Bibliografia di un amore

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La prima e ultima volta che vidi Stefanie fu su un treno. Che non fosse un caso lo capii tardi, da un catalogo d’immagini di Luigi Ghirri che lei stessa mi regalò tempo dopo, in cui l’unico autoritratto immortalava il grande fotografo seduto su una panchina di una piccola stazione ferroviaria emiliana, con alle spalle appeso a muro l’orario delle partenze e degli arrivi. Stefanie fu il mio treno, la mia grande occasione. Un treno che persi, come tutti gli appuntamenti importanti della mia vita. Forse era giusto così. Stefanie è un luogo di transito, ha bisogno di essere sempre in movimento, da questo dinamismo trae l’energia necessaria per andare avanti.

I nostri destini si incrociarono ai primi di febbraio del 2000. Avevo appena pubblicato un pezzo su Igor Mitoraj, mettendo in parallelo le sue sculture mutile, che avevo ammirato da solo in una mostra milanese, con la mia felicità parziale se non condivisa, e lei si era riconosciuta, mi aveva scritto una  mail breve e commovente da cui era nato un lungo carteggio. Mi confidò che faceva l’architetto e viveva a Palermo con un uomo. Sul momento ci rimasi male, mi interrogai su cosa potesse volere da me una donna accoppiata, però continuai la corrispondenza, sentivo che c’era qualcosa di diverso dal solito in lei, e che la sua convivenza poteva non essere un ostacolo insormontabile. Non scrivevamo molto di noi. Sì, venni a sapere che era nata a Utrecht da madre olandese e padre romagnolo, che i suoi erano separati, che lavorava in proprio e viaggiava spesso, sempre in treno e quasi sempre verso Roma, dove aveva alcuni clienti, ma tutte queste cose sembravano il contorno, l’argomento principe era la nostra passione culturale: tanti versi di poesie, brani di racconti, tanta musica, film, opere d’arte. Di questo lungo carteggio esiste una copia, un libretto azzurro che mi regalò a un mio compleanno. Stampò tutta la corrispondenza che ci eravamo scambiati fino al momento dell’incontro e che aveva conservato, la fece rilegare come una tesi di laurea e mi consegnò il libro quando compii 38 anni. Si intitolava Bibliografia di un amore.

Dopo 2 mesi di mail e telefonate appassionate ci incontrammo per la prima volta all’inizio di aprile alla Stazione di Milano. Lei era venuta per visitare il Salone del Mobile, rimaneva una settimana ospite a casa mia. Appena la riconobbi non mi entusiasmò, era vestita in modo un po’ eccentrico per i miei gusti. Ricordo che fra me e me dissi: “questa non dura una settimana”. La verità è che non ho mai capito niente delle donne. Tutte le volte che ho sùbito perso la testa per una poi si è rivelata una stronza, così come spesso è accaduto il contrario. Andammo a mangiare in una pizzeria nei paraggi e poi immediatamente a casa, anzi, a letto. Nel buio della “camera senza tempo” – come la chiamava lei per il silenzio irreale che vi regnava, considerato che l’appartamento si trovava nella via centrale della città -, mentre ci eravamo appena spogliati e stavamo per fare l’amore  mi fece una confessione sconvolgente, e io quasi la presi per pazza, anche se dentro di me pensai “chi se ne frega, è bella e la scopo lo stesso, poi al limite sparisco”. La rivelazione sconvolgente era che non si chiamava Stefanie, bensì Clara. Stefanie era il suo nickname creato apposta per me. Il suo uomo attuale la chiamava Juliette, e quello precedente l’aveva chiamata in un altro modo ancora. Questo perché lei odiava il suo nome. L’aveva scelto suo padre perché era lo stesso nome della sua amante. Suo padre era un essere spregevole che da piccola aveva abusato di lei e che ora non vedeva quasi più. Aggiunse pure che lei non stava mai più di tre anni con un uomo, poi lo lasciava per un altro e cambiava nome e città. Mi disse testualmente: “io fra tre anni ti lascerò”. Al buio. A un uomo appena visto. Pensai che fosse una mezza pazza che avrei liquidato presto e cominciammo a far l’amore.

