La geocritica del Manga

manganelli

Mentre la critica letteraria viene data quasi unanimemente per spacciata o agonizzante, e ci si divide tra chi vorrebbe munirsi di vanga e chi farebbe l’ultimo disperato tentativo col defibrillatore, le recensioni invece si moltiplicano e si occupano sempre più spesso di ambiti non strettamente letterari. E’ il caso di Piero Sorrentino, che su Il Giudizio Universale recensisce la legge sull’elezione diretta dei sindaci, e di Camillo Langone, autoproclamotosi critico liturgico, con le sue recensioni delle messe pubblicate su Il Foglio. Che si tratti della riprova di quanto andava scrivendo Aldo Busi ne Le persone normali, quando lamentava la singolare “pretesa che tutto vada letto: quadri, edifici, stoffe, spettacoli musicali, pugilato, segni. Tutto, meno i libri”? O che sia piuttosto quell’ “effetto alka-seltzer” di cui parlava nel ‘74 Enzensberger, una sorta di ermeneutica diffusa, per cui la critica non si trova più nelle sue cornici istituzionali, nelle pagine culturali dei giornali e delle riviste, ma, come la pillola che si è disciolta nell’acqua rendendola frizzante, ora sta dappertutto, nei commenti dei blog letterari e nel chiacchiericcio dei talk-show televisivi?
Sia come sia, la critica ufficiale (quella che per Enzesberger si sarebbe ridotta a un residuo in fondo al bicchiere) già da tempo si era interrogata sui possibili modi di rinnovarsi, ed uno dei tentativi più coraggiosi  fu quello esposto da Emanuele Trevi nell’incipit del suo libro d’esordio, Istruzioni per l’uso del lupo, quando chiese a Marco Lodoli se fosse possibile “recensire un tramonto”. Con questo originale paradosso, il brillante critico romano auspicava una via alternativa all’accademismo elitario e al bavardage sociologico del giornalismo culturale, cioè una scrittura che fosse in grado di “donare alle parole la stessa evidenza misteriosa del paesaggio che descrivono”. Era chiaro, insomma, che più che “recensire un tramonto” l’intenzione di Trevi fosse quella di tramontizzare le recensioni, alla ricerca di una saldatura fra “le cose che accadono e quelle che si scrivono”.

La vera “recensione di un tramonto”, ossia quel modo di leggere un luogo o un evento naturale alla stregua di un libro, fu scritta molti anni prima da Giorgio Manganelli, e oggi ne troviamo ampia testimonianza nella sua ricca produzione odeporica. Sin dai suoi esordi pubblici, ossia a partire dalla prima intervista concessa a Lucia Drudi Demby (adesso raccolta ne La penombra mentale) dopo la pubblicazione di Hilarotragoedia, Manganelli espose l’ipotesi di un nuovo genere letterario, la critica geografica o geocritica, “che consisterebbe nel trattare un luogo alla stessa maniera con cui trattiamo sostanzialmente un libro, cioè come sistema di simboli che agisce su di noi”. Ecco allora che “Goa può essere letta come una figura retorica”, come scrive in Esperimento con l’India; o che l’incipit del suo viaggio nello Schleswig-Holstein, incluso nel volume intitolato L’isola pianeta (edito da Adelphi con la consueta, magistrale postfazione di Andrea Cortellessa), avverta tautologicamente il lettore che a questo punto deve “cominciare la recensione dello Schleswig-Holstein”.

Proprio quest’ultima, splendida puntata della sua letteratura di viaggio, interamente dedicata al Nord Europa, testimonia la lungimiranza del giudizio postumo di Angelo Guglielmi, espresso in Trent’anni di intolleranza (mia), che annunciava che Manganelli “non abbiamo finito di leggerlo”. Già l’anno scorso, difatti, ci eravamo deliziati con La favola pitagorica, in cui Manganelli recitava la parte di un novello Pausania alle prese con l’esplorazione del noto, un’odeporica casalinga piena di chicche imperdibili come la stroncatura di Firenze, considerata alla stregua di “una cooperativa di capolavori” da investigare con lo sguardo lucido e impietoso del Reger bernhardiano di Antichi maestri. Oltretutto, secondo quanto riferiscono alcune testimonianze affidabili, questa stroncatura venne redatta prima ancora della visita nella città toscana, seguendo in questo senso il precetto di Vanni Scheiwiller, per il quale di un libro sospetto si era autorizzati a dire “non l’ho letto e non mi piace”. Anche qui, c’entra forse la predilezione del tapiro malinconico per i luoghi e i libri minori, periferici, elusivi, che non si impongono come letture autoritarie; e la speculare avversione per il centro, le città famose e celebrate, viste come meta di un ottuso turismo organizzato.

Sempre nel capitolo sulla regione tedesca dello Schleswig-Holstein, l’autore dichiara che “ogni viaggio comincia con un vagheggiamento e si conclude con un invece”. Sommessamente, ci permettiamo di dissentire. In realtà, pochissimi viaggi e pochissime letture seguono questo percorso ideale. La letteratura d’evasione e i viaggi organizzati sono la verifica di un pregiudizio, l’apologia del déjà-vu. E se proprio dovessimo accordare fiducia a uno dei tanti criteri estetici formulati nel tempo per individuare la qualità, ci appoggeremmo allora al tedesco H. R. Jauss, il teorico dell’estetica della ricezione, il quale dichiarava che solo le opere (e in questo caso pure i viaggi) di maggior pregio sono in grado di evocare l’orizzonte d’attesa del pubblico per poi disattenderlo e sovvertirlo.

