La dimensione del racconto

monica bellucci

Molti anni fa feci un viaggio in moto in Spagna con una fidanzata. Era agosto, visitavamo posti splendidi, ci fermavamo dove ci girava, senza programmare nulla, eravamo innamorati. L’unica nota stonata erano le sue telefonate quotidiane alla famiglia e agli amici, per sentire i loro problemi e soprattutto per raccontare cosa stava facendo. Mi pareva eccessivo, quasi un attaccamento morboso; e poi mi dava l’impressione che non vivesse pienamente quelle esperienze meravigliose, o le vivesse soprattutto in funzione del racconto che ne avrebbe fatto. Io queste cose pensavo di non farle. Se vado in vacanza stacco completamente, non sento nessuno, cerco di vivere il qui e ora. Però a pensarci bene la dimensione del racconto è ugualmente presente in me, il mio desiderio di autorappresentazione ha solo modalità diverse: non orali ma scritte, perché che altro è la scrittura autobiografica? Forse il bisogno di raccontarsi è qualcosa di ineludibile, a maggior ragione se ci troviamo in una situazione eccezionale, come in quella barzelletta scema del naufrago nell’isola deserta, che parla di un anonimo ragioniere che si ritrova lì assieme a Monica Bellucci. Dopo pochi giorni iniziano a scopare e lui è tutto infoiato, non gli sembra vero di avere la donna più bella del mondo tutta per sé. Finché col tempo l’attrazione per Monica inizia a scemare, lei non sa spiegarselo e gliene chiede il motivo. Gli domanda se ha delle perversioni particolari, gli dice che è disposta a qualsiasi cosa purché lui riprenda ad amarla; e a quel punto il naufrago si confida, le dice: “sì, in effetti ci sarebbe una cosa”. Insomma, vorrebbe che lei si truccasse da uomo. Monica è un po’ interdetta ma accetta, in fondo che male c’è? Lui allora le fa disegnare i baffi, tagliare i capelli, le chiede di parlare col timbro di voce più basso e di farsi chiamare Franco. E a quel punto le dice tutto entusiasta: “Oh, Franco, non ci crederai mai! Sai chi mi sto a scopare? Monica Bellucci!”

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15 Risposte to “La dimensione del racconto”

  1. gianni biondillo Says:

    E’ una barzelletta che raccontava Berlusca; il soggetto, però, 15 anni fa, era la Schiffer.

  2. sergiogarufi Says:

    Borghezio di recente ha dichiarato al Corriere di adorare i libri gialli ambientati a Milano, Goebbels era un raffinatissimo intenditore di vini italiani… (and yet and yet)🙂

  3. elena Says:

    …e Hitler amava gli animali🙂

  4. sergio pasquandrea Says:

    La cosa peggiore è che Hitler amava l’arte.

  5. dario Says:

    oddio, Hitler gli piacevano le figure, diciamo… l’arte proprio mi par esagerato…piuttosto i paesaggi kitchissimi che dipingeva, e poi tutte le rappresentazioni possibili della leda e il cigno… in architettura più grande esa, meglio andava, insomma un esteta “un tanto al chilo”.
    piuttosto la questione che sergio pone è interessante, altri l’hanno considerata come l’alternativa tra achille che fa le cose ed omero che le narra, ma in fondo anche achille compie le sue imprese perchè (purchè?) ci sia qualcuno che le racconta, sennò che gusto c’è?

  6. antonio lillo Says:

    io trovo che sia bellissimo raccontarsi e raccontare, soprattutto quando poi il racconto prende il sopravvento sul fatterello e assume vita propria…

  7. emma Says:

    L’umana necessità di raccontare, di nominare viene da lontano, è atavica. Secondo Parmenide ciò che distingueva i greci dai barbari era proprio la loro capacità di nominare l’essere. Per i greci nominare le cose significa farle essere.
    L’essere umano è “nel linguaggio” e solo nel linguaggio “accadono cose” (citazione da Agamben).

  8. sergiogarufi Says:

    sì, come avvertono emma e dario si tratta di una vexata quaestio, però proprio in ciò che dice antonio io avverto un pericolo, e cioè che è talmente bello raccontare e raccontarsi che si rischia di vivere “in funzione di”. jules renard scrisse nel suo diario che valutava le persone che incontrava per quanti appunti riusciva a trarne, e io non vorrei ridurmi come norberto bobbio, che in ospedale, poco prima di morire, disse : “per tutta la vita ho dato più importanza ai concetti che non agli affetti, e solo ora mi rendo conto di aver sbagliato”.

  9. antonio lillo Says:

    immagino che sia una cosa molto personale, che differisce da persona a persona… io do molta importanza agli affetti, agli amici o all’amore, ma a fine giornata nella mia stanza resto sempre solo, e l’unica cosa che da sollievo in quei momenti è scrivere, oppure leggere, certo, perdersi fra le parole che dicono ciò che non è stato ma avrebbe potuto essere… non so, detto così, fa molto de niro nel finale drogato di c’era una volta in america, ma non conosco altre cure, a parte, ovvio, quella definitiva di pavese, che cercherei di rimandare finchè mi riesce…😉

  10. lisa Says:

    Da noi si dice di qualcuno che esagera nel parlare “ pare ca scrive ‘nu romanzo” che credo condensi sia la trasformazione della realtà in fiction quando l’oralità perde la sua immediatezza sia la mancanza dell’immediatezza della realtà nella scrittura per cui entrambe finiscono col sembrare un esercizio di manipolazione della realtà stessa nel compiacimento del proprio io. È questo compiacersi ad essere disturbante e a togliere ad entrambe il giusto contatto col vissuto: una realtà che converge verso l’io è decisamente meno reale di un io che si disperde nel reale.
    Per il resto credo sia nell’ordine naturale scrivere e dire per essere ascoltati, prima o poi. Infatti a qualcuno che parla da solo diamo del pazzo, e per chi scrive credo possa andar bene quello che diceva Cheever ( mi sembra) “ non avrei scritto neanche una parola se non avessi saputo di avere un lettore”…e probabilmente questo vale anche per me stessa in questo preciso momento : tutto si regge su questa illusione di non essere né pazzi né soli.

    ciao
    lisa

  11. fernando coratelli Says:

    L’autobiografia come autovoyeurismo. Il bisogno di raccontarsi per vedersi, per osservarsi esistere.

  12. metrovampe Says:

    Trovo uno stimolo in più quando l’autobiografia riesce a farsi testimonianza. Di valore universale o meno, comunque “utile” a qualsiasi altro bipede simile per il suo personale vissuto. La barzelletta anche con quindici anni sulle spalle è splendida.

  13. fem Says:

    ho sempre avvertito il rischio di “vivere per scrivere” che può condizionare chi scrive per vivere… insomma, la vita come pozzo dal quale trarre il proprio materiale. E così la vita ha uno scopo: serve alla scrittura. Per questo più o meno consciamente non ho scritto per molti anni: “preferisco vivere” mi dicevo. Forse era solo paura di rischiare. Ma c’è anche il fascino di una vita senza scopo particolare, il “vivere qui e ora” per quello che è.
    Preferisco vedere la scrittura come un’esigenza che nasce come attività della vita stessa, ma che se ne può astrarre. Però amo Balzac🙂

    fem

    PS: ciao metrovampe!

  14. rmorresi Says:

    james diceva che le cose accadono a chi sa raccontarle…

    un saluto,
    r

  15. metrovampe Says:

    @ fem: comunque qualcosa va sacrificato. ciao!

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