Nei giorni seguenti ci vedevamo la sera, io andavo in negozio e lei in fiera. Poi ritornò a Palermo ma le nostre telefonate continuarono, più per la sua insistenza che per la mia. Io sono un diesel nei rapporti, mi frenano mille paure, ci vuole un po’ per accendermi, devo fidarmi, poi a quel punto però non mi spengo più, mi devono spegnere gli altri, non a caso vengo sempre lasciato. E’ che se mi ci metto significa che ne sono innamorato, che dentro di me ho deciso che è lei quella giusta per cui tutto il resto non conta più. Difatti sono monogamo come un gibbone, e quando sento gli amici sposati da poco, che mi confessano turbati che la prospettiva di essere fedeli e non farlo più con altre donne per tutta la vita li atterrisce, io li guardo strani, come se dicessero un’eresia. Tranne per l’attrazione fisica, per me i rapporti sentimentali sono come quelli familiari: a vita, non ti separi mai da un fratello. Ci puoi litigare, stare un periodo senza vederlo, ma c’è un legame di sangue che ti lega, più forte di tutto. E la prospettiva dal mio punto di vista è gioiosa: significa che la ricerca affannosa è finita.

Pochi giorni dopo io partii per una vacanzina di Pasqua in Toscana con Paolo. Ricordo che la sentivo spesso al telefono e commentavo con lui la cosa in modo ironico e distaccato, con le tipiche battute da maschi che fan tanto cameratismo, come fosse l’ennesima conquista. In quelle notti continuavo a fare il mio solito incubo, in cui dico “ti amo” ma non so a chi dirlo, non so dare un nome e un volto a quel “ti”, e questo era un chiaro sintomo del mio sentirmi ancora single nonostante tutto. In seguito tornai a Milano e lei veniva quasi ogni weekend da me, a poco a poco mi stava conquistando. Mi colpiva la sua devozione, si faceva lunghi viaggi in treno per vedermi anche solo poche ore. Spendeva soldi che non aveva, mi rivolgeva sempre mille attenzioni, io non ero abituato ad essere amato in modo così totale e incondizionato. In alcuni momenti mi commuoveva. Una domenica facemmo una gita in moto al lago: Varenna, il castello di Vezio, poi il traghetto per Bellagio, camminavamo mano nella mano. Fu meraviglioso. Mi insegnò ad essere meno precipitoso, ad assaporare di più quei momenti. Riaccompagnandola alla stazione con mille imbarazzi mi chiese se potevo prestarle 50 euro, io li ritirai subito col bancomat e lei quasi scoppiò a piangere. Le dissi: “Cosa fai? Siamo mica due estranei. Fra estranei ci sono questi imbarazzi, si parla di prestito, fra due che stanno insieme non esiste, ognuno aiuta l’altro per quello che può, quando avrò difficoltà io e tu potrai sono sicuro che farai altrettanto”.

Nel giro di qualche mese lasciò il fidanzato greco e Palermo e si trasferì a casa mia. Era la mia prima convivenza, ed ero raggiante. Abbandonò quasi tutto a Palermo: vestiti, mobili, si portò solo qualche libro. Col senno di poi fu perfettamente coerente all’annuncio iniziale: cambiò vita, nome, città, uomo; ma a me sembrava che nei fatti contraddicesse le sue parole, e io ho sempre dato più importanza ai comportamenti che alle enunciazioni di principio.

