Passaggi

W.F. a Portbou 011

Le metafore sono strane, le incontri nei posti e nelle circostanze più impensati. Magari c’è un oggetto o un’immagine che sta sotto i tuoi occhi da anni, ti incuriosisce, senti che è lì lì per dirti qualcosa ma non riesci ad afferrarne il significato profondo, e allora passi oltre, rimandi tutto a un altro momento, tanto nessuno ci corre dietro. Poi all’improvviso, grazie a un incontro fra cose e concetti all’apparenza distanti, ti si svela un mondo. Di recente mi è capitato uno di questi incontri felici. Come ogni buon lettore, quasi quotidianamente vado nella biblioteca della mia città. Lo faccio all’intervallo di pranzo, che nel mio lavoro è abbastanza lungo. E lo faccio anche senza mire particolari, tipo prendere il tal libro in prestito o consultare il tal altro, perché so che semplicemente entrandovi le idee mi verranno da sole, gli stimoli provenienti da tutto quel sapere mi guideranno sulla strada giusta. 

Una volta, subito fuori dall’entrata della biblioteca, a fianco dei posacenere per i fumatori e vicino ai parcheggi per le bici, c’era un grosso blocco di marmo, un monolite di pietra di circa due metri dall’aria molto vecchia. Sulla superficie rivolta verso l’alto aveva degli incavi di diverse dimensioni. L’ho visto lì per anni, finché un giorno, leggendo un libro sulla storia di Monza, ho trovato la sua foto. Diceva che quel blocco risaliva ai primi del XIV sec., e gli incavi servivano a pesare alcuni alimenti. Le misure erano particolari, e difatti la datazione del blocco lo metteva in corrispondenza all’edizione degli Statuti Monzesi, quando fu concesso alla città di stabilire pesi propri. Il libro aggiungeva che questo blocco si trovava originariamente davanti alla facciata del Palazzo dell’Arengario, sotto le cui arcate si svolgeva in epoca medievale il mercato.

Oggi quel blocco di pietra non sta più sotto l’Arengario, e neppure di fronte alla biblioteca. Ne ho chiesto ragione ai bibliotecari e mi hanno risposto che l’avevano spostato di poco, all’interno del cortile del liceo classico Zucchi, adiacente alla biblioteca. Mentre lo osservavo dalla vetrata della biblioteca, mi è venuto in mente un passo dei Quaderni di Cioran che avevo letto la sera precedente, quando dice che “riflettere significa soppesare”. Riflettendo si misura il peso di ogni cosa, e di conseguenza pure il valore – tranne quello fisico e materiale, demandato alle attività manuali. Ecco allora che quel blocco di marmo, meglio: l’interrogazione sulla sua assenza, si è incontrato con un pensiero scritto molti anni fa e letto il giorno prima, ed è così diventato una metafora, e insieme un monito, a dare il giusto peso alle cose, perché il valore di ciascuno è in stretto rapporto col valore delle cose alle quali ha dato importanza. “Noi siamo ciò in cui crediamo”, diceva Marco Aurelio.

Questo spostamento è, a ben vedere, un esempio di reimpiegologia moderna. Se nella reimpiegologia classica si spostava un elemento più antico cambiandogli posto e funzione – come nel caso della lastra marmorea con croci e cristogramma che oggi decora la facciata del Duomo di Monza e che un tempo faceva parte del pluteo di recinzione presbiterale dell’edificio primitivo -, nella reimpiegologia moderna la nuova funzione può essere del tutto simbolica, e la sua identificazione affidata alla fantasia dell’osservatore.

