Chi vuol far l’americano

olivie

Forse è ingiusto accusare Wu Ming 1 di snobismo linguistico, come ha fatto qualche critico, per aver scelto di dare un titolo inglese al suo recente saggio (New Italian Epic) . E non tanto per il fatto che tutto nacque durante un seminario in una università canadese, quanto perché secondo me corrisponde perfettamente a un certo modo di intendere la scrittura e il fare artistico. Più volte infatti mi è capitato di leggere su qualche blog letterario una discussione a proposito dei romanzi storici del collettivo, e l’impressione che ne ricavavo era che ci tenessero molto a evidenziare l’acribia documentaria che sosteneva la narrazione, i lunghi e pazienti anni spesi a consultare le fonti e perlustrare i luoghi dell’ambientazione. Di per sé naturalmente è cosa lodevole, ma quell’accento insistito, anche considerando la deliberata – e inevitabile – quota di invenzione insita in ogni romanzo, mi sembrava che ai loro occhi valesse quasi come garanzia della qualità dell’opera. E questo è tipicamente americano così come è poco nostro; nostro intendo di europei. Mi veniva in mente il celebre aneddoto che riguardava Laurence Olivier e Dustin Hoffman, i protagonisti del film Il maratoneta. In quell’occasione il grande attore di teatro inglese rimase stupito nel vedere il collega americano che prima di girare la scena della corsa intorno al lago si fece 20 giri del percorso per immedesimarsi meglio nella parte. Alla fine, mentre era tutto ansimante e sudato, Olivier gli chiese: “ma non facevi prima a recitare?”

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5 Risposte to “Chi vuol far l’americano”

  1. emma Says:

    Dustin Hoffman, da vero adepto del metodo dell’Actor’s Studio, era rimasto sveglio per tre giorni e tre notti proprio come accadeva al suo personaggio nel film, e la ormai celeberrima replica di Olivier fu: “My dear boy, why don’t you just try acting?”. In quel “my dear boy” c’è tutto il sublime snobismo di Olivier.

  2. sergio pasquandrea Says:

    In realtà Hoffman ha detto più volte che l’aneddoto era stato un po’ distorto.
    Qui ad esempio:

    http://www.google.it/search?hl=it&client=firefox-a&rls=org.mozilla%3Ait%3Aofficial&hs=4j9&q=%22dustin+hoffman%22+%22laurence+olivier%22+acting&btnG=Cerca&meta=

    Per chi non capisce bene l’inglese, Hoffman spiega che non è vero che era stato sveglio per tre giorni, e che comunque lo stesso Olivier dopo aver pronunciato quella battuta si sarebbe messo a ridere, dicendo che lui stesso in realtà recitava Amleto ogni sera a teatro e rischiava l’osso del collo saltando da una certa altezza (Hoffman dice 20 piedi, cioè quasi 7 metri, che mi sembra un po’ esagerato…).

  3. sergio pasquandrea Says:

    Oops, scusate, il link giusto al video era questo:

  4. franz krauspenhaar Says:

    a parte hoffman e olivier, penso che l’eccessiva padronanza delle fonti, nella narrativa ( che non è la saggistica) porti a un impoverimento del “prodotto”. le fonti, ammassate anche se in un loro ordine, diventano come le infinite sbarre di una gabbia che impedisce una sana creatività. la letteratura deve davvero reinventare, ovvero ricreare la realtà, farla più vera, grazie al potere della fantasia. questo insistere sulla bontà delle fonti, sullo studio esemplare, a me fa pensare ai soliti primi della classe, bravissimi studenti ma, nella vita, ottimi esecutori soltanto. questo magnificare la tecnica, la preparazione, la ricerca, a me fa pena. come mi fanno pena, spesso, le interviste agli scrittori: questo cercare sempre la risposta a ogni stronzata. noi viviamo di improvvisazione. come se a un jazzista si chiedesse perchè ha suonato quell’assolo così diversamente dalla session precedente. che noia questo mondo letterario italiano.

  5. fernando coratelli Says:

    Franz, sposo in pieno la tua posizione, in particolare la noia del mondo letterario odierno, privo di improvvisazione, incapace di sorprendere e sorprendersi.
    E poi ricordiamoci sempre che Kafka scrisse “Il disperso” (o se si preferisce “America”) guardando un depliant, senza avere messo mai piede sul continente americano, eppure descrivendo – senza neanche google map – il Nuovo mondo di allora.

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