Le nostre prime vacanze estive insieme furono all’insegna del risparmio e senza una meta precisa. Partimmo in auto verso sud facendoci condurre dall’umore del momento. Visitavamo siti archeologici, chiese, musei, e poi facevamo tanti bagni, alloggiavamo in piccoli alberghi o appartamenti in affitto trovati per caso. Facemmo sosta a Osimo, ospiti nella bella casa di Linnio, un mio caro amico della scrittura, e poi ci spostammo verso il Tirreno. Mentre eravamo a Porto Ercole, per omaggiare il posto dove morì Caravaggio, mi raggiunse una telefonata di Sara, la mia ex con cui ero rimasto amico, che ci invitò a passare qualche giorno con lei e i suoi amici in barca. Ci sarebbero venuti a prendere a Terracina per poi navigare verso Ponza. Stefanie fece un po’ di resistenza, era molto gelosa, ma infine acconsentì, e quando conobbe Sara capì che non aveva nulla da temere, che eravamo davvero solo buoni amici.

Per un anno almeno lavorò solo saltuariamente. Mantenne i clienti di Roma, dei commercianti ebrei a cui progettava i negozi o gli appartamenti, ed io che arredavo case ogni tanto la inserivo e coinvolgevo coi miei. A soldi non stava messa benissimo, anche tenuto conto del fatto che aveva da pagare una rata di mutuo della casa in campagna dove vivevano la madre e il fratello, e di cui lei era proprietaria di una frazione. Lì passavamo qualche weekend in mezzo al verde, avevano un terreno con un centinaio di alberi da ciliegie e un bel camino per l’inverno. La casa era tutta baraccata, le intenzioni erano quelle di metterla a posto un po’ per volta, l’avevano presa soprattutto per ricostruirsi una vita insieme lontani dal padre.

Ad agosto 2001 partimmo in moto per il Salento. Con due coppie di amici miei prendemmo in affitto una masseria ristrutturata vicino a Gallipoli. Stavamo bene. Tutto costava poco, il mare era meraviglioso, la gente ospitale, ballavamo con la radio a tutto volume, discutevamo del G8 di Genova, la pensavamo allo stesso modo. C’è una foto che fissa per sempre quell’armonia miracolosa: ritrae me, Stefanie, Paolo e Marina su due sdraio in una spiaggia deserta, con le espressioni rilassate, le pose stanche e serene, due coppie che stanno bene insieme in una condizione di soddisfatta ebetudine. Solo al ristorante ci sentivamo diversi io e Stefanie, ed eravamo orgogliosi di questo. Succedeva al momento del conto, quando le altre coppie dividevano per ogni singolo, e chi non aveva abbastanza soldi e ne chiedeva al partner lo faceva come fra estranei, con la promessa di restituirli, mentre io e lei eravamo una cosa sola. Fu un momento magico quell’estate. Io abbandonai le mie ultime resistenze, mi abbandonai a lei.

A settembre il negozio riprese bene, insieme riuscivamo a cavarcela. Lei piaceva a tutta la mia famiglia e ai miei amici, era bello averla a fianco, tornare a casa e sapere che c’era. Andavamo a vedere un sacco di mostre: Burri, Fontana, una volta facemmo 800 km in giornata per vedere Rothko alla Fondazione Beyeler di Basilea. E poi il cinema, i concerti, i libri, tante cose che amavamo insieme. Lei era sempre piena di attenzioni nei miei confronti, sembrava vivesse in funzione mia, ed io ero imbarazzato da tutto quell’amore, come se fossi perennemente in debito con lei.

In quel periodo Stefanie decise di rinunciare alla propria autonomia professionale e iniziò a spedire curriculum presso i maggiori studi di architettura milanesi, e uno di questi la assunse. Non ci speravamo quasi più, era il periodo subito successivo all’11 settembre 2001, e come avevo previsto toccò a lei per qualche tempo sostenermi, dato che il mio negozio stava risentendo della crisi. Ci si aiutava a vicenda in tutto. Io le confidai i miei problemi, il senso di colpa per la morte di mio padre, la famiglia distrutta dal suo suicidio, e forse questo la confortò, le fece capire che ognuno ha i propri mostri da tenere a bada. A poco a poco mi sembrava che il legame si stringesse sempre di più, e che entrambi ne traessimo giovamento. Ricordo una sera che cucinò una pasta e portando la padella dalla cucina alla sala le cadde per terra e lei scoppiò in un pianto disperato, quasi avesse fatto una cosa terribile. Le succedeva perché suo padre per anni le disse che non avrebbe mai combinato niente nella vita, che era un’impedita, e questo le provocò l’effetto opposto: era una perfezionista, ogni cosa doveva essere fatta al meglio, non tollerava il più piccolo errore. In quell’occasione io la guardai piangere e le dissi: “E allora? Che è successo? Niente”. Presi la pentola in mano con ciò che rimaneva e lo versai ancora per terra. Poi con dello scottex lo raccolsi e aggiunsi: “Visto? Che c’è di così terribile? È caduta della pasta per terra, capita a tutti. Si pulisce ed è finita lì”. Lei mi guardò con dolcezza, accennò un sorriso da bambina e in seguito, quando le ricapitò qualcosa del genere, le sue reazioni non furono più così tragiche.