Paolo Mantegazza è uno dei miei concittadini più illustri e bizzarri. Nacque nel 1831 a Monza in via Zucchi 21, a pochi metri dalla biblioteca e dall’omonimo liceo, e fu una figura eclettica di scienziato, romanziere, divulgatore e politico. Partecipò alle 5 giornate di Milano, conobbe Garibaldi e Mazzini, viaggiò e si sposò in Argentina, diffuse in Italia le tesi di Darwin, fu senatore del regno e infinite altre cose, eppure il mio interesse nei suoi confronti risiede in alcune pagine dell’immenso Giornale della mia vita, un diario composto da 63 voluminosi tomi (uno per ogni anno, dai 18 anni alla morte), tutti rimasti inediti e consultabili soltanto su microfilm nella biblioteca di Monza. Quest’opera monumentale sembra obbedire a un’imperiosa esigenza di verità, al folle desiderio di registrare la propria vita mentre ancora la si sta vivendo, di protocollarla con esattezza passandola agli atti. Al suo interno – non si sa bene a che punto perché non esiste un sommario – si nasconde il mitico Indice minotaurico, che sarebbero i verbali, scrupolosamente annotati, dei suoi accoppiamenti coniugali. Carlo Dossi nelle Note azzurre lo descrive così: “Paolo Mantegazza dall’età di 18 anni a quest’ora (1878) ha scritto quotidianamente la sua vita. Possiede di essa 31 grossi volumi. Vi ha giorni in cui la scrisse ora per ora. Inaugura ciascun anno col proponimento di vita – col preventivo de’ libri da scrivere e dei denari da spendere – con un’epigrafe. P. es. (pel 1878) «economia». – Tiene poi una tabella mensile del suo stato finanziario, una tabella dei gradi di temperatura, dello stato meteorologico, e così tiene un indice minotaurico che riguarda i rapporti carnali fra lui e la moglie. Mantegazza è velocissimo nello scrivere. Si direbbe che scriva ancor prima di pensare.”

Pur passando spesso davanti alla sua casa natale, che sta di fronte a una clinica dove vado a fare delle analisi mediche, per lungo tempo ho ignorato la targa che ne celebrava i molti meriti. Mi ci è voluta un’iniziativa commerciale da tanti biasimata, come quella delle bancarelle che vendono i libri a peso, per incontrarlo. Fu una copia della sua Fisiologia del piacere, pagata come fosse prosciutto, a farmelo conoscere; e in fondo è giusto così, cibo e sesso sono sempre andati a braccetto, e poi i libri sono il nutrimento dello spirito, pertanto non ci si può scandalizzare se li si vende a peso.

I miei ripetuti assalti all’imponente e maniacale autobiografia del Mantegazza ad oggi non hanno prodotto alcun risultato: L’Indice minotaurico resta una chimera bibliografica. Ad ogni modo qualcosa ho ricavato da quei pranzi saltati, ossia l’aver appreso i primi rudimenti del gioco degli scacchi cinesi. Avevo visto uno dei bibliotecari in pausa al bar vicino che giocava con un amico su una scacchiera e con delle pedine inusuali. La scacchiera cinese è sempre composta da 64 caselle ma non ha dei quadrati bianchi e neri, e in più è divisa al centro da una fascia vuota chiamata “il fiume”. Le pedine invece si distinguono solo per il colore dell’ideogramma che le nomina. A differenza della tradizione indoeuropea, i pezzi cinesi si muovono nella proiezione simbolica di uno spazio geografico, mentre i nostri agiscono su un unico astratto campo aperto. Stando a quanto sostiene il bibliotecario, la superiorità degli scacchi cinesi dipende dal fatto che questi si dispongono su un nodo, cioè sull’intersezione delle linee lungo le quali si spostano, individuando quindi un percorso, laddove i nostri stabiliscono solo una posizione, conquistano e difendono un confine.

In cambio di queste lezioni ho dovuto procurargli un saggio spagnolo tramite mio fratello che vive a Barcellona. Il volume in questione s’intitola Tumbas, di Cees Nooteboom. In realtà l’autore è olandese, sebbene risieda da molti anni a Menorca. Alla sua patria di adozione ha dedicato un altro testo bellissimo: Verso Santiago, da noi edito da Feltrinelli, che è un mirabile esempio di odeporica letteraria, per molti aspetti simile a quella praticata da Magris in Danubio. Mi capitò di vederli e ascoltarli assieme, ad una conferenza del Salone del libro di Torino di qualche anno fa proprio su questo tema, e fu un’esperienza che non dimenticherò. Pur apprezzando Nooteboom, non ho provato grande curiosità verso questa sua ultima opera. Vi sono raccolte 82 sue prose ed altrettante fotografie della moglie (in questo ricorda il legame fra Paolo Rumiz e Monica Bulaj), che riguardano le tombe di scrittori illustri, comprese quella di Borges a Ginevra e quella di Benjamin a Portbou. Ho un paio di amiche con questa passione cimiteriale, e una di queste ebbe l’onore di incontrare e conoscere George Steiner proprio di fronte alla tomba di Joseph Roth. A me questa fascinazione della cenere lascia indifferente, in quelle sepolture vedo solo miseri resti. Lì non ci andarono, ci furono messi dopo morti. Mi interessano molto di più i luoghi di residenza, le case che videro i loro passi, dove sognarono, amarono e scrissero.

