Pria col bel viso

mazzafirra250

Rivedendo il finale di Blade Runner, e in particolare l’ovale purissimo di Rachel, mi è venuto in mente il capolavoro di Cristofano Allori Giuditta con la testa di Oloferne. La versione autografa (datata e siglata 1618) è esposta nella Galleria Palatina a Firenze, ed ebbe una così vasta fortuna da essere subito replicata in numerose varianti anche dall’Allori stesso (l’elenco di 30 pezzi fornito da Chappell nel 1984 era già il frutto di una selezione). Nel 1620 Giovan Battista Marino avvertiva che gli amatori d’arte parigini si accontentavano di copie anche “goffe” pur di gustare “le maraviglie dell’originale”. Alla sua straordinaria notorietà molto contribuirono i risvolti autobiografici tramandati da Michelangelo Buonarroti il Giovane a Filippo Baldinucci, in cui si diceva che l’autore “ritrasse al vivo nella faccia di lei l’effigie della Mazzafirra, e dipinse se stesso per Oloferne”. Lo sguardo meduseo dell’incantevole amante di Cristofano (Maria di Giovanni Mazzafirri, una celebre cortigiana per la quale il pittore perse la testa, e che morì proprio nel 1618) ha affascinato parecchi studiosi nel corso del tempo. Claudio Pizzorusso (ne Il Seicento fiorentino, edito da Cantini) racconta che “di lei si sono cercati babbo e mamma, se ne sono ripercorsi i lineamenti di bocca, mento e scatola cranica, tanto che oggi se ne potrebbe fare un ologramma”. Seguendo la lettura data dal Marino, l’opera allude al subdolo agguato teso a Oloferne con l’arte della seduzione, e rappresenta la tormentosa bellezza femminile che colpisce “di strale” e uccide “pria col bel viso”.

6 Risposte to “Pria col bel viso”

  1. antonio lillo Says:

    ho sempre trovato emozionante questa volontà degli artisti di immortalare chi hanno amato… anche perchè molto spesso queste opere sono il frutto di relazioni tormentate, di sofferenze indicibili per l’uomo nascosto dietro l’artista… è vero anche che in questa volontà c’è anche racchiusa quella di perpetrare se stessi e la propria biografia ma alla fine, lì dove c’è dell’arte questa biografia quasi scompare, sublimata nell’archetipo, nella poesia, e l’artista n’è consapevole, si muove in quella direzione… ecco è questo che mi commuove: la volontà dell’artista di nutrirsi di sè, di consumarsi per trascendersi… ma in fondo la mia è solo una boiata romantica…

    ah, mr garufi, sul mio blog ho pubblicato ieri un post in cui parlo del mio incontro con wallace. credo in tutta onestà che il post mi sia stato suggerito da tutto quello che ho letto sul tuo blog a proposito del grandissimo… si potrebbe quasi dedicarlo a te😉
    e mi piacerebbe, se ti va, una tua opinione a riguardo…

  2. sergiogarufi Says:

    ciao antonio. concordo, anch’io sono attratto da questi omaggi pittorici alla memoria dell’amata, accennavo tempo fa a quelli di giovanni bellini per la moglie, ma si potrebbe citare pure salvator rosa, oppure caravaggio con lena e fillide. se sono boiate romantiche chissenefrega🙂
    ho letto e commentato il tuo bel racconto su wallace, lo consiglio vivamente, e grazie della dedica.

  3. Francesca Bertazzoni Says:

    Condivido la fascinazione di cui parla Antonio, ma più ancora, negli ultimi anni, mi sono interrogata su cosa pensavano di sé, dell’artista, e di come l’artista le ritraeva, tante muse e modelle e amanti.
    Ho trovato una risposta, vendicativa, terribile e meravigliosa nella sua sincerità in questo autoritratto di Elizabeth Siddal.
    Dante Gabriel Rossetti ha dipinto anche troppo; qui finalmente parla lei: http://en.wikipedia.org/wiki/File:Siddal-self-portrait.jpg

  4. antonio lillo Says:

    beh io aggiungerei alla lista (giusto per dare un taglio più moderno, o universale) almeno manet con la morisot, kokoshka con alma mahler, dalì con gala, oltre ovviamente a picasso e a tutte le sue varie e numerose amanti… ma sono i primi nomi che mi vengono in mente e solo nel campo della pittura…

    grazie per la visita, davvero, mi ha fatto molto piacere!🙂

  5. emma Says:

    Non avevo mai notato la somiglianza fra la Giuditta dell’Allori e Sean Young.
    Resto sempre incantata dal modo in cui Rossetti ritrae Jane Burden, la moglie dell’amico William Morris (probabilmente fu anche la sua amante), e mi commuove “La famiglia”, il quadro in cui Egon Schiele raffigura se stesso, la moglie Edith e il loro bambino, che non avrebbe mai visto la luce: Edith, incinta di sei mesi, muore di influenza spagnola il 28 ottobre 1918, Schiele tre giorni dopo.
    Giusto per chiudere su una nota positiva…

  6. manu Says:

    è un’opera che ho amato molto e che non ho mai visto dal vivo. ritrovarla, proprio in un momento un po’ difficile, è stato importante. grazie, un bacetto.

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