Un’altra volta avemmo una piccola discussione serale, forse la prima nostra. Niente di importante, eppure ci eravamo accostati a letto di spalle, senza parlarci. Io avevo spento la lampada un po’ arrabbiato ed ero rimasto sveglio al buio. A un certo punto sentii un rumore strano, costante, che non mi spiegavo. Accesi la luce ed era lei, con la bava alla bocca e uno sguardo spiritato che stava battendosi ritmicamente le nocche del dorso della mano contro la parete bianca. Sia la mano che la parete erano insanguinati. Ebbi un colpo, la strinsi e baciai e rassicurai, dicendole che era stata una fesseria, che le chiedevo perdono, e che comunque ci stava che qualche volta si discutesse, non era una tragedia. Lei si calmò e quella fu l’ultima volta che il suo passato la tormentò, o almeno quella fu la mia impressione.

Quando anche il mio lavoro si riprese incominciammo a parlare di famiglia, di una casa nuova e più grande, arredata insieme, frutto del gusto di entrambi e con una camera in più per un figlio. Soldi da parte non ne avevamo ma nel 2002 i mutui venivano concessi con maggior facilità. Ne trovammo una vicino al centro, in un palazzo degli anni 70. Era spaziosa, con un lungo corridoio e un balcone affacciato su un bel giardino di magnolie. Facemmo un’offerta più bassa, l’accettarono e con grande fatica racimolammo i soldi necessari. Andammo dal notaio a novembre. Mi sembrò che la mia vita a quel punto avesse finalmente un senso: avevo un lavoro mio, una donna che amavo e una casa per stare insieme. Rogito ergo sum. Festeggiammo in un ristorante con i familiari e lei disse che quello di comprar casa con 25 anni di mutuo era un impegno più vincolante di un matrimonio. Smettemmo di far l’amore prendendo precauzioni, volevamo un figlio, sarebbe stato il coronamento del nostro sogno. Qualche giorno dopo iniziammo il trasloco.

A fine novembre 2002 Monza fu flagellata da due settimane di pioggia ininterrotta. Il fiume Lambro si gonfiava in modo preoccupante e le previsioni meteorologiche non davano molte speranze. Il 24 liberammo la vecchia casa e il 26, quando ancora vivevamo in mezzo agli scatoloni, il fiume uscì dagli argini e inondò il centro della città. Il mio negozio, che si trovava in uno dei punti più bassi dell’abitato, fu allagato. Entrò un metro e mezzo d’acqua che provocò 50.000 euro di danni. Chiusi l’attività fino all’epifania, poi dovetti riverniciare i muri cercando prima di farli asciugare, il che in inverno non è facile. Perdetti oltre alla merce rovinata pure gli incassi del periodo natalizio. Fu un disastro.

In quei momenti di difficoltà Stefanie mi fu molto vicina. Quando incominciò a entrare l’acqua in negozio io ero dentro da solo. La chiamai in ufficio per chiederle aiuto e accorse subito. Insieme spostammo le cose di maggior valore e cercammo di salvare il salvabile. Nel frattempo c’era anche da mettere a posto la casa nuova, dipingerla e arredarla, ma con lei mi sentivo forte, pensavo di poter affrontare qualsiasi problema.