Borges era contrario alle biografie che scandagliavano troppo il privato di un autore, detestava lo spirito diagnostico con cui spesso il lettore le affronta. Questo è il motivo delle sue lodi per le autobiografie di Gibbon e di Kipling, e dei suoi silenzi per Le confessioni di Rousseau e per il Journal intime di Amiel. Su Poe fu più esplicito. Come ricorda Emir Rodriguez Monegal, che su di lui scriverà una stupenda biografia, Borges disse: “Settecento pagine in ottavo conta una certa vita di Poe; l’autore, affascinato dai cambi di domicilio, riesce appena a salvare una parentesi per il Maelstrom e per la cosmogonia di Eureka”. Non conosco ovviamente la biografia di Poe a cui fa riferimento, ma credo che al riserbo borgesiano non fosse del tutto estraneo il desiderio di non mettere a parte i lettori di particolari intimi imbarazzanti. Comunque, morboso o meno che sia quell’interesse, io dai cambi di domicilio sono molto incuriosito, e credo che in alcuni casi per conoscere a fondo il percorso umano di uno scrittore sia necessario passare pure da quelle stazioni della via crucis che furono le sue residenze: valga per tutti l’esempio di Walter Benjamin, che nel suo essere inesorabilmente déraciné testimonia molto di più di una condizione personale.

Per Terry Eagleton, se l’arte e la cultura di questo tempo hanno dato segni di grande vitalità questo è accaduto per compensare i declinanti valori religiosi. In questo senso l’arte avrebbe molto in comune con la religione: perché entrambe sono forme simboliche, e tutte e due rappresentano il distillato di alcuni tra i significati fondamentali di una società. L’arte sarebbe insomma “una trascendenza rinnovata e sostitutiva, il solo residuo di immortalità rimasto a chi lamenta la barbarie spirituale della modernità”. La letteratura è dunque un surrogato della religione, una religione senza teologia e precettistica morale; e il turismo cimiteriale di Nooteboom sarebbe una sorta di pellegrinaggio culturale, l’ennesima disperata ricerca di senso, un modo diverso di porre la stessa estrema domanda morale di sempre: per cosa viviamo?

Le risposte non possono che essere ugualmente elusive e illusorie, balenare per squarci, per brevi e folgoranti epifanie. I luoghi che visitiamo sono muti, siamo solo noi a farli parlare attraverso le opere di chi li abitò. A Parigi sono andato più di una volta in rue Lepic 98, dove viveva Céline con Elizabeth Craig quando non era ancora Céline, ma solo il medico Louis-Ferdinand Destouches. Ho visto il n°67 del Passage Choiseul dove nacque, rue de l’Odéon 21 dove Cioran viveva in una mansardina, alcuni dei 18 indirizzi di Benjamin in quegli stessi anni (dal ’34 al ’39), ma il mio vero pellegrinaggio letterario, il mio Camino de Santiago laico lo vorrei fare sulla route Lister, e quello sarebbe sicuramente un percorso penitenziale. Sulla route Lister, un impervio sentiero che valicava i Pirenei parallelamente alla strada ufficiale, situato ai piedi di un costone che lo proteggeva dai controlli delle guardie, di norma percorso solo da contrabbandieri che attraversavano clandestinamente il confine tra Francia e Spagna, Walter Benjamin cercò invano la salvezza dai nazisti. Era il 25 settembre 1940. La route Lister rappresenta per me l’ultimo dei suoi Passages, e forse non è un caso che l’intellettuale europeo che più di ogni altro coltivò un’autentica vocazione interdisciplinare, l’inclassificabile sempre in movimento da un ambito culturale a un altro, si sia tolto la vita proprio quando fu bloccato a una frontiera. I confini sono metafore gerarchiche, vengono concepiti per escludere, per mettere al bando. Oggi che quelle barriere non esistono più, che quel sentiero si può percorrere liberamente, penso che sarebbe giusto omaggiare in questo modo chi, come lui, incarnò meravigliosamente “la bellezza e la purezza dell’insuccesso”.

