La letteratura contemporanea sta dando i numeri

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La letteratura contemporanea sta dando i numeri. Di recente Amazon ha inserito le statistiche su molti dei suoi libri in commercio. Queste statistiche mostrano parecchi dati: dal numero totale delle parole di un libro, a volte comparato col prezzo (“Infinite Jest è un affare, 39.574 parole a dollaro!”), alla media di parole per frase, fino alla percentuale di vocaboli complessi presenti nel testo (e per complessi s’intende di lunghezza superiore alle tre sillabe), che vengono interpretati come indici di leggibilità dell’opera. Va da sé che l’invito ad assecondare le ischemie dell’attenzione di un pubblico di lettori sempre più distratto non genera automaticamente chiarezza comunicativa, bensì un linguaggio balbettante, fatto più di sentenze lapidarie che di ragionamenti; al punto da far sospettare che il registro gnomico di molta letteratura sapienziale che affolla le classifiche di vendita sia chiamato così proprio per la brevità delle sue espressioni.

Lo scrittore Steven Johnson, autore del saggio Tutto quello che fa male ti fa bene, edito in Italia da Mondadori, in un post intitolato Literary style by the numbers, pubblicato il 21/10/2007 sul suo blog, confronta su un grafico cartesiano di ascisse e ordinate i propri dati con quelli di altri autori, scoprendo così che se i due ultimi suoi libri hanno una media di 24,6 parole per frase, quelli di venerabili maestri come Frederic Jameson e Michel Foucault invece lo sopravanzano nettamente (per esempio Postmodernismo di Jameson ha una media di 53 parole per frase). Ma i paragoni che lo attirano di più sono quelli con colleghi contemporanei che scrivono testi simili ai suoi, e qui scopre che Malcom Gladwell, rispetto a lui, vanta delle frasi più corte del 25%; dal che ricava che il valore di riferimento cui uniformarsi è quello (“Ho sempre pensato che la lunghezza delle frasi fosse un fattore determinante per la complessità di un libro e nel tempo ho imparato a scrivere frasi più brevi”).

La leggibilità, perseguita con i criteri esposti da Steven Johnson, è un’aberrazione giornalistica indebitamente applicata alla letteratura. Ha senso per l’articolo di un quotidiano, non ne ha per una rivista letteraria o un romanzo. E Steven Johnson parla di letteratura tout court, non solo di saggistica. Basta leggere il titolo del suo post, Literary style by the numbers, o il riferimento a Infinite Jest di David Foster Wallace, oltre al fatto che nella discussione sviluppatasi nello spazio commenti del blog  si analizzano nello stesso modo i libri di Dostoevskij ed altri.

A me, questo criterio di leggibilità meramente quantitativo (scrivere con parole brevi e frasi brevi) pare un’enormità. Credo che non ce ne possa essere uno valido per tutti, si valuta caso per caso e a seconda dei gusti e delle esigenze di chi legge. Quello della letteratura è uno spazio di negoziazione permanente, chiuderlo in una gabbia di ascisse e ordinate è semplicemente folle e ricorda tanto l’altrettanto folle grafico di valutazione del valore delle poesie inventato dall’emerito prof. Prichard nel film L’attimo fuggente.

A ben pensarci, i primi segnali di questa tendenza sono già arrivati anche da noi. E’ il caso della rivista Vanity Fair, che avverte i suoi lettori circa il tempo necessario per leggere ogni articolo, o del concorso Subway letteratura, rivolto a racconti brevi la cui lettura doveva durare giusto il viaggio di un certo numero di stazioni della metropolitana, perché sono il tempo e la capacità di concentrazione quelli che mancano al lettore medio. Ma si può stabilire quale sia il ritmo di lettura giusto per tutti, o non si corre il rischio di fare come Woody Allen, quando disse che aveva letto Guerra e pace col metodo della lettura veloce e quello che aveva capito era che si parlava della Russia? E la soglia di attenzione di un lettore è stimolata più dalla monotonia di una prosa costantemente brachilogica o dall’alternarsi del ritmo e dei registri espressivi, come insegnano tutti i trattati di retorica da Cicerone in poi? E non esiste una ciarlataneria della brevità, che può rendere logorroico pure un discorso frammentato se sconclusionato? Domande retoriche, certo, eppure la risposta a cui pare si stiano uniformando editori e autori sembra essere quella meno scontata e ragionevole.

p.s. l’opzione di leggibilità che calcola le parole per frase è contenuta pure nel programma di Word. Basta andare nel menu “Strumenti”, scegliere “Opzioni”, nella tabella “Ortografia e Grammatica” barrare la casella “Mostra statistiche di leggibilità”, che include il conteggio del numero di parole per frase ma non il numero delle sillabe di ogni parola. Diceva bene Manganelli:  “le statistiche sono le frigide megere dei nostri tempi”.

12 Risposte to “La letteratura contemporanea sta dando i numeri”

  1. La letteratura contemporanea sta dando i numeri « la vie en beige Says:

    […] Vai a vedere articolo: La letteratura contemporanea sta dando i numeri « la vie en beige […]

  2. manu Says:

    ecco, ancora a proposito di concetti lontani dalle loro sedi istituzionali.