Verso gennaio 2003 il suo atteggiamento cambiò. Era più fredda nei miei confronti. Io pensavo che dipendesse dai casini che ci erano successi: lo stress del trasloco, il negozio allagato e chiuso. Facevamo pochissimo sesso e quel poco non era di grande soddisfazione per entrambi. Oggi, col senno di poi, capisco che per lei stava scadendo il termine, i 3 anni promessi. Credo che lo sentisse e lo combattesse, dentro di sé. La volontà si opponeva all’istinto di scappare. Forse lo stesso acquisto della casa, o il desiderio di rimanere incinta, erano dei vani tentativi di ribellarsi al destino di eterna fuggitiva, di imporsi di restare con me. Il 30 gennaio, il giorno del mio quarantesimo compleanno, eravamo a casa con degli amici e lei mi fece una battuta acida davanti a loro. Per me quella battuta fu uno shock, una decompressione vertiginosa che mi rivelò improvvisamente il vuoto sottostante in cui sarei potuto collassare. Era la prima volta che si verificava un contrasto tra noi, e per di più in pubblico. Per qualsiasi altra coppia si sarebbe trattato di ordinaria amministrazione, sarebbe stato considerato un piccolo screzio più che fisiologico, ma per noi era strano, molto strano. Ad ogni modo finì lì, lei più tardi si giustificò dicendo che era nervosa ed io la tranquillizzai che non me l’ero presa.

A quel punto per me lei era tutto. Stefanie – perché io seguitavo a chiamarla in questo modo – era la mia vita, la mia promessa di senso, non concepivo neppure la possibilità che fra noi potesse finire. Il 14 febbraio, a San Valentino, la andai a prendere la sera tardi in fiera. Aveva accompagnato un fotografo che doveva scattare delle immagini a uno stand progettato dal suo studio di architettura. Io la attesi a lungo in auto sotto un cavalcavia, perché mi aveva avvisato che avrebbe preso un’uscita secondaria. Quando ci incontrammo era affettuosa come al solito, non mi accorsi di nulla. In realtà l’orrore si era già consumato, quanto avvenne dopo fu solo la sua esplicitazione.

Nei giorni seguenti le sue telefonate dall’ufficio si diradarono. Prima mi chiamava 20 volte al giorno per la minima fesseria, sembrava che vivesse alla ricerca di aneddoti o notizie da potermi raccontare, ed ora invece era subentrato il silenzio. Io le chiedevo spiegazioni e lei si giustificava dicendo che era molto impegnata col lavoro, cosa che le era già successa in passato senza però scalfire minimamente le sue affettuose abitudini. Poi cominciò ad avere degli impegni serali con colleghi nei quali la mia presenza non era prevista. I miei dubbi su di lei crescevano quanto il suo distacco nei miei confronti, ma l’eventualità che se ne andasse mi pareva lo stesso una follia, finché una notte l’attesi sotto casa e la vidi baciare un uomo in macchina che l’aveva riaccompagnata.  Litigammo furiosamente, lei beveva, vomitava, faceva la spola tra il bagno e la cucina mentre io urlavo, inveivo, prendevo a calci il muro. Infine mi confessò che si era innamorata proprio di quel fotografo, e mi disse che tra noi era finita. Io, che avevo sempre creduto nella verità dei comportamenti, ora dovevo arrendermi alla verità delle parole. Stefanie me lo aveva annunciato sin da principio, il nostro era un amore a termine, a me stava succedendo quanto era già successo al greco e quanto in futuro sarebbe successo a un altro. Non ci si poteva fare niente. Ricordo che in quei giorni era appena stato pubblicato l’ultimo libro di Frédéric Beigbeder, L’amore dura tre anni.

