento fino alla realizzazione, ancora persiste il pregiudizio di voler assegnare alla moglie dell’artista bulgaro il sessista e riduttivo compito di musa ispiratrice, tutt’al più dandole atto di possedere una certa abilità nello sfruttare appieno le potenzialità dei mezzi di comunicazione e nel suscitare consenso e reperire finanziamenti per le idee del marito. Il riconoscimento della paternità congiunta di quei lavori, che risaliva già agli 60, fu molto tardivo perché – come ebbe a dire Jeanne-Claude – “sarebbe stato difficile cercare di spiegare che si trattava di opere d’arte fatte da due artisti”, oltretutto legati pure sentimentalmente.  (more…)

Nomen omen

maggio 14, 2009

Secondo i dati di vendita in relazione al numero di abitanti, la città italiana in cui si consuma meno Viagra è Potenza.

Daltonismo inconsapevole

maggio 13, 2009

neroIeri a un tg della Rai un giornalista intervista uno stilista, e gli chiede quale sarà il colore di moda nella prossima stagione autunno-inverno, ancora il nero? E lo stilista risponde perentorio: ” il nero è un evergreen“.

Il ramadam dell’intelligenza

maggio 12, 2009

Non ho mai creduto nell’astrologia, ma qualche fondamento deve pur averlo. Se no non si spiega come io amletizzi esclusivamente le notti d’inverno e mi senta invece ubriaco di figa in primavera. L’alternarsi delle stagioni detta le rivoluzioni ormonali, basta vedere le piante, non è colpa mia se col bel tempo la circolazione sanguigna ristagna più volentieri nelle parti basse (come dimostrano le ultime foto che ho messo).

La civiltà dell’immaginetta

maggio 12, 2009

mara-carfagnaL’altra sera in tv una velina molto scosciata si dichiarava “cattolicissima”, e a riprova di ciò esibiva con orgoglio l’immaginetta di un santo che porta sempre con sé nella borsa. Mara Carfagna (in questa foto in evidente trance mistica), in un’intervista di qualche mese fa a Panorama ne mostrava addirittura due di immaginette, l’immancabile Padre Pio e un altro che non ricordo, oltre ad affermare di voler tanti figli, ma solo dopo regolare matrimonio in chiesa. Questa invasione di ultracredenti e di atei devoti a me puzza, declassa la religione a disciplina paraginnica, come l’aeròbica o il gyrotonic, in cui l’importante è muoversi a ritmo, essere al passo col tempo. Mi ricorda tanto Vettio Agorio Pretestato, un potente senatore romano del V secolo d.C. che si era sempre professato pagano, ma visto l’andazzo sfavorevole si recò dal papa Damaso e gli disse testualmente: “Fammi vescovo e mi farò cristiano”.

Il chiodo fisso

maggio 10, 2009

l'origine del mondo

Diciamolo subito a scanso di equivoci: in arte non si stilano classifiche, e i superlativi vanno adoperati con parsimonia. È una questione di bon ton culturale. E poi, in genere, la passione smodata per le graduatorie, le formule consolatorie (il genio è 90% traspirazione e 10% ispirazione), le simmetrie dei chiasmi e i rigidi aut aut da tertium non datur è tipica degli sprovveduti. (more…)

La pace finale

maggio 9, 2009

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“Perche’ nessuno canta l’aurora? Perche’ ci attrae tanto la fine delle cose?” Questo si chiedeva Borges nei suoi ultimi anni. Non so dare una risposta precisa. Forse è perché lo consideriamo il mistero più grande e insondabile, crediamo che la morte sia un suggello, il principio romantizzante della vita, ciò che le attribuisce un senso; e la morte volontaria allora potrebbe essere il tentativo di trovarlo e riconoscerlo mentre ancora si è coscienti.

Quando mio padre spirò non c’era nessuno con lui. Era in coma da un anno e mezzo ed io, mia madre e i miei fratelli ci alternavamo al suo capezzale, stavamo con lui dalla mattina alla sera per poi tornarcene ognuno a casa propria. Nell’ultimo “turno” era presente mia sorella. Alle 7, quando uscì dall’ospedale, mi riferì che i medici avevano detto che le condizioni di salute di mio padre erano migliorate. Aggiunse che quel giorno aveva un bel sorriso e lo sguardo luminoso, come di un uomo felice. Non diedi grande importanza alla cosa, i pazienti in coma vigile da molto tempo spesso assumono delle espressioni che non corrispondono esattamente al loro stato d’animo. Poi, alle 3 di notte, fummo tutti avvisati al telefono del suo decesso. Ci ritrovammo all’ospedale e lui aveva ancora quel sorriso beato. In seguito un amico dottore mi disse che capitava spesso, in gergo lo chiamano “miglioria pre-mortis”. Pare che succeda qualcosa di simile anche a chi sta per affogare. E’ definita “ilarità degli abissi”, uno stato di euforia che ti prende negli ultimi istanti di vita, come se ciò che ci uccide ci offrisse insieme un anestetico misericordioso. Pensavo a Kleist, alle sue ultime parole prima di ammazzarsi, quando scrisse “un vortice di beatitudine mai presentita mi ha afferrato”; oppure a Drieu La Rochelle, che parla de “l’ebbrezza dell’allontanamento”. Forse è quello il senso che cerchiamo, e che raggiungiamo solo nel momento fatale, subito prima del distacco. La pace finale, l’assoluzione per i nostri peccati, la liberazione da tutti i rimorsi, le viltà, i fallimenti, i sensi di colpa…