  3. antonio lillo Says:

    ma questo non lo avevi già pubblicato? ricordo non so come di averlo già letto… o è un deja vu? vuoi vedere che sono andato a dormire pessimista e mi sono risvegliato veggente?

    e poi una domanda scema: ma a questa stregua le poesie a quanto le faranno al chilo? e soprattutto sono buone per la zuppa o ci si può fare solo della frittura mista (pratica che, per quello che vedo in torno oggigiorno, va per la maggiore)… no, perchè se per il mercato è solo una questione di peso torno di filato al poema cavalleresco! con quello sì che ti sazi!😛

    vabbè scusa lo scherzo, è solo che certe volte non riesco proprio a controllare l\’impulso alla battuta… giuro, quando avrò i soldi andrò da uno psichiatra!

  4. sergiogarufi Says:

    ciao manu, hai ragione, potremmo chiamarla \”delocalizzazione culturale\”🙂
    ciao antonio, sì è un pezzo vecchio, ne ho postati diversi qui, vorrei raccogliere un po\’ tutte le mie cose, edite e inedite. le poesie costano poco, meno delle zucchine, però stai attento che ti fanno pagare pure la carta🙂

  5. cuoreblu Says:

    che poi non so se è una impressione mia, ma ormai non c’è libro che scali le classifiche e non venga definito unanimemente ‘scorrevole’. quasi come se fosse questa l’ultima richesta ai libri, che scivolino via, che non richiedano sforzo e non lascino tracce.

  6. emma Says:

    Pienamente d’accordo. Il livello sintattico di un testo è parte integrante di ciò che racconta e, talvolta, specchio della psicologia dell’autore. Se non sbaglio nel primo volume di “2666” di Bolaño c’è un periodo lungo oltre due pagine. E che dire di Proust, il principe dell’ipotassi più spinta? Nella “Recherche” la complessità della strutturazione sintattica riproduce le infinite connessioni mentali indotte dal succedersi di ricordi, pensieri, sensazioni.

  7. dario Says:

    e io che trovo di difficile la lettura certi articoli paratattici di ilvo diamanti, proprio perchè sono praticamente privi di subordinate….

  8. sergiogarufi Says:

    dici bene cuore blu, la scorrevolezza è l’obiettivo finale, chissà se è pure il criterio cardine degli editor…
    caro dario, c’è pure di peggio, pensa al linguaggio da oroscopo di alberoni che discetta di sentimenti in prima pagina sul corriere😦
    cara emma, l’hai detto molto bene, meglio di quano avessi fatto io in 30 righe. 2666 di bolaño me lo stanno consigliando in diversi, prima o poi me lo leggo.

  9. sergio pasquandrea Says:

    L’ipotassi rende il pensiero tridimensionale, la paratassi lo appiattisce.

  10. lisa Says:

    la lettura instaura un rapporto fra chi legge e ciò che è scritto che non è poi così diverso dal rapporto orale: c’è chi parla(libro) e chi ascolta. La leggibilità di un testo credo non differisca, nella soglia di attenzione, da quella di un oratore. Ci sono buoni oratori che anche con ampi giri riescono a tenerla viva, altri che invece non producono altro che noia. non credo sia questione di quantità ma di capacità di dare senso. D’altra parte sempre più spesso a certa letteratura “scorrevole” si contrappone quella “difficile” per cui si finisce col sentirsi sempre un po’ idioti.

    ciao
    lisa

  11. sergiogarufi Says:

    ciao lisa. sono d’accordo quando dici che le due opzioni (scrittura scorrevole vs. scrittura difficile) sono entrambe sbagliate, ma quello che contestavo io era che la chiarezza espressiva fosse determinata unicamente da periodi brevi, mentre a mio avviso quello è un falso problema. per quanto riguarda invece il rapporto fra chi scrive e chi legge io vedo delle sostanziali differenze dall’oralità, e non solo perché quest’ultima sceglie l’interlocutore cui rivolgersi. l’asimmetria del rapporto platonico fra chi scrive e chi legge per me rende la letteratura qualcosa di diverso da un vero dialogo. è un dialogo muto, differito. la letteratura si realizza nella comunione, non nella comunicazione.

  12. jan Says:

    Ciao Sergio, forse ne avevamo parlato in passato, comunque: gran parte del lavoro sulla leggibilità e l’analisi stilometrica viene dal mondo anglofono ed è influenzato dalle caratteristiche distintive della lingua inglese.

    Un software molto interessante per l’analisi testuale in lingua inglese: The Signature Stylometric System – A User-Friendly System for Textual Analysis
    http://www.philocomp.net/humanities/signature

    Un progetto italiano sugli indici di leggibilità nella nostra lingua, con servizio di invio e valutazione automatica: Eulogos Censor (indice GULPEASE e Vocabolario di base):
    http://www.eulogos.net/ActionPagina_1021.do

    Infine: la statistica nell’analisi testuale, gli indici di leggibilità hanno pochi legami col genio e l’arte, e tanti con l’alfabetizzazione, la divulgazione e l’accesso al sapere e la democrazia. Ma diavolo, ne abbiamo certamente parlato in passato.

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