In quel periodo scoppiò la guerra in Iraq. Il mio piccolo dramma personale convocava pateticamente quell’immane tragedia a fargli da ruffiana, mi sembrava che tutte le bandiere della pace esposte sui balconi italiani invocassero una nostra riconciliazione. Volammo a Barcellona per un fine settimana, era un viaggio low cost prenotato e pagato con largo anticipo, non si poteva disdire. Io speravo di ricomporre in extremis il rapporto ma lei era altrove. Non incontrammo alcuno dei miei parenti, fu una vacanza molto triste, in cui ratificammo la nostra separazione discutendo degli aspetti pratici e piangendo molto ognuno sulle spalle dell’altro. Tutti e due pensavamo al ritorno: lei che lo desiderava e io che lo temevo. Arrivati a Monza prese poche cose e uscì di casa per andare a vivere con lui. Saremmo morti lontani.

La accompagnai alla stazione una mattina di marzo. Ci abbracciammo stretti a lungo senza parlare fino a che salì sul treno. Io rimasi impietrito sul binario, nel punto esatto dove iniziava la sua nuova vita. La vidi salutarmi con gli occhi liquidi attraverso il finestrino. Stava già cambiando pelle, città, amore. Anche il suo nome ormai era un altro. Giusto quello mi lasciava: il nome.

31 Risposte to “Bibliografia di un amore”

  1. antonio lillo Says:

    sergio ma è grandissimo sto pezzo! dovresti farne un libro di una storia così, un meraviglioso romanzo, un film porcocane! è stupendo! mi sono commosso tantissimo!

  2. monicavannucchi Says:

    Concordo con antonio lillo. mi sono commossa anch’io, accidenti! monica

  3. emma Says:

    Sergio, l’ho letto tutto d’un fiato: è straordinario! Questo è materiale incandescente! E’ giunto il momento di diventare “scrittore praticante”, non ci sono giustificazioni.
    Grazie di cuore, è stato un regalo.

  4. fernando coratelli Says:

    Bellissimo racconto, con me poi sfondi una porta aperta, amo le fughe e narrazioni di fughe. Ma su tutte ho sentito vibrare questa frase: “quella fu l’ultima volta che il suo passato la tormentò, o almeno quella fu la mia impressione”. Mi piace molto il distacco amaro dell’io narrante, che mette in discussione la sua stessa narrazione.
    Davvero bello.

  5. Clarissa Says:

    Sono rimasta come traumatizzata da questo scritto, per una serie di coincidenze.

  6. giosannino Says:

    Catturato. L’ho letto in apnea. Davvero colpito, a partire dal titolo. Solo, dalla metà circa in poi ho pensato che il finale sarebbe stato diverso, perché espressamente annunciato. Nonostante ciò, l’epilogo mi soddisfa. E quel “saremmo morti lontani” è un colpo da maestro.

  7. franz krauspenhaar Says:

    splendido. potrebbe diventare un romanzo. “saremmo morti lontani” è la frase più struggente, che rompe anche col potere delle parole quella fusione romantica – e rara – che c’era stata.

  8. monicavannucchi Says:

    Sergio, ma io credevo che tu fossi già “scrittore praticante”! Più di così è impossibile! ribadisco che è un pezzo proprio bello, in bilico tra autobiografia ed esperienze universali, tutti possono riconoscervisi almeno un poco, però resta proprio tuo, per quel poco che conosco di te ( scusa il giochino!) Grazie per queste belle occasioni.
    Emma sei tu? Ne approfitto per dirti che ho seguito il consiglio e letto “Un incontro” di Kundera; il pezzo su Bacon è pane per i miei denti! grazie, monica

  9. gianni biondillo Says:

    Sergione, tu sei un cazzo di fottutissimo scrittore, mettitelo in capa!
    (saremmo morti lontani” è puro Foscolo)

    Clara, comunque, mi sta sul cazzo, e ringrazia il cielo che sono un uomo spostato altrimenti chiedevo la tua mano!😉

  10. fernando coratelli Says:

    @ Gianni, è interessante il lapsus che ti porta a affermare che sei un uomo “spostato” per non chiedere la mano di Clara/Stefanie.🙂

  11. gianni biondillo Says:

    GULP!
    E comunque io la mano volevo chiederla a Sergio! Io me lo sposerei uno così!