Salud

maggio 8, 2009

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Mia zia Salud viveva al Poligono Canyelles, un ampio blocco di edifici popolari alla periferia nord-est di Barcellona. Erano case dignitose e pulite, molto diverse dalle nostre. La vita di quartiere era piacevole. Il bar sotto casa, il campo da bocce, il circolo per gli anziani. Ricordo il concerto degli uccellini in gabbia, presenti in quasi ogni balcone, una cosa a cui non ero abituato, sembrava di stare alla Rambla de los pajaros la domenica mattina. Col marito Gines ebbe due figli e condusse un’esistenza simbiotica, erano sempre assieme rimbrottandosi di continuo. Dopo la vedovanza usciva solo per la spesa e per portare a spasso il cane. Era la sorella di mia madre. Non sapevo che fosse analfabeta. Da bambina non l’avevano mandata a scuola perché doveva badare alle sorelle minori, e in seguito iniziò a lavorare al banco del pesce col padre. Solo le sorelle più piccole come mia madre godettero del relativo benessere raggiunto dopo la guerra civile e poterono studiare. Amava chiosare spesso un discorso con un proverbio. I più gettonati erano il consolatorio “No hay mal que por bien no venga” e il freudiano “Dime de que presumes y te diré de que careces”. Al funerale mia cugina Encarna mi disse che aveva lasciato qualcosa per me: i suoi libri. Erano una ventina di classici del Novecento, tipo La colmena di Camilo José Cela. Le ho chiesto che se ne faceva dei libri, se non sapeva leggere, e sua figlia mi ha risposto che se li faceva raccontare dalla libraia, con la scusa di un consiglio. C’è un personaggio, un ebreo analfabeta di nome Baruch, in Ogni cosa è illuminata, che prendeva i libri a prestito in biblioteca non per leggerli ma “per pensarli”. Forse faceva così anche lei. Encarna mi ha detto che pure all’ufficio postale si vergognava di ammettere la sua condizione, e così fingeva di essersi dimenticata gli occhiali per farsi compilare il bollettino di pagamento. L’impiegata lo sapeva benissimo e stava al gioco. Salud Tejedor – così si chiamava – fece una vita che non si era scelta, per il bene della famiglia e perché le toccarono in sorte anni difficili. Fu una crisalide che non diventò mai farfalla. Mia madre ebbe maggior fortuna. Studiò, viaggiò molto, andò a vivere all’estero e realizzò il suo destino nominalistico, lavorando con i tessuti (tejedor significa tessitore).

Il tennis

maggio 7, 2009

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Giorni fa, durante l’ennesima colica ispiratrice (ognuno ha le muse che si merita), pensavo a Cortellessa e il tennis. Non sapevo che fosse un appassionato. Le poche volte che ci siamo visti o scritti si è sempre parlato di libri, al massimo di arte. E’ stato bello scoprire che piace anche a lui, che abbiamo questa passione comune. Quando iniziai a scrivere, cioè nel 99, perché fino ad allora mi limitavo a leggere, conobbi una persona speciale. La conobbi virtualmente, su un newsgroup letterario. Scriveva in un modo incredibile, ancora oggi non saprei definire bene il suo stile: uno strano miscuglio di Céline, Manganelli e Agamben, la chiarezza, l’eleganza ed economia espressiva di quest’ultimo unite all’umor nero del francese e ai paradossi del tapiro. Qualsiasi tema affrontasse: il calcio, la politica, le donne, la letteratura, riusciva a dire qualcosa di originale e intelligente. Non gli ho mai visto scrivere non dico una banalità, ma un automatismo verbale, quelle espressioni che capitano a tutti, quando si accompagna un sostantivo a un aggettivo in modo meccanico e soprapensiero. Ci scambiavamo lunghe telefonate serali e, una volta, facendomi una metafora tennistica, scoprii che anche lui amava questo sport. (more…)