13 Risposte to “Passaggi”

  1. monicavannucchi Says:

    Wow, Sergio, che fiume in piena è la tua scrittura! A metà percorso mi sono chiesta dove saresti andato a parare, avevo qualche dubbio, poi hai dato una bella sterzata e chiuso il cerchio ; notevole! sulla route Lister accetteresti qualche compagno di viaggio, magari un po’ gnurant e che ragiona con i piedi, tipo una danzatrice? Fammi sapere… ah, e scusami se mi sono assentata per un po’ ma se vai sul mio blog capirai il perchè e forse sarò perdonata! monica

  2. sergiogarufi Says:

    monica, non cerco altro🙂
    ora vado a leggerti…

  3. dario Says:

    ….si, sulla route Lister ci andrei anch’io… spero non diventi troppo affollata;
    e grazie per questa intuizione circa l’idiosincrasia di benjamin per le frontiere (mi si innescano tutta una serie di associazioni con la triste cronaca di queste ultime settimane)…

  4. gianni biondillo Says:

    Bene. Dopo qualche giorno di silenzio torni con i fuochi d’artificio. Ottimo.

  5. matilde Says:

    Ti sei mosso in questo post proprio come una pedina di quella scacchiera cinese: hai disegnato un percorso.🙂

  6. Ghega Says:

    In tomba non puoi più fuggire i molestatori, sei a loro disposizione, un feticcio per pratiche private. Diventa facile per i molestatori imporre la propria presenza a chi li ha da sempre ignorati.

    Ghega

  7. emma Says:

    Perfetto il titolo benjaminiano. Anch’io, come sai, ho l’ossessione dei pellegrinaggi letterari e, finora, l’emozione più grande è stata vedere la bicicletta che Bernhard descrive in “Un bambino”. Il finale è un vero omaggio a tutti i grandi “beautiful losers” della storia.

  8. sergio garufi Says:

    ciao dario, tu saresti più che benvenuto sulla route lister, e non credo che diventerà mai molto affollata🙂
    ciao gianni, grazie e bentornato! sai che abbiamo un’amica in comune? la ragazza che ospiterà te e la tua famiglia a ny quest’estate…:-)
    ciao matilde, grazie, speriamo di non finire sotto scacco allora🙂
    ciao ghega, in effetti la casa si ammira da fuori, a distanza, lì c’è solo il ricordo di un passaggio, mentre nelle tombe ci sono le ossa, lì il feticcio è in trappola…
    ciao emma, tu saresti una compagna ideale x quel viaggio, chissà che prima o poi non si riesca ad organizzare veramente…

  9. Ghega Says:

    Comunque, Sergio, il tuo concittadino è assai curioso, ha frequentato un gran numero di massoni illustri e la sua opera non è fruibile se non attraverso un microfilm, strano, in altre biblioteche della regione (senza problemi di finanziamenti per digitalizzare il materiale) ti consegnano anche le cinquecentine…🙂
    Verrebbe voglia di leggerne le pagine a prescindere dai congiungimenti amorosi.

    P.S: la mole del tomo è una scusa, esistono ascensori e carrellini anche in biblioteche storiche a più piani, e il micorfilm è usato per incunboli solitamente conservati in zone ad atmosfera controllata.

    Ghega

  10. sergiogarufi Says:

    ciao ghega, ogni città ha il cittadino illustre che si merita, a noi ce tocca mantegazza; mica per niente si dice che monza è un luogo ameno, nel senso che se ne può fare tranquillamente a meno.
    pensavo: non sarebbe male mettere su un’agenzia di viaggi letterari: trekking sulla route lister, scampagnate cimiteriali ecc, magari ne esce fuori un bel business…

  11. Ghega Says:

    Il business è sicuro, mettici anche pranzi e cene con letture ispirate da quelle taverne lì, con quei piatti lì, soste su panchine storiche, pernottamenti nelle stesse locande con camere, acquisti nelle stesse librerie, refrigerio sotto gli stessi alberi secolari e il pacchetto è completo.🙂

    Ghega

  12. giuseppe Says:

    la strada giusta

  13. giuseppe catozzella Says:

    Complimenti Sergio, che pezzo routard-mirabolante!
    Un caro saluto, giuseppe

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