  12. emma Says:

    @Monica: sì, ghe se propri mi. Ma grazie! Che soddisfazione ti sia piaciuto Kundera. Anche per me il minisaggio su Bacon è il pezzo migliore del libro.

    @Gianni: fai sempre in tempo. Elena e le bambine se ne faranno una ragione.

  13. linnioaccorroni Says:

    me li ricordo quei due, in un agosto di molti anni fa.
    come riferimento cronologico, mi sovviene quanto allora fossero piccoli i miei figli e come sono adesso.
    aveva piovuto tutto il giorno ed io ero in apprensione per loro. Per una piccola parte questa apprensione era giustificata da una preoccupazione naturale e motivata (sapevo che venivano dal sud e s’erano fatti tutto il viaggio in moto); ma ciò che più mi inquietava era che in realtà di quei due non sapevo niente o quasi e da homo della marca provavo una qualche forma di rustica diffidenza. la nostra frequentazione era stata quasi esclusivamente telematica perchè frequentavamo un newsgroup comune ed i post che i due scrivevano mi emozionavano assai. Forse perchè si avvertiva che nelle loro parole non c’era traccia dell’esibizionismo narcissico di molti frequentatori del ng, ma piuttosto si coglieva la manifestazione di una vita autentica e non succedanea o confinata tra tastiera e schermo, non libresca, ma illuminata da una passione per il bello declinato in tutte le sue forme. Mi ricordo ancora adesso una cosa che avevano scritto praticamente a 4 mani,in cui parlavano di una conferenza di houellebecq a cui avevano assisitito e del viaggio di ritorno in auto insieme letto da due prospettive eterodosse, ma complementari. Quando poi ci sentivamo per telefono con sergio, senza mai esserci visti de visu, la mia leggendaria inadeguatezza comunicativa aumentava ulteriormente quasi fino alla dislessia, mentre sergio aveva una parlantina sciolta e frizzante, tant’è che quando mi disse che sarebbe venuto a trovarmi mi sembrò una specie di inatteso privilegio.
    il rendez vous era nella piazza principale e quando li vidi (sergio con una tuta centauresca, ma indossata con quel salvifico understatement che lo caratterizza, lei invece in jeans e maglietta) mi sembrò d’averli conosciuti da sempre, di (re) incontrare vecchi amici dati per dispersi piuttosto che 2 perfect strangers.
    furono bei giorni: almeno per me. troppo brevi e veloci.
    quando seppi della fine del loro rapporto soffrii: un dolore pari a quello provato leggendo della morte di nemcesek ne i ragazzi della via paal o di karenin nell’insostenibile leggerezza dell’essere.

  14. monica viola Says:

    Bellissimo. Questa storia spiega il diverso modo di amare maschile e femminile, le ragioni per cui spesso una storia finisce senza che l’uno e l’altra ne capiscano realmente il perché.

  15. sergiogarufi Says:

    grazie.

  16. Chiara Says:

    Molto bello, molto molto molto bello.

  17. luigi weber Says:

    Mamma mia che magone… Un racconto terribile perché tutto ineluttabile. Ho sempre avuto in mente una frase di Pavese, nel Mestiere di vivere, che recita press’a poco così: “si cessa di essere giovani quando si capisce che dire un dolore lascia il tempo che trova”. Ho sempre pensato fosse vera e tremenda.
    In realtà qui Sergio mi insegna a correggerla: dire un dolore, e perfino dire un amore – le due cose, guarda caso, sono quasi sinonimo, quasi paronomasia, come ricordo e rimorso – può non essere affatto inutile. Bisogna essere uno scrittore vero, ecco. Allora sì. Allora si può.