E’ il caso della recensione manganelliana di Aberdeen, la cui visita frettolosa e distratta ci convincerebbe ad accoglierne l’interpretazione cartolinesca, folcloristica, tradizionale, un “ormai so tutto”. E invece proprio lì si acquatta l’errore, la mistificazione, il “luogo comune”, paradossalmente scovato da Manganelli su un manifesto turistico in cui compaiono delle piccole macchie scure sul mare, che non sono altro che le piattaforme che estraggono il petrolio dal Mare del Nord, responsabili dello stravolgimento sia demografico che economico della cittadina scozzese, diventata in seguito a questo “una capitale, un luogo internazionale, una città più cara di Londra, in cui non è più possibile vivere facendo il pescatore”.

I reportages di Manganelli non informano in modo canonico, illustrando le bellezze di un posto come fanno le tradizionali guide turistiche, ma invitano a percorrerlo e perlustrarlo indagandone gli interstizi di senso e riflettendone i mutamenti; perché “il mondo, visto frontalmente, è illeggibile”, e per leggerlo e coglierne i segreti intendimenti occorre spostarsi, mettersi di lato, osservarlo come attraverso un’anamorfosi. E tuttavia il suo approccio letterario ai luoghi non ha nulla di pedantemente citazionista, dato che non sono i libri a spiegare un luogo, ma il luogo a farsi leggere come un libro, un libro in cui le note a margine spesso contano più del testo stesso. Queste recensioni del Nord Europa rifiutano i precetti che indicava la zarina Grazia Cherchi, secondo la quale era necessario riassumerne la trama, e li rigettano perché Manganelli non considerava importanti i fatti, la nuda storia, più o meno simili per qualsiasi luogo o libro. E’ piuttosto “il rumore sottile del posto” (parafrasando il titolo di un suo testo), ciò che guida i suoi passi; nella consapevolezza che anche se si parte sempre per tornare, il vero obiettivo di ogni viaggio è il contatto con l’altro, giacché solo in virtù di questo incontro si manifesta  l’io segreto, si diventa ciò che si è.

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9 Risposte to “La geocritica del Manga”

  1. luigi weber Says:

    Qui stiamo tutti a ripeterci, e a ripeterti, che ognuno di questi pezzi è una gemma, e mi rendo conto che tra qualche tempo la soddisfazione in te cederà il posto alla noia.
    Allora io, che comunque tra le righe il mio giudizio l’ho già seminato, aggiungo solo che un altro impagabile descrittore di luoghi secodo un’ottica obliqua, da anamorfosi, un altro maestro di letteratura odeporica ancora troppo poco noto è Sebald, e che il suo libro più scintillante, da questo punto di vista, è l’ormai introvabile “Gli Anelli di Saturno”, un meraviglioso racconto di viaggio/vagabondaggio per l’Inghilterra che Bompiani ha due volte mandato esaurito – probabilmente in virtù di tirature assai esigue – e che Adelphi ha dichiarato ripubblicherà nel 2010.
    Il Sebald allievo virtuale di Walser, e del Bernhard che tu qui fuggevolmente ricordi (mi permetto di osare una considerazione che parrà bestemmia, eppure la firmo e controfirmo: Sebald a me pare non epigono bensì continuatore nobile, e persino più grande, dell’opera del livoroso misantropo austriaco) è uno scrittore che dei luoghi, specie di alcuni, decaduti, ruinati, dimenticati o affatto scomparsi, in accordo con il suo notorio carattere melanconico, coglie l’anima con una sicurezza che ha pochi eguali.

  2. sergiogarufi Says:

    grazie luigi, ai complimenti mi sa che non si fa mai il callo🙂
    sono d’accordo su sebald, quello è il tipo di scrittura che considero un modello, peccato purtroppo che non abbia moltissimi estimatori. mi sembra che da qualche parte fosse proprio trevi a lamentare, come caso emblematico, il fatto che la critica italiana non si accorse del grande valore di questo autore.

  3. manu Says:

    a margine, proprio poche ore fa, pensavo che ormai niente sembra trovarsi più nelle sedi istituzionali. meno che mai l’autenticità. (scusa!)

  4. monicavannucchi Says:

    Per Sergio; torno ora da Capri , isola che in me provoca un amore-odio sempre difficile da metabolizzare, e, certo, “il rumore sottile del posto” lì è fanfara, concerto per grande orchestra, cacofonia rumorista e molte altre cose. Ma cosa si può dire ancora, per esempio, di un luogo su cui si spesero e spendono fiumi di inchiostro?
    Per Luigi; attendo con ansia una nuova edizione de ” Gli anelli di Saturno”, il 2010 è vicino!

  5. sergiogarufi Says:

    ciao manu, per me è colpa di duchamp e il suo orinatoio, tutto parte da lì (o tempora, o ribes)🙂
    monique, grande invidia, io mi sento agli arresti domiciliari, “guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’ “… leggi cmq il manga, vedrai che c’è modo di parlare pure dei luoghi celebrati, e magari osare addirittura di parlarne male🙂

  6. gianni biondillo Says:

    Vieni a sentire il rumore sottile di Milano assieme a me, che sto facendo il giro della tangenziale a piedi insieme a Michele Monina.
    Un casino che non ti dico!
    (non sto scherzando: ci vieni?)

  7. sergiogarufi Says:

    gianni, da te speravo in un invito un po’ più romantico, che so?, mano nella mano al parco sempione, ma sulla tangenziale mi vuoi far stirare🙂

  8. sergio pasquandrea Says:

    Gianni, ma non è che mi rischiate la buccia?

  9. gianni biondillo Says:

    Ma non SULLA (che è vietato dalla legge), ma vicino, sotto, di fianco, nei pressi, etc…

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