  18. Gunale Says:

    Sì, molto bello. Emozionante.
    Grazie

  19. giuseppe Says:

    il sentimento non sparisce mai, gli illusi credano pure alle loro artificiose emozioni. la prima kosa che mi chiese stefanie quando la konobbi fu…….io la guardai con simpatia, le domande importanti le fanno solo le persone che lo sono….ecco stefanie, l’amore e’ quella cosa che “continua” pure quando la vita o qualcosa al suo posto ci separa, rompe gli argini degli eventi che ci dividono, sta sempre con noi, attende il richiamo. non basta piu’ kambiare vita, città, nome…il treno passa per tutti, anche per te amika mia. c’e’ un vagone vuoto per 2, bisogna esser un po’ pazzi per salirvi, gli illusi restino pure “akkoppiati” a guardarlo vuoto….tanto dell’amore non hanno mai kapito granchè.

  20. elena Says:

    Sergio è bellissimo. Ho dovuto rileggerlo e riguardare la foto per capire che parlavi proprio di te, che non era solo un racconto, ma proprio la tua vita.
    Allora, intanto gran coraggio a mettere giù, nero su bianco, pixel su pixel, fatti, emozioni, pensieri e dolori veri.
    E poi, davvero, qui dentro c’è un romanzo intero.
    Ma già ti è stato detto, e io mi accodo, anche per altri stupendi pezzi apparsi qui, che devi metterti a scrivere sul serio.
    La cosa che più mi colpisce e apprezzo è che sotto la tua scrittura così distaccata, quasi da osservatore esterno, appaiono una sincerità e una verità disarmanti e potentissime. E’ come essere dentro e fuori la narrazione nello stesso momento.
    E come Gianni Biondillo, anch’io chiederei la tua mano. E non sono neanche spos(t)ata.:)))

  21. sergiogarufi Says:

    grazie pure a chiara, luigi, gunale, giuseppe ed elena (sto già scegliendo le bomboniere🙂

  22. Alessia Says:

    Ehi, attenzione! Sono stata io la prima a chiedergli di sposarmi!

  23. elena Says:

    Ah beh adesso! Mettiti in coda dopo Gianni Biondillo. Io ho già mandato le partecipazioni ai miei 42 zii.

  24. sergiogarufi Says:

    Alessia, ti avevo dato per dispersa, eri sparita da facebook e dal blog, io devo rifarmi una vita😉

  25. Alessia Says:

    Spiritoso, sapevi benissimo come rintracciarmi!!!!!!!
    Scherzo!
    Un bacio.

  26. dario Says:

    bello; l’ho letto un po’ tardi, ma ho apprezzato molto; e complimenti per tutte queste conquiste che vedo fiorire nei commenti! si prevede un’estate interessante per il nostro “critico biondo… etc.”

  27. clara Says:

    Hanno già detto tutto, sulla perfezione di questo post.
    Ma io ho pensato ad altro, leggendolo. Ho pensato a casa tua, alle pareti, ai libri. A come guidi la moto, a cosa mangi a tavola, a come ti tuffi da una barca, ai sandali che porti, a quello che sai dire quando qualcosa si deve dire. Ho provato a incrociare ricordi, sovrapporre immagini.
    Che cosa stupenda, hai scritto.
    Ti abbraccio.

    Ah, avviso ai lettori: io non sono mica quella clara lì. Sono solo una che lo ha battuto a tennis…

  28. James Lee Burke Says:

    che devi metterti a scrivere sul serio.

    Ma secondo voi questo pezzo è scritto per ridere, allora? Mi sembrate quelli che alla fine del concerto vanno dal violinista per complimentarsi ed esordiscono dicendo: “Io di musica non capisco niente, ma…”

  29. fra Says:

    Caro Sergio,
    ho le lacrime agli occhi mi sono commossa, arriva al cuore e all’anima.

  30. chi Says:

    a me questo racconto piace così, proprio così com’è. non mi sembra il nucleo o la sinossi di un romanzo, ma un racconto perfetto. chiedere di allungarlo in un romanzo sarebbe come chiedere a raymond carver (se fosse vivo) di allungare i suoi. oppure sperare che che uno dei racconti brevi di “tutti i figli di dio danzano” (bellissimo libro di murakami haruki) si trasformi ne “l’uccello che girava le viti del mondo”.

  31. matteo ciucci Says:

    Qui si vola.

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